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Perché in Iran si protesta (e come sta l’economia iraniana)

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Iran

Vi spiego che cosa sta succedendo davvero in Iran e i veri motivi della protesta. Parla Ahmad Rafat, giornalista italo-iraniano di stanza a Londra

Cosa sta succedendo in Iran? La risposta di Ahmad Rafat, giornalista italo-iraniano di stanza a Londra ma con un lungo trascorso professionale in Italia, costringe a mettere in discussione le cognizioni di un Paese, la Repubblica Islamica, da cui filtra solo quello che vogliono gli ayatollah.

È un regime, quello fondato 40 anni or sono da Ruhollah Khomeini, che sottoponendo a stringenti restrizioni i giornalisti stranieri, e imbottendoli di veline, è riuscito a far passare una narrativa completamente fuorviante dei recenti tumulti scoppiati a Teheran e in un centinaio di centri grandi e piccoli del Paese. Manifestazioni che non sarebbero nate, come ci è stato raccontato dai media internazionali, dalla repentina decisione del governo di cancellare la benzina sussidiata, bensì – come spiega Rafat – da una rabbia accumulata negli anni nei confronti di ingiustizie e torti che attendeva solo una scusa qualunque per esplodere.

Per fortuna, però, ci sono i social network, e specialmente Telegram, che per motivi imperscrutabili non è sottoposto a censura in Iran come le altre reti popolari in Occidente. Dal serbatoio dei social, giornalisti come Rafat possono attingere informazioni di prima mano e sapere quel che sta accadendo in Persia meglio di quel corrispondente della tv tedesca ZDF che, nei giorni scorsi, ha raccontato ai suoi connazionali dal balcone della sua residenza di Teheran quel che si stava verificando nelle strade e nelle piazze della capitale. Senza riuscire a capire, naturalmente, che gli slogan pronunciati dalle folle riguardavano tutto fuorché la benzina.

Ahmad Rafat, cosa ha scatenato l’ultima ondata di proteste in Iran?

Per capire cosa è successo basta prendere un dato. A causa delle sanzioni Usa, nel bilancio dello Stato dell’anno prossimo mancheranno due terzi delle risorse. Questo ammanco è dovuto in gran parte all’embargo petrolifero imposto dall’America. E significa che l’Iran non può più destinare generose risorse nel campo sociale, sia all’interno che nei Paesi satelliti come il Libano e l’Iraq. Questo sta peggiorando la situazione della popolazione dappertutto, incluso in Iran dove il regime è stato costretto, come sappiamo, a togliere i sussidi sulla benzina, mandando la gente su tutte le furie.

Dopo alcuni giorni di ira, il regime ha però annunciato la vittoria sui rivoltosi. Com’è la situazione adesso?

Nelle ultime ore,  dopo che il regime ha dichiarato conclusa questa vicenda con la sua vittoria, ci sono stati scontri in varie città iraniane, compresa Teheran, ma anche in piccoli centri, dove alcuni quartieri sono letteralmente in mano alla gente. Naturalmente, è normale che dopo una settimana il tono dello scontro sia calato, ma il dato è che le proteste continuano. E se vanno avanti non è certo per il rincaro della benzina, come hanno raccontato in coro i media occidentali. Questa è tutta rabbia popolare accumulata da anni e anni che ogni tanto, come sappiamo, esplode. Vorrei sottolineare che nemmeno uno slogan, in nessuna delle centoventi città dove la gente è scesa in piazza, riguardava il carburante. Gli slogan erano contro il governo, contro la Guida Suprema Ali Khamenei, e moltissimi contro la politica estera dell’Iran. Il popolo infatti considera inaccettabile lo sperpero di denaro pubblico in Siria, Libano, o a Gaza.

Però nei giorni scorsi i media, quelli italiani inclusi, ci hanno parlato di moti provocati proprio dal venir meno dei sussidi sul carburante.

Io sfido qualsiasi agenzia internazionale a documentare un solo slogan contro il caro-benzina. Per dirne una, il corrispondente a Teheran della ZDF, il secondo canale tv tedesco, ha raccontato la crisi di questi giorni dal balcone della sua residenza, perché non può uscire: il regime nega infatti ai giornalisti il permesso di filmare le manifestazioni o fare servizi in mezzo ai manifestanti. Loro possono solo ritrasmettere ciò che viene fornito loro dalle fonti ufficiali, altrimenti viene loro ritirato il permesso di soggiorno. Per il corrispondente di Ansa, a Teheran non è successo nulla la settimana scorsa. Tra l’altro, alcune agenzie come Reuters coprono le notizie dall’Iran attraverso i loro corrispondenti a Beirut, Dubai, o Cipro.

Se questa è la situazione, attraverso quali fonti è possibile conoscere quel che davvero succede in Iran?

Se una volta erano fondamentali le fonti presenti sul posto, che potevi contattare per telefono – tra mille precauzioni – per avere informazioni di prima mano, oggi sempre più sono le reti sociali a rappresentare la fonte privilegiata di informazioni. Non a caso nei giorni degli scontri il regime ha ridotto drasticamente la larghezza della banda, e dunque internet praticamente non esisteva.

Questo però non è servito a bloccare il flusso delle informazioni in uscita dall’Iran.

Ricordo che per accedere alle reti sociali in Iran bisogna aggirare il blocco ricorrendo al classico VPN. Questo vale per i canali come Twitter, ma non per Telegram e Instagram, che a differenza degli altri network non sono censurati. Io, personalmente, attingo molto ai gruppi Telegram dei sindacati indipendenti e degli studenti, che contano decine se non centinaia di migliaia di utenti, le cui discussioni permettono a persone come me di sapere con estrema precisione cosa sta succedendo in Iran.

Cosa è filtrato in questi giorni da Telegram?

Sono circolati moltissimi video delle manifestazioni e degli scontri con la polizia. In uno di questi filmati, tra l’altro, si vedono molto bene degli agenti in borghese staccarsi dal gruppo dei colleghi in uniforme e appiccare un incendio in un edificio pubblico. Vorrei dire, a tal proposito, che il governo ha permesso ai cameramen e ai fotografi di alcune agenzie di stampa straniere di realizzare un servizio completo sui danni subiti dalle banche e dagli edifici governativi della capitale. Questa è la classica tecnica cui ricorre il regime per giustificare la repressione agli occhi del mondo e a quella parte della popolazione che non protesta.

Non sarebbe la prima volta che gli iraniani scendono in piazza e poi il regime interviene con la scure. Cosa c’è di diverso stavolta?

A contare molto stavolta, nella scelta di scendere in piazza, sono state le contemporanee manifestazioni in Iraq e Libano. Ha inciso molto il fatto che gli iracheni dal 1 ottobre sono in piazza a protestare contro la Repubblica Islamica, che loro considerano come la principale responsabile della corruzione e della povertà che attanaglia il paese. Mi ha fatto molta impressione un video girato in Iraq in cui si vede la gente dire, più o meno, che loro stanno combattendo in Iraq la coda del drago, e che per fortuna c’è qualcuno in Iran che sta combattendo la testa di questo drago.

Ad essere in fibrillazione, in questo periodo, non ci sono solo Iran, Iraq e Libano, ma anche altri paesi dell’area cosiddetta MENA (Middle East &North Africa), come il Sudan o l’Algeria. C’è secondo lei un filo che unisce gli eventi che si stanno verificando in questi paesi?

Questi episodi sono tutti collegati perché si protesta per le stesse ragioni. Le genti che vivono nell’area MENA vogliono un cambiamento. E in questa spinta un ruolo chiave l’hanno giocato i social network, che hanno permesso alle popolazioni di questi Paesi di rendersi conto delle profonde ingiustizie dei sistemi in cui vivono. La gente ora vuole vivere come si vive altrove, con un benessere relativo, e senza corruzione. C’è anche un rigetto generalizzato della politica settaria che caratterizza paesi come il Libano o l’Iraq, dove le principali cariche politiche sono assegnate per linee confessionali. La gente è stanca di questo sistema, che viene definito di “democrazia concordata”, e ne vorrebbe uno di tipo meritocratico. Tra l’altro, le persone finalmente hanno riconosciuto, dietro a questo potere che controlla lo Stato e lo tiene in ostaggio, la mano della Repubblica Islamica, che decide chi deve governare a Beirut o a Baghdad. E hanno deciso che è ora di finirla.

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