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Non solo Didi. Ecco i veri motivi della stretta cinese su big tech

Cina Congo

Pechino redige nuove linee per piano sicurezza informatica mentre prosegue la stretta dei regolatori sull’app di ride sharing Didi e le società tecnologiche cinesi che intendono quotarsi negli Stati Uniti. Fatti, numeri, commenti e analisi

 

Dopo la stretta sull’app di ride sharing cinese Didi Chuxing e sulla protezione dei dati, la Cina redige un nuovo piano per l’industria della sicurezza informatica.

La stesura della bozza è stata annunciata dal Ministero dell’Industria e dell’Information Technology, secondo le cui stime il settore della cyber-sicurezza potrebbe arrivare a valere più di 250 miliardi di yuan (32,53 miliardi di euro) entro il 2023.

L’obiettivo, riporta il tabloid Global Times, è quello di “rafforzare la ricerca e l’applicazione delle tecnologie di sicurezza dei dati per ottimizzare ulteriormente la gestione della sicurezza dei dati e altre funzioni”.

La mossa di Pechino arriva dopo il giro di vite avviato sulla sicurezza dei dati informatici all’indomani delle indagini all’Uber cinese, Didi Chuxing, quotatasi il mese scorso a Wall Street.

Oggi Didi ha confermato che la Cyberspace Administration of China (l’ente statale di vigilanza su internet) ha notificato agli app store di rimuovere le 25 app dell’azienda, conferma che il governo cinese sta intensificando i controlli sull’azienda.

Inoltre, nel fine settimana Pechino ha emesso una bozza di linee guida per rafforzare la revisione della sicurezza informatica delle aziende tech che hanno oltre un milione di utenti e che intendono quotarsi all’estero.

“Gli attacchi della Cina alla tecnologia sono una strategia perdente nella seconda guerra fredda. Forzare Didi e Alibaba a seguire la linea del Partito Comunista può aiutare Xi a costruire uno stato di polizia, ma bloccherà l’industria dinamica della nazione”, ha commentato lo storico Niall Ferguson su Bloomberg.

La posta in gioco è alta. Attualmente ci sono 244 società cinesi quotate negli Stati Uniti con una capitalizzazione di mercato totale di circa 1,8 trilioni di dollari, pari a quasi il 4% della capitalizzazione del mercato azionario statunitense.

Tutti i dettagli.

LA BOZZA DI PIANO D’AZIONE PER LO SVILUPPO DELLA INDUSTRIA DELLA SICUREZZA INFORMATICA

Lunedì Il ministero dell’Industria e della tecnologia dell’informazione cinese ha dichiarato di aver pubblicato una bozza di piano d’azione triennale per sviluppare l’industria della sicurezza informatica del paese.

La bozza arriva mentre le autorità cinesi intensificano gli sforzi per redigere regolamenti per governare meglio l’archiviazione dei dati, il trasferimento dei dati e la privacy dei dati personali.

LE REGOLE PER LA QUOTAZIONE DELLE INDUSTRIE TECH ALL’ESTERO

Durante il fine settimana, la Cyberspace Administration of China (Cac) ha proposto infatti una bozza di regole che invitano tutte le aziende tecnologiche che possiedono dati di almeno un milione di utenti a sottoporsi a revisioni di sicurezza prima di essere quotate all’estero. Una soglia bassissima in un Paese che sfiora il miliardo di persone che naviga su internet (989 milioni all’ultimo conteggio).

In questo modo Pechino rende più complicata l’approvazione delle Ipo e la raccolta di fondi negli Stati Uniti. In base al meccanismo nazionale di revisione della sicurezza informatica al centro della bozza di legge, che si compone di 23 articoli, “ogni operatore che ha informazioni personali di più di un milione di utenti e che si quota all’estero deve sottoporsi a una verifica della sicurezza informatica”.

VALUTAZIONE DEI RISCHI PER LA SICUREZZA NAZIONALE

La revisione della sicurezza informatica, si legge nel testo delle nuove norme, verterà sulla valutazione dei rischi per la sicurezza nazionale che possono essere causati da attività di approvvigionamento e trattamento dei dati. In particolare saranno presi in esame alcuni aspetti, tra cui vengono elencati i rischi di controllo illegale dei dati o di interferenze nella loro gestione, la conformità alle leggi cinesi, il rischio di furto, divulgazione o distruzione di dati fondamentali e il rischio che l’infrastruttura informatica e i dati possano essere “colpiti, controllati o utilizzati in modo doloso da governi stranieri dopo la quotazione all’estero”.

LA STRETTA SU DIDI

Nel frattempo, una società tecnologica cinese appena quotata a Wall Street ha già iniziato a subire i contraccolpi di questa spinta regolatoria.

Didi Chuxing è finita infatti sotto indagine della Cac due giorni dopo il debutto a Wall Street con un’Ipo da 4,4 miliardi di dollari, la più grande di un gruppo cinese al Nyse, dopo la quotazione di Alibaba (25 miliardi di dollari) nel 2014.

Non appena gli investitori hanno acquisito le azioni di Didi, la Cyberspace Administration ha affermato che la società  era sospettata di “gravi violazioni di leggi e regolamenti nella raccolta e nell’utilizzo delle informazioni personali”.

In pochi giorni, il valore di Didi è crollato sui listini Usa e la stretta di Pechino ha comportato anche la rimozione dagli app store cinesi della app del gigante del ride-hailing e di altre 25 aziende controllate dall’Uber cinese.

E NON SOLO

L’agenzia di vigilanza di internet cinese ha poi rivelato che stava indagando anche su altre due società cinesi quotate negli Stati Uniti: BossZhipin, che l’11 giugno si è quotata a New York come Kanzhun Ltd. e Yunmanman e Huochebang, due app di logistica e prenotazione di camion gestite da Full Truck Alliance Co., quotata in borsa il 22 giugno. Inevitabilmente, questa brutta notizia ha innescato una svendita dei titoli tecnologici cinesi. Ha anche portato molte altre aziende tecnologiche cinesi ad abbandonare bruscamente i loro piani per le Ipo statunitensi, tra cui l’app di fitness Keep, la più grande piattaforma di podcasting cinese, Ximalaya e la società di dati medici LinkDoc Technology Ltd.

Senza dimenticare la raffica di multe inflitte dall’antitrust cinese per violazioni delle regole della concorrenza ai colossi tech nazionali Alibaba e Tencent. O che lo scorso novembre i regolatori hanno mandato in fumo l’Ipo record da 37 miliardi di dollari di Ant Group, il braccio fintech di Alibaba.

FERGUSON: “DECOUPLING STRATEGICO È LA POLITICA UFFICIALE DELLA CINA”

“Per diversi anni, mi è stato detto da numerosi presunti esperti delle relazioni Usa-Cina che una guerra fredda è impossibile quando due economie sono intrecciate come quella cinese e quella americana e che il decoupling [il disaccoppiamento finanziario tra le due superpotenze] non avverrà perché non è nell’interesse di nessuno”, ha delineato lo storico Niall Ferguson su Bloomberg. “Ma il decoupling strategico è da tempo la politica ufficiale della Cina. Il giro di vite dello scorso anno sulle società di tecnologia finanziaria, che ha portato all’improvviso accantonamento dell’Ipo di Ant Group Co., è stato solo uno dei tanti precursori della carneficina della scorsa settimana”, ha sottolinea Ferguson.

IL CASO ANT

“Se pensavate che la massima priorità del Partito comunista cinese fosse il dominio economico globale, annullare l’Ipo di Ant non aveva senso”, fa notare lo storico. “Ant aveva il potenziale per diventare la piattaforma di servizi finanziari più potente al mondo, la sua tecnologia di intelligenza artificiale affinata sul vasto tesoro di dati cinesi raccolti dall’app Alipay, il suo piano di gioco semplice ma geniale, come mi ha spiegato una volta il suo amministratore delegato Eric Jing a cena a Hangzhou: rendere Ant il mercato online predefinito per tutti i prodotti finanziari nei mercati emergenti del mondo. Allora perché Pechino ha deciso di abortire questa missione potenzialmente mondiale? La risposta è che la priorità assoluta del Pcc è nazionale: in particolare, la conservazione del proprio potere” sottolinea Niall Ferguson.

IL DECOUPLING È PIÙ VICINO INNESCATO (A SORPRESA) DA PECHINO

Anche nei giornali italiani si intravede il decoupling “un passo più vicino”. Come  Filippo Santelli, inviato in Cina di Repubblica, che segnala cheanziché essere innescato dagli Stati Uniti, arriva per iniziativa cinese”.

“Le autorità di Pechino temono che, quotandosi a Wall Street, le aziende nazionali espongano dei dati sensibili al governo americano e così stanno di fatto rivendicando un diritto di approvazione finale su ogni collocamento all’estero, diritto che finora potevano esercitare solo sulle quotazioni domestiche. È un segnale di forza o un gigantesco autogol? Difficile stabilirlo”, ha scritto oggi il corrispondente di Repubblica in in un articolo per l’inserto Affari & Finanza. “Senza dubbio il regime cinese vuole incentivare i campioni nazionali dell’Hi-tech a scegliere le Borse cinesi, quella di Shanghai oppure quella di Hong Kong. Il listino dell’ex colonia britannica — tra i più grandi al mondo — è un’alternativa valida a Wall Street. D’altra parte questo controllo rafforzato sulle quotazioni oltre confine rischia di scoraggiare le aziende cinesi dal grande salto, privandole di un canale importante di racconta dei capitali e di internalizzazione. Ma soprattutto rischia di indebolire il legame tra China Spa e la grande finanza americana, una preziosa leva di soft power nei rapporti con gli Stati Uniti. Un bilancio di questa operazione si potrà definire solo nei prossimi mesi”.

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