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L’attesa della Brexit e la vittoria del nazionalismo inglese. Il Punto di Meloni

di

Johnson

Che cosa significa l’uscita dall’Unione europea per il Regno Unito. L’approfondimento di Daniele Meloni

Alla fine anche il vicepresidente del potente European Research Group (ERG), Mark Francois, ha dovuto gettare la spugna: non ci saranno i “bong” del Big Ben a scandire l’ora in cui il Regno Unito lascerà l’Unione Europea. La dipartita è prevista per domani alle 23, ora di Greenwich.

Francois e gli altri brexiteers dovranno accontentarsi del party che si terrà a Parliament Square di fronte a Westminster organizzato da Nigel Farage tra le statue di Churchill, Palmerston e tanti altri illustri statisti della storia britannica. Volendo parafrasare la filosofia spiccia: l’attesa della Brexit è stata essa stessa la Brexit, ma ora è finita.

Le ultime ore del Regno Unito nell’Unione Europea stanno passando in relativa tranquillità, senza l’armageddon annunciato dai giornali pro-Ue. Ieri il Parlamento Europeo ha votato a stragrande maggioranza in favore dell’accordo stipulato da Johnson con i vertici di Bruxelles alla fine del 2019. Tra gli europarlamentari britannici alcuni esultavano, altri piangevano: goodbye Unione Europea, adieu.

Boris Johnson è al lavoro con i suoi speech-writers per parlare alla nazione da Downing Street un’ora prima della fatidica ora: sarà un Primo Ministro conciliante, che sottolineerà di avere mantenuto la sua promessa elettorale ma che si rivolgerà a tutti i cittadini britannici, anche quelli che da oltre tre anni hanno lavorato affinché la Brexit non accadesse. Il tono da One Nation Conservative sarà il filo rosso che legherà tutto il suo intervento volto a ricompattare il paese e i vari pezzi del Regno Unito dopo la dura battaglia sull’Europa.

Da sabato Johnson lavorerà ai nuovi accordi commerciali con l’Ue e con gli altri paesi extra-Ue. In particolare molti brexiteers si aspettano una rinnovata centralità dell’anglosfera, un rapporto più vicino con le nuove potenze asiatiche e novità significative anche con i paesi del Commonwealth, mera organizzazione culturale e plaything dei Reali inglesi. Il rapporto con l’Europa sarà –per usare le parole dello stesso premier – “amichevole e cooperativo”. Nessun Vaffa-Day nelle intenzioni degli inglesi. A Bruxelles, dopo un antagonismo puerile e poco lungimirante, pare si siano adeguati.

Il governo Tory sta già portando avanti le sue politiche in materia di trasporti, ospedali e salario minimo (ad aprile verrà adeguato al di sopra del netto dell’inflazione) e anche nei rapporti con gli Home Countries. Se il nazionalismo gallese non fa paura, quello scozzese e quello irlandese pare si siano ridestati. Johnson ha già rimesso in moto il Parlamento nordirlandese di Stormont e ha stroncato sul nascere le richieste di Indyref2 della First Minister scozzese Nicola Sturgeon. Ma proprio la Brexit ha riportato in auge il risorgere del nazionalismo inglese, a lungo soffocato dalle tendenze devoluzioniste e indipendentiste delle altre nazioni.

L’uscita dall’Unione europea è una grande vittoria degli inglesi e del loro modello di self-government ma anche l’affermazione di uno spirito di coraggio e di fiducia nei propri mezzi che già in passato era emerso in tutta la sua potenza.

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