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Chi mira a condizionare dall’estero la transizione in Algeria

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Conversazione di Start Magazine sull’Algeria con Silvia Colombo, responsabile presso l’Istituto Affari Internazionali dei programmi di ricerca su Mediterraneo e Medioriente e sulla Politica estera dell’Italia.

Che succede in Algeria? La transizione politica innescata dalla caduta, sull’onda di formidabili proteste di piazza, dell’ex presidente Abdelaziz Bouteflika non vede sbocchi all’orizzonte, come dimostra la repentina cancellazione, per mancanza di candidature valide, delle elezioni presidenziali programmate per il 4 luglio.

È una situazione, quella dell’Algeria, che non possiamo non contemplare senza preoccupazione, considerati gli enormi interessi energetici del nostro Paese, che da qui attinge all’incirca un quarto delle sue forniture di gas.

Per cercare di decifrare questi eventi, e capire il corso che potranno prendere, Start Magazine ha sentito Silvia Colombo, responsabile presso l’Istituto Affari Internazionali dei programmi di ricerca su Mediterraneo e Medioriente e sulla Politica estera dell’Italia.

Colombo riannoda i fili della transizione algerina, mettendo a fuoco tanto l’identità e il ruolo delle piazze oceaniche che hanno chiesto e ottenuto la rimozione dell’ottuagenario Bouteflika quanto le manovre che il cosiddetto pouvoir – l’intreccio di attori, fazioni e interessi che da sempre detiene le leve del potere ad Algeri – sta mettendo in campo nel tentativo di non farsi sfuggire di mano la situazione.

Colombo, quella che sta avendo luogo in Algeria è una rivoluzione?

Sarei molto cauta con l’utilizzo di questo termine. Ricordo che è stato utilizzato nel caso delle primavere arabe, che sono state in realtà processi incompiuti che non hanno portato allo scardinamento dell’ordine interno, come si pensava invece all’inizio. Ciò non toglie che le persone sul terreno, in particolare le nuove generazioni, utilizzano la parola rivoluzione.

Se non di rivoluzione, si può comunque parlare di una grave crisi legata ad una transizione politica incerta e delicata. Che si innesca, ricordiamolo, quando a febbraio l’ormai ex presidente Bouteflika ha annunciato di volersi ricandidare per un quinto mandato. Cosa è successo?

Che questo annuncio arrivasse era in un certo senso scontato, visto che il sistema politico algerino era da decenni improntato ad una sostanziale continuità. Ma qualcosa si stava già muovendo sotto la superficie: qualcosa si era cioè già eroso all’interno di quel sistema di potere. Le manifestazioni di piazza pacifiche dei giovani hanno avuto certamente un impatto fortissimo, ma non sarebbero state sufficienti a scardinare il regime e tanto meno a portare ad un risultato così importante come il ritiro della candidatura di Bouteflika. Senza queste precondizioni, non si sarebbe potuto verificare quel che abbiamo visto.

Quali sono stati i momenti salienti della transizione?

Possiamo suddividere questo periodo di turbolenza in tre fasi. La prima è quella che ha portato alla rinuncia di Bouteflika a un quinto mandato: è stato indiscutibilmente un grande successo della piazza. La seconda fase è quella in cui si è cercato di portare a termine questo processo con una destrutturazione del regime. La piazza si è opposta in particolare alla possibilità che delle figure della sfera militare prendessero il potere. La terza fase è molto recente e vede il Paese sforzarsi di respingere ogni interferenza esterna. Nelle ultime due settimane gli algerini sono tornati in massa in piazza a ribadire con forza di non voler subire pressioni. Non si vuole cadere in una trappola di fuochi incrociati che già si stanno muovendo all’orizzonte. Questo è un messaggio molto chiaro rivolto alle potenze del Golfo, ma anche a Paesi come la Francia che possono aspirare a un ruolo nella transizione.

Di fronte alle spinte della piazza, come ha reagito le pouvoir?

Il pouvoir si è rivelato molto debole, nel senso che le sue diverse anime non sono riuscite a convergere di fronte alla pressione degli eventi. In particolare, l’élite degli affari si è ribellata ad un potere politico che continuava a promettere misure per riportare il Paese a crescere ma poi non ha fatto nulla e ha condannato tutti a una pesante stagnazione economica. Per quanto riguarda invece i militari, il nocciolo duro è rimasto fedele a Bouteflika. Ma c’è stata una parte più profonda del sistema – lo potremmo definire un Deep State – che ha dimostrato di non voler rimanere intrappolato in una morsa di potere che si è rivelata non essere più un asset.

Ci parli dell’uomo che sta tentando di manovrare la transizione dietro le quinte, il capo di Stato maggiore Ahmed Gaid Salah.

Bisogna tenere presente che in questi sistemi in cui le forze di sicurezza occupano un ruolo così centrale, scatta il bisogno tra i militari di identificare una figura chiave. Questa, in Algeria, è rappresentata proprio da Salah. Il quale, negli ultimi mesi, si è smarcato in modo sempre più netto dal clan Bouteflika. Ma non c’è stata, e questa è una differenza importante rispetto alla rivoluzione egiziana, una discesa in campo diretta. Questo non è avvenuto perché la piazza non vuole che il potere sia preso dai militari. Pertanto Salah, e il gruppo che sta dietro di lui, sta cercando di capire come andranno a parare le cose. Sono pronti ad intervenire, perché non vogliono che questa fase di incertezza si prolunghi troppo, ma allo stesso tempo stanno dando spazio a questa forza rivoluzionaria che non ha ancora esaurito il suo potenziale.

Ci parli dei milioni di algerini che per sedici venerdì consecutivi hanno manifestato nelle strade della capitale e non solo. Chi sono?

Si tratta di un movimento dal basso, spontaneo, che non ha una struttura gerarchica né punti di riferimento per quanto riguarda la leadership. È un movimento che aggrega interessi e visioni molto diversi, ma che non è per nulla islamista o, meglio, è postislamista. La componente islamista infatti, che nella tradizione algerina è molto forte, ha avuto pochissimo spazio. Un altro elemento fondamentale di questo movimento è quello anagrafico. Si tratta del vero elemento di novità e anche di forza del movimento: il fatto che sia composto prevalentemente dalle nuove generazioni, cioè da coloro i quali non hanno vissuto la stagione della guerra civile. Senza l’intervento delle nuove generazioni, senza la loro capacità di andare oltre la storia traumatica di un Paese che è stato lacerato dalla guerra civile, non si sarebbe potuta creare questa piattaforma così ampia e soprattutto pacifica.

Cosa chiede la piazza?

Non ci sono delle domande chiare. Dopo la fase della distruzione, non si è arrivati ancora a quella della costruzione, con un progetto specifico, una visione del Paese e una guida. Lo spirito rivoluzionario non ha ancora preso insomma una direzione precisa. D’altro canto, la cosa più importante è che gli algerini finalmente si stanno conoscendo, stanno superando le loro differenze e dialogando intensamente per cercare di trovare una via per il futuro, una cosa che non hanno mai potuto fare in passato.

Una delle vittime del marasma di questi mesi è il capo di Sonatrach, Abdelmoumene Ould Kaddour, che è stato sostituito in tutta fretta, comunque gli accordi fra Sonatrach ed Eni sono stati confermati. Gli interessi energetici dell’Italia e dell’Eni sono a rischio?

 Tutto dipende da quanto si prolungherà questa fase di incertezza. Bisogna dire, però, che l’Italia, intesa come sistema-paese, gode di una posizione estremamente favorevole in Algeria. Sia le élite che la popolazione vedono di buon occhio il nostro Paese, e si ricordano che la nostra ambasciata rimase aperta anche negli anni della guerra civile. Penso quindi che non dobbiamo avere eccessive preoccupazioni. Dovremmo preoccuparci invece di quale ruolo possiamo avere in questa transizione. La partita è aperta perché ci sono altri Paesi che potrebbero avanzare le proprie credenziali come possibili partner dell’Algeria. Dobbiamo stare attenti quindi a non farci scippare la nostra posizione privilegiata.

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