Innovazione

WeWork mette l’Ipo in un angolo

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WeWork

WeWork ha ritirato formalmente il prospetto per la sua offerta pubblica iniziale. Il tentativo fallito è costato il posto di lavoro all’ex ceo Adam Neumann

Tanti cambiamenti nel giro di una settimana per WeWork. Prima la destituzione del ceo e la ristrutturazione della governance, poi il ritiro della documentazione per l’attesa Ipo. Ieri We Company, casa madre di WeWork, ha formalmente ritirato il piano per quotare la società di co-working per l’ufficio. Meglio riconquistare la fiducia degli investitori e ridurre la perdita in bilancio. Tutti i dettagli.

LA DECISIONE SULL’IPO

“Abbiamo deciso di rinviare la nostra Ipo per concentrarci sul nostro core business, i cui fondamenti rimangono forti”, hanno dichiarato in una nota i nuovi ad di WeWork, Artie Minson e Sebastian Gunningham. “Si tratta di una pausa ufficiale nel nostra operazione per l’Ipo”, hanno spiegato i due ceo, precisando che “WeWork diventerà una società pubblica, ma possiamo quotarci solo una volta e vogliamo farlo nel modo giusto”. Modo giusto, appunto, perché da quando la società ha depositato la documentazione lo scorso 14 agosto ha affrontato una tempesta di opposizioni, investitori in primis.

DOPO VALUTAZIONE IN CALO

WeWork ha subito forti critiche da parte degli investitori in seguito alla pubblicazione della documentazione pre-Ipo, rivelando enormi perdite e una struttura aziendale confusa. SoftBank, uno dei principali finanziatori di WeWork, sperava che l’Ipo avrebbe rafforzato i suoi profitti tanto che a gennaio ha investito in We Company con una valutazione di 47 miliardi di dollari. Tuttavia lo scetticismo degli investitori in borsa ha spinto i consulenti a valutare l’Ipo di WeWork soltanto 15 miliardi di dollari, meno di un terzo della valutazione che la società ha stabilito grazie al finanziamento di SoftBank quest’anno.

Da allora, l’Ipo è rimasta in bilico, poiché ha ritardato il roadshow degli investitori a causa della domanda debole e di una valutazione in calo.

LE DIMISSIONI DI NEUMANN

Gli investitori privati — SoftBank in cima — hanno reclamato dunque la testa del ceo. Lo scorso 24 settembre, il co-fondatore di WeWork, Adam Neumann, ha annunciato la dimissioni dal ruolo di ceo, per diventare vice presidente non esecutivo della società.

SEMPRE IN PERDITA

WeWork, che affitta e possiede spazi in edifici per uffici e poi affitta scrivanie e locali ai clienti, ha raccolto oltre 12 miliardi di dollari dalla sua fondazione nove anni fa ma non ha mai realizzato profitti.

PRIMO: RACCOGLIERE DENARO

La società con sede a New York aveva una scadenza per completare la quotazione entro la fine dell’anno al fine di garantire un prestito di 6 miliardi di dollari, oltre ad almeno 3 miliardi di dollari di capitale che WeWork avrebbe raccolto nell’Ipo.

Nel frattempo, i nuovi ceo sono in trattativa per rinegoziare un’iniezione di 1,5 miliardi di dollari — che potrebbero diventare 2,5 miliardi — da SoftBank, in scadenza il prossimo anno. Per ora, WeWork ha denaro. Ma continua a bruciare più denaro di quello che genera. La sua perdita annuale ammonta a quasi  5.200 dollari per cliente. La compagnia è sulla buona strada per bruciare 2,7 miliardi di dollari quest’anno.

SECONDO: RIDURRE I COSTI

In seguito alle dimissioni di Neumann, i nuovi ceo di WeWork stanno soppesando possibili tagli e cessioni del personale oltre alla vendita di attività terze. Secondo Bloomberg, probabilmente WeWork rinvierà l’offerta al prossimo anno, prima tenterà di aggiustare il tiro del modello di business.

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