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Banche, rischi, debito. Tutte le regole Ue volute da Merkel e Macron che Tria cercherà di cambiare

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L’analisi di Gianfranco Polillo sulle regole in fieri in Europa su banche, condivisione dei rischi e peso del debito sovrano

Dispiace che uno dei punti dell’intervento di Giovanni Tria, alle due Commissioni bilancio riunite per l’occasione, sia stato quasi completamente trascurato. Il ministro dell’Economia aveva preannunciato di essere stato pronto a mettere il veto, se le proposte di Meseberg, in cui Emmanuel Macron ed Angela Merkel avevano trovato la quadra, fossero state poste all’ordine del giorno.

Per fortuna non è stato necessario, grazie anche ad un’opposizione ben più diffusa. Insomma: l’Italia si è trovata in buona compagnia. Un po’ perché quelle proposte erano un vestito fin troppo stretto, ritagliato sul fisico di Francia e Germania. Un po’ perché l’asse franco-tedesco comincia ad infastidire gli altri partner europei. La Cancelliera ed il Presidente francese non hanno più la forza di un tempo. Gli altri ne sono consapevole, e giustamente, alzano la testa.

Che cos’è che non andava nella “Meseberg declaration” ed i suoi propositi di riformare l’intera governance europea? Una certa vaghezza di propositi da un lato, come quelli relativi al “nuovo bilancio” europeo per il rilancio degli investimenti e della competitività (tante buone intenzioni ma pochi soldi) o dell’assicurazione comune contro la disoccupazione (stesso discorso). Cui contrapporre, tuttavia, regole molto più stringenti per quanto riguardava le banche e i più complessivi assetti di finanza pubblica. Con controlli da affidare sempre all’EFM (European Stability Mechanism), dotandolo, tuttavia, di nuove regole d’ingaggio e attribuendogli una diversa governance in grado di superare le vecchie posizioni di blocco a favore dei singoli partecipanti. Tema spinoso, quest’ultimo, e quindi non meglio precisato. Ma il sospetto, più che fondato, era quello che, alla fine, l’eventuale diritto di veto sarebbe stato appannaggio esclusivo della Francia e della Germania.

Due organi distinti – la Commissione e l’EFM – si sarebbero così contesi il diritto di valutare l’andamento dei conti pubblici dei singoli Paesi. All’EFM sarebbe stato, infatti, concesso il compito di sviluppare la cosiddetta Debt Sustainability Analysis. Di non limitare il suo intervento alla sola valutazione dello stato di salute del sistema bancario o del singolo istituto. Ma di entrare nel merito delle scelte gestionali compiute, considerando, ad esempio (vecchio pallino tedesco), quanti titoli del debito sovrano erano posseduti dal singolo istituto di credito. Per poi valutarne il rischio relativo e quindi imporre appropriate scelte gestionali. Nel frattempo l’EDIS (European deposit insurance scheme), ossia l’assicurazione sui depositi (pilastro fondamentale dell’Unione bancaria) era ulteriormente rimandata. Sarebbe stata presa in considerazione solo dopo lo smaltimento di una quota parte dei non performing loan: la zavorra che grava su tutte le banche europee. Ma che in Italia ha un peso molto superiore.

Che il problema esista è fuori discussione. Nel corso degli anni l’Italia ha ridotto notevolmente il peso degli Npl: da un picco del 17 per cento del 2016, sono scesi all’11,1 per cento del 2017. In un solo anno la caduta è stata pari ad oltre 44 miliardi. Ma la media dell’Eurozona è molto più bassa: pari al 4,9 per cento. C’è quindi ancora molto da fare. Solo che ipotizzare di raggiungere questo traguardo in un orizzonte temporale, come quello sotteso alla “Meseberg declaration” sarebbe stata una missione impossibile. A tutto ciò si deve aggiungere le nette discrepanze che si registrano in tema di accantonamenti rispetto alle sofferenze. Insomma un puzzle difficile da comporre. Da qui la difficoltà ad accettare una proposta che poneva un tetto molto rigido per gli NPL: 5 per cento per i crediti deteriorati lordi e 2,5 per cento per quelli netti.

Se questo era il bastone, la carota era data dalla disponibilità ad approntare una nuova linea di credito (backstop) a favore degli istituti di credito all’insorgere delle prime difficoltà finanziarie. Nessun pasto gratis, tuttavia. I finanziamenti sarebbero stati concessi solo sulla base di un programma concordato rivolto ad eliminare le criticità di base. Ciò che non ha convinto il ministro Tria è stato soprattutto lo scarto che si è verificato tra il momento della condivisione del rischio e la possibile stretta sugli Npl. In una fase in cui l’economia italiana mostra i primi segnali di rallentamento, determinare un’ulteriore stretta del credito, accentuando i ritmi del risanamento bancario avrebbe comportato rischi sistemici per l’intero sistema economico. Con riflessi pesanti sugli stessi equilibri di bilancio. Insomma: un cane che si mordeva la coda.

Alla fine, quindi, l’Eurogruppo ha deciso di soprassedere. Il futuro immediato fa, infatti, meno paura. I tempi del riassorbimento del quantitative easing sono, almeno secondo le previsioni, piuttosto lenti. Mario Draghi è deciso a non alzare i tassi di interessi come minimo fino alla prossima estate. Ed anche oltre, se la situazione internazionale, per effetto delle spinte protezionistiche, dovesse peggiorare. Dall’inizio dell’anno la Bce non comprerà i titoli del debito sovrano. Si limiterà a rinnovare lo stock che già possiede, depositato presso le singole Banche centrali di ciascun Paese. Ma anche in questi casi esistono dei margini d’intervento. L’idea è di rinnovare i titoli, comprando, tuttavia, quelli a più lunga scadenza al fine di stabilizzare il mercato. Fine tuning: come dicono gli inglesi. Tecniche sofisticate. Ma il presupposto di tutto ciò è che nel frattempo la situazione finanziaria dei singoli Paesi non peggiori. Il cruccio di Giovanni Tria. Che dovrà divenire patrimonio comune dell’intero governo.

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