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Come la Turchia di Erdogan si muove tra Asia, Balcani ed Emirati Arabi

Turchia Qatar

Tutte le ultime scelte di politica estera della Turchia (anche nei Balcani) sempre basate su una logica a geometria variabile. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

Erdogan ha incontrato il premier di Belgrado Vucic sottolineando in tale modo non solo l’opportunità di siglare accordi bilaterali di partnership ma di porre in essere una proiezione più netta nei Balcani.

Al di là della presenza ampia di etnie musulmane in Serbia la scelta compiuta da Erdogan – analoga a quella fatta con Putin – presenta una evidente discontinuità con quella del suo predecessore Ahmet Davutoğlu, partnership questa che intende certamente conseguire obiettivi politicamente molto precisi: da un lato la collaborazione bilaterale con Belgrado nel settore delle esportazioni degli armamenti consentirà certamente la modernizzazione delle forze armate serbe ma dall’altro lato consentirà ad Erdogan di conseguire una maggiore presenza militare nel cuore stesso dell’Europa promuovendo la sua industria militare per un volume di affari di circa quindici milioni di euro. A tale proposito non è casuale che pochi giorni fa il vicedirettore delle costruzioni navali del ministero della Difesa, Contrammiraglio Mehmet Sari, abbia annunciato che verrà realizzato il primo sottomarino turco – progetto denominato Denizalti – da 1.850 tonnellate.

Il secondo obiettivo che intende perseguire il presidente turco è certamente legato alla possibilità che la presenza politica e militare turca possa consentire alla Turchia di giocare un ruolo sul piano geopolitico rilevante nella stabilizzazione dell’area balcanica. In quest’ottica deve essere interpretata la volontà da parte turca di costruire una infrastruttura stradale che collegherà Sarajevo a Belgrado e in questa ottica geopolitica deve essere interpretata l’apertura del consolato turco a Novi Pazar, capoluogo del Sangiaccato, area questa a maggioranza musulmana.

Complessivamente parlando le scelte che sta compiendo il Presidente turco vanno in una direzione assai precisa: se non c’è dubbio che la svolta neo-ottomana dell’attuale leader turco Recep Tayyp Erdogan abbia posto in essere una politica estera verso l’Asia e verso l’Europa diversa rispetto al passato è altrettanto evidente che le scelte poste in essere da Erdogan dimostrano da un lato la necessità di ampliare i propri investimenti, e quindi le proprie relazioni diplomatiche e politiche, e dall’altro sono la prova della volontà di Erdogan di acquisire maggiore rilevanza internazionale. D’altronde, storicamente parlando, le scelte di politica estera si sono basate e si basano ancora oggi su una logica a geometria variabile, sempre mutevole e cangiante.

A tale proposito sia sufficiente riflettere sul fatto che la Turchia ha fatto ingenti investimenti volti a collegare l’Asia centrale all’Anatolia attraverso una serie di infrastrutture, ferroviarie e portuali sul Mar Caspio ed energetiche attraverso il Kazakistan fino alla Cina, con lo scopo di rafforzare il ruolo di hub energetico della Turchia. Infatti il paese mediorientale è fondamentale per il passaggio dell’energia caspica diretta verso l’Europa attraverso l’oleodotto Baku-Tblisi-Ceyhan che sta contribuendo a far sì che l’Europa possa ridurre la propria dipendenza dalla Russia.

In secondo luogo è stato fatto un altro passo avanti verso una maggiore sinergia con l’Asia, che consiste sia nell’aver accettato armamenti provenienti dalla Russia, nonostante la Turchia sia il pilastro orientale della Nato sin dal 1952, sia nell’incremento del commercio con la Cina, che è andato via via crescendo a partire dal 2007. A tale proposito basterà fare due esempi: la Industrial and Commerce Bank of China nel 2015 ha acquistato la Tekstilbank, mentre il produttore di telefonia ZTE ha acquistato quasi il 50% di Turk Telekom.

Il commercio turco sia con l’Iran, sia con l’India che con gli Emirati Arabi Uniti è cresciuto, ed in linea di massima le esportazioni turche di materie prime in Asia, come per esempio quelle del rame, sono aumentate, come pure sono cresciute le importazione di tessuti e computer.

In terzo luogo un altro dato economicamente rilevante il ruolo che gli investitori giapponesi – oltre a quelli cinesi – hanno avuto nella stabilizzazione della lira turca durante la crisi del 2018.

Alla luce di questi dati non deve sorprendere che la Turchia abbia aderito all’Asian Infrastrucrure Investment Bank, adesione questa che le ha consentito di avere un prestito di 600 milioni di dollari per completare il gasdotto trans anatolico, che partendo dalla Azerbaijan attraversa la Turchia per arrivare nell’Europa meridionale.

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