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Ecco proposte e dubbi sul piano dell’Europa per i microchip

Chips Act

Martedì 8 febbraio la Commissione Ue presenterà il Chips Act per rendere l’Unione un attore di peso nel settore dei microchip. Ma ci sono dubbi sui finanziamenti e sull’uso degli aiuti di Stato. Tutti i dettagli

 

Martedì 8 febbraio, la Commissione europea presenterà la sua proposta di “European Chips Act”, ovvero il piano che dovrebbe aumentare il peso dell’Unione europea nel mercato mondiale dei microchip, dei componenti critici per tutta una serie di industrie, dall’automotive all’elettronica alla difesa.

IL CONTESTO, IN BREVE

Anche noti come semiconduttori, ad oggi i microchip vengono fabbricati principalmente in Asia (Taiwan e Corea del sud) con tecnologie sviluppate negli Stati Uniti. L’Europa vuole recuperare terreno e installare le fasi di design e manifattura dei chip sul proprio territorio per raggiungere l’autonomia tecnologica e proteggersi da future crisi delle forniture che metterebbero a rischio l’economia e la sicurezza nazionali: quella attuale va avanti da oltre un anno, e pare che non si risolverà a breve.

GLI OBIETTIVI EUROPEI

A fine gennaio Thierry Breton, commissario europeo per il Mercato interno, aveva anticipato che l’Unione europea puntava a investire miliardi di euro nei microchip per più che raddoppiare la sua quota globale di produzione entro il 2030, portandola al 20 per cento. Non aveva fornito cifre esatte sugli investimenti, ma parlato di un livello paragonabile a quello del piano statunitense, il CHIPS for America Act, contenente 52 miliardi di dollari.

La strategia europea, disse Breton, coprirà un arco temporale di venti-trent’anni e prevedrà regole più lasche sugli aiuti di stato per la costruzione di impianti di sviluppo e manifattura di chip di ultima generazione. Una fabbrica avanzata richiede in media una spesa di 20 miliardi di dollari; considerato l’avanzamento tecnologico, poi, queste strutture tendono a diventare obsolete in poco tempo, nel giro di cinque anni.

WHATEVER IT TAKES

“Faremo di tutto per attirare investimenti strategici”, disse Breton: “Voglio che l’Unione europea diventi un’esportatrice netta di semiconduttori come lo è con i vaccini”. “Non [per fare] tutto da soli”, precisò, “ma per averne la capacità se necessario, in modo che l’Unione europea non possa essere tenuta in ostaggio” da nazioni straniere che dovessero decidere di limitare le esportazioni di questi componenti.

I DUBBI SUL CHIPS ACT

Le ambizioni di Bruxelles sono grandi, ma i tempi sono stretti (il 2030 è tra otto anni appena) e ci sono perplessità sui fondi. I finanziamenti – come detto recentemente dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen – ammontano a 42 miliardi di euro: 30 miliardi sono già stati stanziati “dalle casse pubbliche”, scrive Bloomberg, mentre i restanti 12 proverranno da un mix di soldi pubblici e privati.

Il portale scrive che i bilanci degli stati membri dell’Unione sono tuttavia “sovraccarichi” e che – citando sue fonti anonime – è possibile una “battaglia” tra i governi nazionali per ottenere denaro europeo già assegnato ad altri progetti. Il bilancio dell’Unione europea è però stato deciso fino al 2027: la Commissione, dunque, non ha grandi margini di manovra.

Per questo, i finanziamenti al Chips Act arriveranno da linee già aperte, come da un fondo per il digitale da 1,8 miliardi o dal programma Horizon Europe sulla ricerca. I 30 miliardi di provenienza pubblica di cui ha parlato von der Leyen, nello specifico, sono una stima basata sull’entità degli aiuti di Stato che i paesi membri potrebbero emettere. Questi finanziamenti si dirigeranno verso piccoli progetti di ricerca e innovazione, ma serviranno anche da incoraggiamento per i colossi stranieri del settore – come la taiwanese TSMC o l’americana Intel -, spingendoli ad aprire stabilimenti in territorio europeo.

LA QUESTIONE DEGLI AIUTI DI STATO

Stando alla bozza di Chips Act visionata da Bloomberg, la Commissione vuole rendere meno stringenti le regole sugli aiuti di Stato qualora vengano destinati a fabbriche di microchip avanzati (cioè di dimensioni ridottissime) o particolarmente efficienti sul versante energetico.

Le regole attuali restringono gli aiuti di Stato alle soli fasi di ricerca o di produzione sperimentale. Le modifiche hanno invece lo scopo di attirare le aziende straniere. A questo proposito, a ottobre si parlò di come il governo di Mario Draghi stesse preparando un’offerta a Intel per convincerla ad aprire un impianto avanzato per la produzione di semiconduttori in Italia.

– Leggi anche: Intel impacchetterà in Italia i chip che produrrà in Germania?

COSA PENSANO GERMANIA, PAESI BASSI E ITALIA

Lo scorso novembre l’ormai ex-cancelliera tedesca Angela Merkel disse che “la produzione di chip competitivi, dalle dimensioni di 3 o 2 nanometri, per esempio, è sostanzialmente impossibile senza sussidi statali”.

– Leggi anche: Non solo Siltronic: tutte le mosse della Germania sui microchip

L’idea tedesca però non piace molto ai Paesi Bassi, storicamente portatori di una linea liberista in economia, che pensano che il piano dell’Unione europea di distaccarsi dalla filiera globale dei semiconduttori per concentrarsi sull’autosufficienza sia “un’illusione”. “Gli interessi europei”, si leggeva in un documento del governo nederlandese, “sono meglio serviti da un ecosistema aperto che rimane focalizzato sull’attrarre investimenti, accelerare l’innovazione e aggiungere valore al mercato. La diversificazione e l’interdipendenza reciproca promuovono la resilienza”. In sostanza: meno focus sull’autosufficienza (e sui sussidi pubblici), più enfasi sul mercato aperto. Nei Paesi Bassi hanno sede aziende importanti della supply chain dei semiconduttori, come ASML (che realizza macchinari avanzati), NXP e Besi.

Tra la Francia e i Paesi Bassi si posiziona l’Italia: il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha recentemente dichiarato che è necessaria una “riflessione sulla compatibilità tra sovranità tecnologica e aiuti di stato”.

La Commissione europea sostiene, nella bozza di Chips Act, che gli aiuti di stato debbano essere “necessari, appropriati e proporzionati”. Si precisa che Bruxelles vigilerà sul loro utilizzo per accertarsi che non “incidano negativamente sulle condizioni degli scambi in misura contraria all’interesse comune, soppesando gli effetti positivi di tali aiuti di stato con il loro probabile impatto negativo sul commercio e la concorrenza”.

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