Caro direttore,
è parecchio buffo che la destra si faccia dare lezioni di sovranismo da un moderato liberale come Carlo Calenda, vero?
In questi giorni, prima che diventassero virali gli attacchi che il leader di Azione ha rivolto alla Ferrari Luce, ho notato che sui social è rimbalzato parecchio il duro j’accuse che l’ex manager ha rivolto a un’altra multinazionale sulla bocca di tutti: Meta.
“Come sarà l’Europa non lo deciderete voi oligarchi americani” il netto altolà che il politico ha intimato all’uomo che fa le veci di Mark Zuckerberg di Meta (Facebook, Instagram e WhatsApp) da questa parte del mondo: Angelo Mazzetti, Public Policy Director di Meta.
Mazzetti, del resto, non fa che ripetere tanto nelle interviste quanto nei suoi interventi pubblici, quanto la vecchia Europa sia ostile alle Big Tech d’Oltreoceano. Ti leggo qualche suo passaggio di questo resoconto trovato online (Fonte: EgiNews) di un incontro promosso da Adnkronos e Meta al Centro studi americani: “L’ipertrofia regolamentare dell’UE negli ultimi 10-15 anni ha portato spesso i consumatori europei a non avere accesso alle ultime tecnologie – ha detto Mazzetti che poi ha spiegato la bontà della loro azione, quasi filantropica: “Insieme a EssilorLuxottica produciamo smart glasses che hanno integrata l’intelligenza artificiale e danno la possibilità a chi soffre di disabilità, a non vedenti e ipovedenti, di poter ascoltare quello che non riescono a vedere e di poter interagire con l’AI direttamente con la voce nelle loro attività quotidiane. In questo momento però questi device sono minacciati nel loro design da un regolamento che è stato approvato anni fa e che entrerà in vigore il prossimo anno”.
Tutto questo lasciando un poco in ombra i seri profili relativi alla privacy da normare collegati proprio agli smart glasses che Start Magazine ha ben raccontato nell’ultimo periodo, s’intende.
Per il Public Policy Director di Meta, le grandi aziende che vogliono vendere qui da noi i loro prodotti starebbero di gran lunga meglio senza i lacci e lacciuoli normativi di Bruxelles: “I competitor negli Stati Uniti o in Cina, senza questo genere di limitazioni, hanno la possibilità di sviluppare i loro prodotti e quindi competere in maniera più aggressiva con un ecosistema che invece si sta sviluppando in Europa e che vede l’Europa in una posizione di leadership”.
Ma, sempre secondo il resoconto che ho trovato online, non solo così si argina la portata filantropica delle Big Tech che producono dispositivi per chi soffre di disabilità ma anche, nella narrazione di Mazzetti, si toglie la possibilità a Zuckerberg, Musk & Co di difendere i nostri diritti: “Inoltre – dice infatti l’uomo di Meta – limitando la possibilità di espansione di questi prodotti, si limita anche la possibilità che questi prodotti hanno di difendere i diritti dei cittadini”.
Angelo Mazzetti parla insomma del founder di Facebook, colui che abbiamo imparato a conoscere soprattutto dai resoconti giornalistici che dicono sia in grado di licenziare a tutto spiano migliaia di dipendenti con una mail, come un difensore dei nostri diritti. Curioso.
E infatti incuriosito dall’incontro che s’è tenuto al Centro studi americani (dove sennò?) ho voluto documentarmi sul sito dell’Adnkronos che quella tavola rotonda l’ha organizzata. Lì ho trovato altri virgolettati a profusione di Mazzetti: “Si parla da tempo dell’impatto positivo che l’IA avrà sulla nostra società e sulle nostre economie. L’Ue è rimasta indietro dal punto di vista tecnologico ma ha tutte le carte in regola per recuperare”. Come? “Bisogna – aridaje… – semplificare l’eccesso di regole prodotte negli ultimi 10-15 anni che hanno spaventato le imprese e ridotto investimenti, oltre ad aver aumentato i costi di compliance”.
Insomma, per Meta le norme europee sono ormai un chiodo fisso. Le stanno strette, la imbrigliano, non le permettono di innovare, di ridare la vista ai non vedenti e di tutelare i nostri diritti. Pare evidente l’intenzione di accelerare la moral suasion in vista dell’entrata in vigore del regolamento del prossimo anno.
Questa insomma la posizione di Meta sull’Europa.
Torniamo allora a quella di Calenda su Meta, che hanno curiosamente fatto più scalpore sui social di proprietà di Zuckerberg che sulla carta stampata (che pure battagliano da tempo con Zuck sull’equo compenso), dove è stato ripreso al più dalle testate locali dal momento che il ring dello scontro tra il leader d’Azione e il rappresentante della Big Tech Usa è stato un evento che s’è tenuto a Brescia.
In quell’evento Calenda, oltre a definire le Big Tech “leccapiedi di Trump, passati da politiche anche assurdamente Woke a eseguire ciò che diceva il nuovo presidente”, ha definito Mazzetti “rappresentate italiano di una compagnia oligarchica, che paga meno tasse di un operaio, che manipola gli algoritmi per fare aizzare le persone una contro l’altra, che vuole essere deresponsabilizzata, che non vuole regole” per poi concludere: Vi piace la libertà di Usa e Cina? Andateci a vivere, entrambe sono per smontare l’Europa”.
Fin qui, direttore, niente di nuovo.
Calenda, che annaspa nel suo 3,5% rischiando l’irrilevanza politica (lo dicono gli ultimi sondaggi Swg pubblicati dal TgLa7) se la prende quotidianamente con qualcuno (ieri Meta, oggi Ferrari, domani chissà…) per far parlare di sé. Ciò è innegabile e non sto certo facendo chissà quale rivelazione.
Come è innegabile che quel suo 3,5 per cento in un periodo di incertezza politica che sta spingendo la maggioranza a ritoccare la legge elettorale possa far comodo tanto al centrodestra (che deve peraltro misurarsi con l’incognita vannacciana) quanto al centrosinistra, diventando un possibile ago della bilancia.
Qui mi aggancio alle ultime Comunali: a Reggio Calabria ha vinto Francesco Cannizzaro, vicecapogruppo alla Camera di Forza Italia e coordinatore del partito in Calabria, sostenuto non solo dai soliti Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega, Noi Moderati, ma pure da Azione. Stesso scenario a Venezia, dove Calenda ha contribuito alla vittoria dell’ex Udc Simone Venturini.
Se tanto mi dà tanto, fallita l’ipotesi di campo largo col PD, che del resto non può certo permettersi di mollare i 5Stelle di Conte che Calenda odia, Azione potrebbe diventare il puntello di un centrodestra finora molto di destra e poco di centro.
Mi chiedo però cosa ne pensino da quelle parti delle regole europee che vengono osteggiate dalle Big Tech Usa. Specie dopo che ieri la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, intervenendo a Confindustria ha definito la Ue un “gigante burocratico“, chiedendole di far “meno ma meglio”. Che pare la medesima posizione dell’uomo di Meta in Italia.
E dire che, in termini meramente di principio, la sovranità digitale e normativa – per non parlare di eventuali leggi protezionistiche – dovrebbero essere cari alla destra, come peraltro Trump insegna dato che tutte le sue leggi rientrano in quell’alveo…
A quanto pare no, dato che, come dicevo, l’intervento a gamba tesa di Calenda su Meta non se l’è filato nessuno, a eccezione di Nicola Porro – firma sempre apprezzata e seguita dal centrodestra – che sul suo blog lo ha ripreso per randellare però il leader d’Azione. “La sfuriata di Calenda contro Big Tech: gratta gratta ed esce il comunismo”, il titolo del pezzo apparso sul sito del giornalista libero battitore ma comunque afferente all’area di centrodestra.
Nell’articolo si legge: “Forse non se ne rende conto, ma sta usando un tipico argomento socialista, basato esclusivamente sull’invidia sociale. Per la cronaca, il Paese più equo, stando all’ultimo Indice Gini misurato, è il Venezuela di Maduro. Lo vogliamo prendere come benchmark? Solo un marxista o chi ne fa le veci è convinto che la ricchezza dell’uno sia a discapito del benessere degli altri. Una persona che ha la libertà a cuore non bada alla differenza, ma alla ricchezza dell’individuo. Non importa che ci sia una persona, nel mio Paese, che sta molto meglio di me, quel che importa veramente è che io non muoia più di fame.Il vantaggio della globalizzazione e di un’economia di mercato è proprio quello di far uscire sempre più persone dalla povertà, non quello di equalizzare ricchi e poveri (verso il basso, magari, come succede in tutti i sistemi statalisti)”.
E, ancora: “I grandi delle Big Tech sono partiti tutti da zero: Bill Gates nel suo garage, Steve Jobs era un mezzo hippy giramondo, Jeff Bezos con la sua piccola libreria, Elon Musk con un videogioco fatto quando era studente e piccole imprese della prima web economy, la gigantesca Netflix è nata come negozio di noleggio film per corrispondenza, Mark Zuckerberg era uno studente quando ha lanciato il primo Facebook. L’Ue è in grado di vantare storie altrettanto rapide di ascesa verso il successo? No. E non chiamateli “oligarchi”, per favore. Gli Usa non sono la Russia di Putin, nessuno di questi innovatori ha avuto bisogno della protezione dello Stato per poter diventare colossi globali. Non parliamo solo di singoli personaggi, parliamo di innovazione in senso lato. Chi ha inventato l’industria moderna nella Seconda rivoluzione industriale? Ford, negli Usa. Qual è stato il primo colosso informatico? Ibm, negli Usa. Chi ha inventato Internet? Arpanet, negli Usa. Dove Internet, da sperimentale/militare che era è diventata commerciale e alla portata di tutti? Negli Usa. Chi sta creando l’Intelligenza Artificiale? Varie aziende e centri di ricerca negli Usa. Chi domina la corsa allo spazio? La Nasa e aziende private (Space X, Blue Origin…) tutte negli Usa”.
Quasi una arringa che rende l’articolo una difesa d’ufficio non solo di Meta, ma anche di tutte le altre grandi aziende tecnologiche oggi convintamente alla corte di Trump. Quindi la climax finale: “Gli argomenti usati da Calenda, purtroppo, non sono solo quelli di un leader di partito di una delle formazioni meno votate in Italia, ma sono moneta comune in tutto il Vecchio Continente. C’è un europeismo straccione, esattamente come c’era uno sciovinismo straccione prima dell’Unione. Un modo di consolarsi da “siamo poveri ma più felici”.E non è solo questo: le parole di Calenda sono l’ennesima dimostrazione dell’ostilità europea (italiana, in particolare) per la libertà individuale. Sembra di risentire le stesse critiche mosse a Charlie Kirk, a cadavere ancora caldo, quando gli rimproveravano la difesa del diritto a portare armi e la difesa della libertà individuale d’espressione. In pratica: “voleva la libertà, si è meritato di essere ucciso”. Ecco, gli argomenti sono dello stesso tenore, come i commenti che si leggono sotto il video della lite di Calenda. Con dei liberali così, che bisogno c’è di socialisti e populisti?”
Un cortocircuito mirabile in cui il sovranismo normativo e digitale vengono letti come avanguardia di un marxismo declinato sulla tecnologia e voglia di statalismo.
Direttore, se questa sarà pure la posizione del centrodestra (e Meta non a caso ha organizzato con uno dei quotidiani più a destra, Il Tempo, proprio un convegno su questi temi dal titolo che è tutto un programma: “Il necessario arretramento della regolazione europea”), mi chiedo come possa pensare Azione di costruirci un programma politico assieme.
Tra i due litiganti, il terzo (Meta) gode?
Chi vivrà vedrà, o ai social l’ardua sentenza.
Carlo Terzano







