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Amorazzi, baruffe e dubbi. Come va il fidanzamento M5s-Pd. Appunti sull’agenda in fieri tra democrat e grillini

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L’approfondimento di Andrea Mainardi a latere dell’incontro tra le delegazioni di M5S e Pd in vista di un eventuale governo giallo-rosso

 

Non hanno ancora inviato le partecipazioni, ma intanto Pd e M5s stanno compilando le rispettive liste di nozze. Dieci punti dei cinquestelle e cinque (più tre) dei dem. È il canovaccio per la trattativa su un nuovo contratto di governo – o prove di convergenze parallele che dir si voglia. Ma dal Pd, dopo la riunione con la delegazione pentastellata di oggi, arriva un auspicio: “Poniamo come pre-condizione, prima di passare a parlare del merito, quella di sciogliere ogni forma di ambiguita’” affermando con chiarezza “che questa e’ l’unica interlocuzione possibile”, ha riferito Andrea Orlando, vice segretario Pd, al termine dell’incontro con i deputati del M5S. “Prima di entrare nel dettaglio c’e’ bisogno di sciogliere questo nodo politico”, ha aggiunto.

DESTRA O SINISTRA PARI SONO?

Punti di contatto tra gli acerrimi nemici di ieri non mancano. Sulla strada di un prossimo tentativo di fratellanza da oggi a martedì – quando si torna al Colle – ci sono anche le differenze. Poco male. Twitta caustico il giornalista della Stampa Jacopo Iacoboni: “Il M5s è nato come un puro strumento di consenso, può andare sia a destra sia a sinistra”.

CORRISPONDENZE DI AMOROSI SENSI GIÀ NEL 2018

Già nel 2018 il gruppo di lavoro coordinato dal prof Giacinto della Cananea – voluto dai Cinquestelle per studiare le possibili convergenze fra M5S e Lega o Pd in vista di un “governo di cambiamento” – aveva prodotto una sintesi programmatica all’insegna del compromesso. Il giurista a inizio agosto al Mattino ha ricordato di avere da tempo sottolineata l’incertezza dell’asse Salvini-Di Maio. Riassume: “Convergenze tra i tre programmi c’erano. Una minima tra quelli del Pd e della Lega, uno spazio significativo tra le piattaforme di Pd e M5S, convergenze minori ma pur rilevanti tra M5S e Lega”.

ODI ET AMO

Che Alessandro Di Battista stia per uscire con un instant book sul presunto partito di Bibbiano è rospo che il Pd digerirà, come, nel nome della nuova fratellanza, dimenticherà i gentili epiteti raccolti. Come: Pd partito “di estrema destra”, partito che “non esiste, come Mark Caltagirone”; partito che “merita l’estinzione”. Matteo Renzi ha già perdonato. È archeologia il confronto streaming tra lui, premier incaricato, e Beppe Grillo nel febbraio 2014: “Vuoi svendere la sovranità, noi la vogliamo mantenere”. Il fantasista dei Cinque stelle aggiungeva una frase che può oggi suonare miele o fiele per alcune orecchie democratiche: “Noi siamo i conservatori”. Adesso il garante del Movimento pare si stia dando molto da fare come prònubo dello sposalizio giallorosso. Così come Davide Casaleggio in quello di principale sensale.

LAVORO E SALARIO MINIMO

Già nel 2018 M5s e Pd concordavano sull’adozione di un salario minimo garantito e dell’equo compenso. Tutto sommato punto di incontro si potrebbe registrare anche nel superamento del renziano Jobs Act. Tanto Matteo perdona. Anche i dem auspicavano un anno fa norme per la “creazione di posti a tempo indeterminato economicamente più vantaggiose”.

SCONGIURARE AUMENTO IVA

In generale si registrano simpatie reciproche per (ovviamente) scongiurare l’aumento dell’Iva. Disco verde al taglio del cuneo fiscale. E sul reddito di cittadinanza si può trovare un agreement. Diverso nella forma, ma l’impianto pentastellato in fondo non si allontana dal piddino reddito di inclusione.

L’EMILIA ROMAGNA SEDUCE DI MAIO

Sul fronte autonomie il decalogo M5s si accorda bene al modello soft della rossa Emilia Romagna. Di Maio mette l’accento su “autonomia differenziata” e “cancellazione degli enti inutili”. Non mancano le sottolineature giornalistiche su una pretesa distanza sulle riforme. L’ex vicepremier grillino mette come priorità il taglio dei parlamentari. Il Pd: fino ad oggi ha votato contro. Non è che non è d’accordo, ma – si ripete – si insiste per una riforma organica: ridefinizione dei collegi elettorali e nuova legge elettorale. Magari verso un modello proporzionale per salvaguardare la rappresentanza e – aspetto utile a entrambi – capace di arginare l’ascesa della Lega. Se nei cinque punti Pd votati in direzione, si accenna ad una generica “centralità del Parlamento”, in uno dei tre informali paletti posti dal segretario Pd Nicola Zingaretti spunta lo stop al taglio dei parlamentari. Ma stop non è bocciatura. E Luigi Di Maio infatti, chiudendo a Salvini, ha chiaramente aggiunto che il taglio dei parlamentari non va fatto necessariamente domani, ma deve essere “un obiettivo di legislatura”. È fede in un governo di lunga durata. È mano tesa al Pd: c’è tempo per discutere.

AMBIENTE

Sulla tutela ambientale M5s e Pd sono in sintonia sui principi. Ci mancherebbe. Ma sul tema infrastrutture tutto cambia. Archiviato il dramma Tav, oggi un tema sul tavolo potrebbe essere quello delle trivellazioni in mare. Idee diverse. Sul punto, semmai, i dem sono più in sintonia con la Lega.

COL TRATTORE IN TANGENZIALE ANDIAMO A COMANDARE

Frizioni importanti potrebbero verificarsi sulla revisione delle concessioni autostradali. Per i cinquestelle sembra ancora un obiettivo di prima grandezza; il Pd ha qualcosa da ridire.

BANCHE, UN NODO DA DIMENTICARE

Più significative le distanze sulla riforma del sistema bancario. Sulla carta gli intenti (già nel 2018), erano simili, quando si programmava un diverso trattamento fiscale tra banche commerciali e d’affari. (Era d’accordo pure la Lega). Partita tutta da giocare: anni di accuse pentastellate su ipotetici interessi dem negli istituti bancari bruciano ancora. Ma tutto si può discutere. Almeno oggi. Alcuni ingoiando rospi, altri rimuovendo dalla memoria il fastidio dei rimproveri. Se l’obiettivo è arginare Salvini, questo e altro.

Maria Elena Boschi, ai tempi triturata dai grillini su Banca Etruria, ha già fatto sapere di essere pronta a votare un’eventuale fiducia. Poi un sussulto: “Ma al governo, anche no”.

QUANDO DI MAIO PARLAVA DI TAXI DEL MARE

Complesso il discorso immigrazione. Tra i non ufficiali tre punti zingarettiani c’è l’abolizione dei decreti sicurezza. Le giravolte degli ultimi giorni hanno visto l’ex governo Conte adottare (confermare una sottesa politica?) una linea decisamente più morbida rispetto al capitano leghista. Di Maio oggi rubrica la faccenda nella sezione legalità. Che è un buon inizio nel dialogo col Pd. Sono passati i tempi in cui il leader pentastellato coniò l’espressione “taxi del mare” riferendosi alle imbarcazioni delle Ong. Era il 2017. Politicamente anni luce rispetto al battesimo del governo M5s con la Lega.

Chi paga questi taxi del Mediterraneo? E perchè lo fa? Presenteremo un'interrogazione in Parlamento, andremo fino in fondo a questa storia e ci auguriamo che il ministro Minniti ci dica tutto quello che sa.

Geplaatst door Luigi Di Maio op Vrijdag 21 april 2017

MA DAVVERO I GRILLINI SONO ANCORA EUROSCETTICI?

Sulla leale appartenenza all’Unione europea invocata dalla direzione dem, le ricette sono ufficialmente differenti. Eppure quattordici mesi di governo hanno registrato non pochi momenti di sbiadito euroscetticismo M5s. Un broccardo invertito dove scripta volant e verba manent. Come i discorsi sull’immigrazione al bar tra una spremuta e un caffè di Conte e Merkel hanno intercettato. Più una serie di questioncelle economiche messe in fila dall’economista di punta della Lega, Alberto Bagnai (qui).

ATLANTISTI TRUMPIANI CON MOSCA E PECHINO NEL CUORE

Già a fine luglio 2018 il premier Giuseppe Conte volò negli Usa. Seguirono entusiasti tweet entusiasti di Donald Trump. A Washington hanno tardato un poco a farsi vedere Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Che non significa necessariamente che il M5s è meno atlantista del Pd. Ma è cronaca: l’avvicinamento con Russia e Cina è documentato e importante. E non è poi così una distanza abissale dalla galassia democratica. Renzi criticò le sanzioni a Mosca.

L’AFFARE 5G

L’amicizia di lunga data con Pechino del M5s parte lontana. Nel presente, al di là delle nuove vie della seta, la partita cruciale sembra giocarsi sulla tecnologia 5G. La simpatia verso la multinazionale dagli occhi a mandorla Huawei – sospettata di spionaggio da Trump – è talmente manifesta che qualche settimana fa l’ambasciatore americano in Italia si è fiondato nell’ufficio del vicepresidente (leghista) Giancarlo Giorgetti per quella che il Fatto Quotidiano ha definito una strigliata ai gialloverdi.

PARLATECI DI HONG KONG

Sullo sfondo, una missione di metà estate a Hong Kong del grillino Manlio Di Stefano. Quando nell’ex colonia britannica tornata sotto il cappello del regime comunista da settimane andavano avanti proteste che ancora proseguono, il sottosegretario agli Esteri vantava un incontro con gli imprenditori locali italiani e la possibilità dei giovani del Bel Paese di poter fare esperienza lavorativa nella regione. Nessun accenno alle manifestazioni. Giulia Pompili sul Foglio commenta: “Fa propaganda alla Cina”.

LA REALPOLITIK FORSE NON DISTANZIA PIÙ

Distanze geopolitiche con il Pd? Tutti i governi hanno impostato i loro rapporti con Mosca e Pechino all’insegna del realismo. La mano tesa di Renzi a Putin, non sembra mancare anche nei rapporti con Xi. Nel 2014 (governo Renzi) fu siglata una cessione ai cinesi del 35% di Cdp Reti, società del Gruppo cassa depositi e prestiti che gestisce investimenti in Snam, Italgas e Terna. I Pentastellati all’opposizione la presero malissimo e si affrettarono a presentare un’interrogazione parlamentare, contestando – tra l’altro – anche un viaggio del premier dem in Cina pochi giorni prima l’operazione.

MORBIDEZZA SU MADURO

Sulla crisi in Venezuela, a inizio anno, il M5s – come Russia e Cina – non si schiera apertamente contro Maduro, negando il sostegno europeo al leader dell’opposizione Juan Guaidò. Il Pd sulla questione si spaccò, con cinque astensioni alla mozione che eccitò le fratture interne.

CONVERGENZE PARALLELE A FAVORE DI NARRAZIONE

Insomma: una discreta macedonia programmatica. Da condire con non impossibili e non scontate convergenze parallele. Termine rispolverato dai commentatori non di rado come ironico riecheggiamento di toni e stili da Prima Repubblica. Espressione coniata da Eugenio Scalfari ai tempi della pax Dc-Comunisti ed erroneamente spesso attribuita al leader della Democrazia cristiana Aldo Moro. Che infatti aveva parlato di “convergenze democratiche”. Termine più preciso per documentare quella che è la narrazione interna a M5s e Pd e la loro comunicazione agli elettori: un abbraccio necessario tra diversi nel nome della necessità politica di porre un argine alla crescita di Salvini, descritto – bizzarrie da Palazzo – come poco democratico o niente affatto democratico mentre chiede di ridare la parola agli elettori.

“NON REGGONO”. PAROLA DI BAGNAI

E se il giurista Della Cananea già un anno e mezzo fa vedeva più punti di convergenza tra Pd e M5s di quanti ce ne fossero – almeno sui principi – tra grillini e Lega, giovedì sera il leghista Alberto Bagnai al Berghem Fest la vaticina invece così: “Un governo progressista o simil progressista Pd-M5s in un paese che ha deciso di essere conservatore avrebbe vita breve”.

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