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Ita Lufthansa

Cosa c’è nel Chips Act dell’Unione europea

L'Unione europea ha approvato il Chips Act, un piano da 43 miliardi per lo sviluppo di un'industria comunitaria dei semiconduttori. Bruxelles vuole diventare un attore rilevante a livello globale, ma è in ritardo sia rispetto all'Asia che agli Stati Uniti.

Con un accordo tra il Parlamento e il Consiglio, l’Unione europea ha approvato martedì il Chips Act, un piano di stimolo alla produzione di semiconduttori da 43 miliardi di euro, che dovrebbe mettere il blocco nelle condizioni competere con gli Stati Uniti e con l’Asia orientale in un’industria cruciale per l’economia del futuro: i semiconduttori, o microchip, si utilizzano nei veicoli elettrici, nei dispositivi elettronici, nelle armi e nei sistemi di intelligenza artificiale, tra le altre applicazioni.

“Abbiamo bisogno dei chip per alimentare le transizioni verde e digitale”, ha scritto su Twitter la vicepresidente della Commissione europea Margrethe Vestager.

Il Chips Act punta a più che raddoppiare la quota manifatturiera di chip dell’Unione entro il 2030, portandola dal 9 al 20 per cento del totale mondiale.

RISULTATI E DIFFICOLTÀ DEL CHIPS ACT EUROPEO

Dal momento dell’annuncio del piano, un anno fa, l’Unione europea ha attratto oltre 100 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati nel settore, ha scritto Reuters.

Tuttavia, secondo Paul Triolo, analista presso il think americano CSIS ed esperto di tecnologia, Bruxelles potrebbe comunque fare difficoltà a ridurre il divario industriale con la concorrenza estera. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno approvato già l’estate scorsa un piano per la ricerca e la produzione di microchip, il CHIPS Act, dal valore di 280 miliardi di dollari, di cui quasi 53 destinati al segmento della manifattura. Incentivate dalla legge, diverse aziende sia nazionali (Intel) che straniere (la taiwanese TSMC o la sudcoreana Samsung) hanno speso grosse cifre per la costruzione di fabbriche di semiconduttori avanzati sul territorio americano. Aiuti pubblici maggiormente sostanziosi e prezzi dell’energia più bassi potrebbero spingere le aziende di microchip a privilegiare gli investimenti negli Stati Uniti piuttosto che nell’Unione europea.

STABILIMENTI FIRST-OF-A-KIND

Il Chips Act consente ai governi nazionali di fornire aiuti di stato ai cosiddetti gli stabilimenti first-of-a-kind, cioè avanguardistici. La portata del termine è stata ampliata per includere non soltanto gli impianti che realizzano chip tecnologicamente avanzati, ma anche le strutture che impiegano soluzioni innovative di vario tipo (ad esempio processi che garantiscono una maggiore efficienza energetica) e i centri di eccellenza che offrono servizi.

Thierry Breton, commissario europeo per il Mercato interno e uno dei principali artefici del piano, ha detto a Politico che il Chips Act “ci permetterà di ribilanciare e mettere in sicurezza le nostre filiere, di ridurre la nostra dipendenza collettiva dall’Asia” per gli approvvigionamenti di semiconduttori.

GLI INVESTIMENTI NELL’UNIONE EUROPEA

Diverse aziende produttrici di microchip come le statunitensi Intel e GlobalFoundries o l’italo-francese STMicroelectronics si sono già impegnate ad aprire delle fabbriche sul territorio europeo, soprattutto in Germania e in Francia; per ricevere i sussidi nazionali dovranno ottenere l’approvazione delle autorità europee. Anche TSMC, la compagnia in possesso della tecnologia più avanzata, starebbe valutando di investire in Europa, ma non ha ancora preso una decisione ufficiale.

Nemmeno i progetti di Intel per la Germania, in realtà, sembrano definitivi. L’azienda ha detto di voler costruire una grande fabbrica di microchip a Magdeburgo, con un investimento di 17 miliardi di euro. Il governo tedesco sosterrà la spesa con un sussidio di 6,8 miliardi, ma Intel vorrebbe di più, sui 10 miliardi, per compensare l’aumento dei prezzi dell’energia e delle spese di costruzione.

Nei piani di Intel per l’Europa c’è anche un impianto di collaudo e confezionamento di chip (l’ultima fase della filiera) a Vigasio, in Veneto. L’investimento ha un valore stimato in 4,5 miliardi di euro, che il governo italiano potrebbe coprire con fondi pubblici fino al 40 per cento della somma totale.

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