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Come e perché l’antiriciclaggio vaticano è in purgatorio

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Novità e scenari sui subbugli che solcano le finanze del Vaticano con l’autorità antiriciclaggio di fatto sospesa. Fatti, nomi e indiscrezioni nell’approfondimento di Andrea Mainardi

A quattro mesi dalla nuova valutazione di Moneyval, prevista nel marzo 2020, il Vaticano è ripiombato in un cono d’ombra che rischia di pregiudicarne la credibilità finanziaria internazionale. Ad oggi è di fatto azzerata l’Aif, l’autorità di informazione che opera come authority antiriciclaggio.

In poche settimane è emerso con fin troppa evidenza quanto il vento della trasparenza in materia economica sollecitato da Benedetto XVI e proseguito da Francesco, non sia riuscito a spazzare via la nebbia di certe “opacità” (il copyright è del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato di Sua Santità).

Sotto al Cupolone – analizza oggi Massimo Franco sul Corriere della Serapersistono “comitati d’affari che agiscono indisturbati dietro il velo del papato riformatore”.

Che la situazione sia complessa, preoccupante e più che intricata da sciogliere, lo denuncia suo malgrado lo stesso bollettino ufficiale della Sala stampa della Santa Sede di inizio settimana. Sono righe scarne e apparentemente fredde quelle battute lunedì 18, nell’accreditare l’uscita di scena del presidente Aif, René Brüelhart, come termine del suo servizio dopo i previsti cinque anni a capo dell’autorità. La precipitosa tempistica – a poche ore dal viaggio di Francesco in Thailandia e Giappone – e la mancata (più che inconsueta) informazione sulla nomina del successore dell’avvocato svizzero – rimandata al rientro del Papa in Vaticano il 26 novembre – è già essa stessa il sintomo di qualcosa di molto rilevante che sta avvenendo tra i vari torrioni e uffici economici vaticani.

Il comunicato precisa di un nominativo come futuro presidente Aif già individuato in “una figura di alto profilo professionale ed accreditata competenza a livello internazionale”. Non c’è ragione di dubitare della bontà della scelta. Ma allora perché si è deciso di non renderla immediatamente nota contestualmente alla notizia del mancato rinnovo di Brüelhart? Rectius: delle sue dimissioni – così le ha precisate l’interessato – e probabilmente dimissioni richieste in una partita di poteri tutta da chiarire. Dove lo scandalo del palazzo londinese acquistato dalla Segreteria di Stato tramite un fondo del finanziere Raffaele Mincione è solo un iceberg di un modo di operare che, se non illegittimo, lascia aperto più di un interrogativo.

L’affare londinese per l’acquisto di un palazzo già di Harrods al 60 di Sloane Avenue – più altri investimenti finanziari gestiti coi denari della Santa Sede da Mincione nel suo shopping tra borsa e banche – è oggetto di interesse per la magistratura vaticana.

È inizio ottobre quando su mandato dei pm del Papa, i gendarmi ispezionano gli uffici amministrativi della Prima sezione della Segreteria di Stato e quelli dell’Aif. Esito: computer, cellulari e carte sequestrate. Cinque dipendenti sospesi: quattro laici e un sacerdote. Tra questi, anche il direttore dell’authority anticorruzione, Tommaso Di Ruzza. Passano i giorni e il presidente Aif, che non era stato informato del blitz, manifesta pubblicamente la piena fiducia verso il suo ormai ex direttore. Sa di protesta. Di crisi istituzionale. La nota è condivisa dal Consiglio direttivo dell’autorità. Il 18 ottobre la Sala Stampa dà conto del mancato rinnovo di Brüelhart. L’avvocato di Friburgo però confida alle agenzie di essersi dimesso.

Il giorno dopo lascia uno dei componenti del Consiglio, lo svizzero-tedesco Marc Odendall, ex banchiere, filantropo e cavaliere di Malta. All’Associated Press ne motiva fulmineo le ragioni. C’è l’amarezza per la rimozione di Brüelhart, ma soprattutto, tanto di più: “Non ha senso sedere nel board di un’istituzione che è un guscio vuoto”. Il riferimento è alla decisione del gruppo Egmont, la rete di informazione finanziaria internazionale a cui aderiscono circa 160 Paesi, scambiandosi note più che confidenziali e delicate. Dopo i blitz e i sequestri in Vaticano, Egmont ha sospeso il rapporto con la Città Stato. Il Vaticano resta membro, ma non può momentaneamente accedere alla rete di comunicazioni sicure utilizzata per condividere dati riservati nella lotta contro il riciclaggio e altri crimini finanziari. Dettaglia Odendall: “Non possiamo accedere alle informazioni e non possiamo condividere le informazioni”.

Poche ore, ed emergono anche le dimissioni di Juan Zarate, un’altra autorità mondiale nel settore antiriciclaggio, già consigliere antiterrorismo per la presidenza degli Stati Uniti dopo l’11 settembre.

Non si ha contezza pubblica delle scelte degli altri due componenti del Consiglio direttivo Aif; altre due personalità di prima grandezza e di fama internazionale. L’italiana Maria Bianca Farina, manager di Poste Italiane, e Joseph Yuvaraj Pillay, a capo del Consiglio dei consultori del presidente di Singapore.

L’intero Consiglio Aif era stato nominato da Papa Francesco nel giugno 2014 per una durata di cinque anni. Mossa che aveva azzerato il board precedente – tutto italiano –, i cui componenti, pochi mesi prima, a febbraio, avevano scritto al Papa una lettera pesantissima di accusa nei confronti di Brüelhart, in quell’anno direttore Aif (fu promosso presidente a novembre).

In sostanza il Consiglio direttivo del tempo lamentava una situazione “insostenibile e preoccupante” che rischiava di mettere a repentaglio gli sforzi sulla trasparenza. Dito puntato contro l’avvocato di Friburgo, già consulente della Segreteria di Stato ai tempi del cardinale Tarcisio Bertone. Scontento verso Brüelhart e la sua direzione anche il presidente Aif nel 2014, il cardinale Attilio Nicora. Che infatti il 30 gennaio lasciò l’incarico. Scriveva Il Messaggero: il porporato sarebbe stato tenuto sistematicamente all’oscuro dell’attività condotta dal suo direttore. Nella faccenda, rientrava probabilmente anche il sostegno di Brüelhart a Di Ruzza (genero dell’ex governatore di Bankitalia, Fazio), nella nomina a suo vice. E contro il parere del cardinale e del Consiglio. Non solo. Nicora avrebbe richiesto una dettagliata relazione su tutte le operazioni sospette rilevate, ricevendone in risposta una paginetta in inglese di poche righe giudicate “del tutto insoddisfacenti”. Esito: Nicora si dimette, Brüelhart diventa presidente al suo posto e l’anno seguente Di Ruzza diventa direttore.

Da notare: l’Aif fu costituita da Benedetto XVI a fine 2010. È Ratzinger a nominare Nicora presidente della nuova autorità e, nel 2012, Brüelhart nell’ufficio di direzione. Il 13 marzo 2013 viene eletto Papa Francesco che, a novembre, modifica la legge che regola l’antiriciclaggio vaticano. Per qualcuno un passo indietro, per altri uno slancio in avanti. Comunque sia: l’anno seguente cominciano le contestazioni. Francesco non le prende sul serio, dato che nel giro di pochi mesi prima rinnova completamente il board, poi promuove Brüelhart a presidente.

Non è per gusto archeologico che si ricordano i passaggi di quei mesi tra il 2014 e il 2015. Mesi in cui, tra l’altro – e va osservato – l’Aif perde il potere di vigilanza su Apsa, la banca centrale del Vaticano, che si impegna con Moneyval a non esercitare più attività finanziaria a livello professionale. Aif oggi fa il cane da guardia antiriciclaggio solo sulle operazioni dello Ior. Eppure, lo scrive Ed Condon sul Catholic News Agency, ottenendo clamorose conferme dallo stesso cardinale Parolin, Apsa si è comunque impegnata con prestiti per il salvataggio dell’ospedale cattolico Idi. Era il 2014. Complessivi 50 milioni di euro. Per rientrare si chiederà poi un aiuto ai ricchi benefattori americani della Papal Foundation. L’operazione non convince negli Usa. La linea di credito tarda ad arrivare, nonostante l’impegno del cardinale Theodore McCarrick, in seguito decardinalizzato e dimissionato allo stato laicale per abusi sui suoi seminaristi. Francesco non pare contento di quel diniego da parte della fondazione americana. E infatti ritarda la consueta udienza per un po’. In quella fase di blocco, riporta Cna, l’Apsa è stata costretta a cancellare 30 milioni del prestito di 50, azzerando gli utili 2018.

Nella sua ispezione fissata a marzo, Moneyval avrà qualcosa da osservare nella vicenda?

Ma, appunto, non è archeologia. Quel che accade in quegli anni è la fotografia di due partiti che si fronteggiano in Vaticano sulla direzione-presidenza Brüelhart. Ad alcuni non piace. Gli si contestano stipendi importanti (circa mille euro al giorno; mai smentiti né confermati dall’interessato). Cornice.

Le ragioni sono da cercare altrove.

Chi lo stima ricorda – e non sono negabili nemmeno per i detrattori – gli importanti risultati raggiunti. Il Vaticano è entrato in Egmont; Aif ha stretto protocolli di intesa con autorità analoghe di altri Paesi, tra cui Italia e Stati Uniti. Segnale recente e importante, lo scorso marzo la Santa Sede è entrata ufficialmente a far parte dell’area Sepa. Negli anni i conti dello Ior sono stati ripuliti, con la chiusura di quelli che non avevano diritto ad avere denari depositati nella cassa di Pietro. Non solo merito dello svizzero. Ma insomma.

Altrettanto è avvenuto all’Apsa?

Il buono raggiunto non è archiviato. Eppure il termometro registra un raffreddamento internazionale nella scala della fiducia. Moneyval nei suoi precedenti rapporti ha sempre concesso una linea di credito nei confronti del Vaticano, riconoscendo l’appropriatezza delle leggi, eppure sempre sottolineando la difficoltà nel riscontrare una struttura giudiziaria capace di giudicare tempestivamente sul merito dei reati eventualmente rilevati. Ovvie ragioni, per un piccolo Stato. L’ispezione del prossimo marzo è un test fondamentale su questo punto. In una fase in cui Egmont congela il rapporto. Come ci si può fidare a scambiare informazioni sensibili con uno Stato dove documenti riservatissimi sono stati sequestrati e l’autorità antiriciclaggio è, nei fatti, decapitata?

Dove, da due anni, manca il Revisore generale, un professionista del calibro di Libero Milone, accompagnato alla porta con un foglio di dimissioni fattegli firmare ventilando ipotetici reati a suo carico – compresa una sorte di spionaggio nei confronti dei superiori. Reati mai finiti non in giudizio, ma neppure in una attività di indagine. Milone non solo non è mai stato imputato, ma proprio in Vaticano non risultano carichi pendenti a suo carico.

I prossimi giorni – con le nuove nomine di Papa Francesco – sono cruciali e necessari per riaffermare la credibilità del Vaticano sul fronte trasparenza. È un risiko di pedine fondamentali per Bergoglio. Che forse per questo si è preso qualche giorno per definire il puzzle. Che può incontrare più di una resistenza. O meglio: di un diniego.

Confida a StartMagazine una fonte da Oltre le mura: non si possono trattare professionisti riconosciuti a livello internazionale in questo modo. Tra licenziamenti malamente descritti come dimissioni volontarie (il revisore Milone; il presidente Aif e il suo board, e poco prima il comandante dei gendarmi Domenico Giani); e ricambi eccellenti, come quello avvenuto alla presidenza del tribunale, nel passaggio di testimone dal professor Giuseppe Dalla Torre all’ex procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone. E poi quelle ispezioni di ottobre – deflagrate sulla stampa – fin dentro organismi cruciali (Segreteria di Stato e Aif) che sanno tanto di guerra tra bande, dove il sistema controllato-controllore si inceppa senza troppi complimenti e un minimo, almeno, di prudenza, sarebbe auspicabile. Anche in finanza vale il vecchio brocardo “si non caste, tamen caute”.

Altri monsignori sono più ottimisti. Prevedono un rinnovato percorso dell’Aif con nomine eccellenti, qualificate e qualche conferma del vecchio board Aif.

Mancano pochi giorni per risolvere il rebus. Il Papa rientra dai suoi impegni in Thailandia e Giappone il 26. All’Aif andranno persone chiamate a togliere dal fuoco pentoloni in ebollizione che ogni giorno schizzano dettagli non confortanti sulle operazioni economiche necessarie per la vita della Chiesa. Forse in alcuni casi operazioni aggrappate – e più sofisticate – a logiche ancora più “opache” di quelle dei tempi del crac Ambrosiano.

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