Sono in corso le audizioni parlamentari presso la Commissione Affari Costituzionali della Camera, un ampio ciclo di consultazioni che coinvolge circa 70 esperti per esaminare le proposte di legge elettorale. Si andrà avanti per tutto maggio, il dibattito ruota sostanzialmente sul premio di governabilità, la proposta di 70 seggi aggiuntivi per chi supera il 40% dei voti, sul ballottaggio e su come armonizzare sistema elettorale e premierato.
Obiettava ieri sera Giancarlo Loquenzi, giornalista competente, concreto e liberale, che la sequela di audizioni con i costituzionalisti è ridicola, trattandosi di temi su cui le biblioteche cartacee e digitali esondano di studi e saggi. Sappiamo già tutto. E nessuno affronterà il toro per le corna, nessuno ha interesse a impelagarsi in questioni più profonde e complesse: il vincolo di mandato che impedirebbe il passaggio di parlamentari da una sponda all’altra, il bicameralismo che rallenta e complica inutilmente gli iter legislativi, la separazione tra legislativo ed esecutivo che il leaderismo ha reso obsoleta. Il mondo, almeno quello dove viviamo, chiede processi decisionali celeri ed efficaci, ha mandato in soffitta la tripartizione dei poteri di Montesquieu e le democrazie, il cosiddetto minore dei mali, hanno bisogno di energici aggiornamenti per evitare la tracimazione in autocrazie: segnali inquietanti in tal senso non mancano.
E invece no, assisteremo a estenuanti polemiche di bottega. I sondaggi dicono che centrodestra e attuali opposizioni sono in equilibrio sostanziale, il famigerato pareggione ci attende e, pertanto, diventerebbe essenziale cambiare anche solo una regoletta, consentire con un codicillo a chi vince anche per un solo voto di avere una maggioranza solida e governare tranquillo per l’intera legislatura. Ci si prospetta un forsennato dibattito condizionato dall’incognita Vannacci a destra, dallo spettro moderato al centro che include Lupi, Calenda e Renzi, oggi divisi su fronti opposti, dal dibattito irrisolto su come trasformare Pd e M5S in un campo largo, primarie o non primarie, dall’incognita di Forza Italia… Abbiamo riassunto brutalmente ma, crediamo, correttamente.
La miglior legge elettorale è la più conveniente, si sa. Ogni partito e persino il singolo esponente fanno i calcoli ipotizzando diversi scenari normativi e sostengono, banalmente, quello che offre loro maggior probabilità di confermare scranno e potere. Non è una semplificazione da bar o da social, è l’atteggiamento inevitabile della politica, poiché anche la formazione e la persona più intellettualmente oneste e meglio intenzionate devono tatticamente privilegiare il proprio successo rispetto agli obiettivi di interesse comune: il primo è la logica premessa per realizzare i secondi.
Questa politica che abbiamo appena descritto, insomma, non è una scienza, lo lamentava già qualche decennio fa il buon vecchio Domenico Fisichella (che non figura tra gli audiendi della Camera). È una prassi, un faticoso succedersi e incastrarsi di norme che determinano i comportamenti delle classi dirigenti e i risultati che esse ottengono a favore di noi tutti. Risultati molto scarsi, lo iato con le promesse elettorali e gli impegni assunti rispetto ai cittadini è sempre amplissimo. Anche nel caso di discreti governi come l’attuale che, per dire, ha consentito all’Italia buone prestazioni nella salute, nell’export, nelle assunzioni pubbliche, nel rinnovo dei contratti e soprattutto nello spread, importantissimo per un paese indebitato come nostro. Ma, un attimo: queste performance l’Italia le ottiene davvero per merito di Giorgia Meloni e dei suoi ministri oppure, viceversa, loro godono delle capacità del sistema paese e di noi cittadini lavoratori? E se fosse vera la seconda interpretazione, però, anche i molti limiti italiani, a partire dal debito, sono allora colpe nostre, della gente comune, e non di chi ci guida e comanda?
Attenzione, che qui la quaestio si fa ancora più vexata e investe non le regole della politica ma la sua utilità, il suo senso profondo. Anch’esso, pare, superato da poteri finanziari, economici e tecnologici ben superiori a quelli degli Stati democraticamente regolati.







