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Chi segue Francia e Germania per Instex con l’Iran

di

agenzia spaziale iraniana

Le nuove adesioni a Instex per l’Iran arrivano nello stesso momento in cui, a Bruxelles, si insedia la nuova Commissione Ue guidata da von der Leyen e fortemente voluta dal presidente francese Macron. L’approfondimento di Marco Orioles

A che punto è la campagna di “massima pressione” degli Usa contro la Repubblica Islamica? La domanda è lecita, se si considera che, dopo l’alta tensione di quest’estate nello Stretto di Hormuz, dove si è letteralmente sfiorata la guerra aperta, la disfida tra l’amministrazione Trump e gli ayatollah sembra essere scomparsa dai radar della grande stampa.

Molto, probabilmente, si deve all’uscita di scena dell’uberfalco John Bolton, cui The Donald a luglio ha dato il benservito (via Twitter) anche in virtù dell’irriducibile bellicismo del suo ormai ex terzo Consigliere per la Sicurezza Nazionale, praticamente l’ultimo dei collaboratori del presidente che sognava, e lavorava per, la resa dei conti finale contro l’Iran.

Anche nel dopo Bolton, tuttavia, la linea degli Usa è rimasta la stessa, incluso l’embargo petrolifero con cui l’America punta, riuscendoci, a mettere in ginocchio Teheran. Le sanguinose rivolte scoppiate due settimane fa per il caro-benzina sono la dimostrazione plastica dell’estrema difficoltà in cui versa il governo iraniano, costretto – come ha ricordato qualche giorno fa Ahmad Rafat a Start – a varare una legge di bilancio in cui mancano ben due terzi degli stanziamenti fatti nell’esercizio precedente.

Per uscire dall’angolo in cui l’ha costretta la furia trumpiana, la Repubblica Islamica non ha altri strumenti a disposizione se non lo stesso cui è ricorso nei mesi precedenti nel tentativo di convincere almeno i paesi europei a prendere le distanze dall’America: il ricatto nucleare.

Dallo scorso maggio, a un anno esatto dal ritiro degli Usa dal JCPOA, l’accordo nucleare con l’Iran negoziato da Barack Obama e firmato a Vienna nel luglio 2015, Teheran ha cominciato così a violare le disposizioni del JCPOA, anche se un passo alla volta.

La minaccia del presidente Rouhani consiste nel procedere, ogni sessanta giorni, a un nuovo strappo dagli obblighi iscritti nel patto nucleare (l’ultimo risale alla settimana scorsa, quando Teheran ha annunciato il riavvio dell’arricchimento dell’uranio nella centrale di Fordow): una tattica finalizzata a instillare la paura in Europa e indurla così a salvare il salvabile.

È una tattica, quella del regime, che ha un corollario fondamentale: se l’Europa – è il ragionamento fatto a Teheran – vuole evitare che ci dotiamo della bomba, deve fare in modo che le casse della Repubblica Islamica non finiscano prosciugate come conseguenza delle sanzioni Usa. Deve, in altre parole, compensare l’embargo americano continuando, se non ad acquistare il greggio iraniano (cosa letteralmente impossibile), ad alimentare il commercio bilaterale.

Il corollario in questione ha anche, come sappiamo, un nome: si chiama Instex ed è lo “special purpose vehicle” che Francia, Germania e Gran Bretagna, con la regia dell’Ue, hanno messo in piedi poco meno di un anno fa con il proposito di creare un canale legale per i commerci tra Ue e Iran, anche se limitato ai beni umanitari, schermandoli dalle sanzioni Usa.

Instex in verità mai potrà compensare l’ammanco per l’Iran derivante dal potere interdittivo del dollaro: al di là, come si diceva, di consentire il trasferimento in Iran di soli generi alimentari o medicine, esso non offre alcun tipo di salvacondotto alle aziende europee che volessero commerciare con la Repubblica Islamica, esponendole così alle pesanti conseguenze delle sanzioni Usa.

Al di là della sua dubbia efficacia, Instex rappresenta comunque un modo – ovviamente tutto simbolico – per l’Europa per dissociarsi dalla campagna di massima pressione americana e per lanciare al tempo stesso segnali di fumo all’Iran, cercando di scongiurare il peggio.

Tollerato a denti stretti dagli Usa anche per la sua sostanziale innocuità, Instex rappresenta dunque una sorta di dichiarazione formale, anche se priva di sostanza, di indipendenza dell’Europa dalla politica estera trumpiana. Una scelta che, non a caso, a Teheran danno mostra di apprezzare molto, non foss’altro per il gusto di mostrare l’isolamento degli Usa su questo dossier.

Di Instex si è tornato a parlare in questi giorni dopo che il vice ministro degli Esteri iraniano, Gholamreza Ansar, ha annunciato un imminente nuovo ciclo di colloqui diplomatici tra Teheran e Bruxelles per mettere a punto, e finalmente far decollare, Instex.

In attesa che questi meeting si materializzino, venerdì scorso dall’Europa è partita una buona notizia per gli ayatollah: i governi di Finlandia, Belgio, Norvegia, Danimarca, Olanda e Svezia hanno emesso una dichiarazione congiunta – rilanciata con una selva di tweet – con la quale hanno annunciato la loro adesione a Instex.

https://twitter.com/belgiummfa/status/1200397449334009862?s=21

https://twitter.com/nordrumlars/status/1200373049247379456?s=21

 

 

Nel comunicato, i paesi in questione precisano di ritenere fondamentale il mantenimento in vita del JCPOA, da essi considerato come “uno strumento chiave per il regime globale di non proliferazione e un importante contributo alla stabilità nella regione”.

Tale premessa vale per marcare il punto: visto “il continuo appoggio europeo all’accordo e gli sforzi in corso per implementarne la parte economica e agevolare il commercio legittimo tra Europa ed Iran”, Finlandia, Belgio, Norvegia, Danimarca, Olanda e Svezia fanno sapere di “essere in procinto di diventare azionisti” di Instex.

Fermi restando i limiti insormontabili di Instex,  l’allargamento dei suoi partecipanti è atto non privo di una sua specifica valenza politica. A fare la fronda agli Usa, insomma, non sono più la solita coppia franco-tedesca con l’aggiunta della Gran Bretagna, ma una pattuglia assai più cospicua di membri dell’Unione con il concorso esterno della Norvegia.

Aleggia, sullo sfondo, un sospetto dettato dalla tempistica: non può sfuggire infatti che le nuove adesioni a Instex arrivano nello stesso momento in cui, a Bruxelles, si insedia la nuova Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen e fortemente voluta dal presidente francese Emmanuel Macron. Dal leader, cioè, che più di altri si è adoperato per salvare il JCPOA dallo sfascismo americano, per fungere da ponte tra Europa ed Iran e per tentare una difficile mediazione tra la stessa superpotenza e il suo avversario mediorientale.

Manina di Macron a parte, restano in piedi tutti i dubbi su una politica, quella dell’Europa nei confronti della Repubblica Islamica, che pare concepita più per infastidire Washington che per preservare la pace nel Levante o per centrare chissà che altro obiettivo, foss’anche adoperarsi perché un regime dittatoriale e incline all’avventurismo si procuri l’arma finale e scateni così una corsa all’atomo nella regione più esplosiva del pianeta.

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