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AI: prevarrà la tecnologia o il potere politico? Parla il prof. Colajanni

Dallo scontro tra Peter Thiel e Donald Trump sul potere dell’IA ai rischi della dipendenza digitale, passando per lavoro, scuola, sovranità tecnologica europea e nuovi equilibri tra politica e Big Tech. Conversazione di Marco Mayer con il professor Michele Colajanni, che ha fondato la Cyber Academy per la formazione di hacker etici e del Centro di Ricerca Interdipartimentale sulla Sicurezza e Prevenzione dei Rischi (CRIS) presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, diretto il Master di Cyberdefence dello Stato maggiore difesa SMD e collabora da anni con la Bologna Business School dove dirige il corso di perfezionamento in Cybersecurity Management

 

Peter Thiel è stato il primo nella Silicon Valley a sostenere Donald Trump. Ma recentemente le loro visioni sul futuro dell’Intelligenza Artificiale sono in conflitto. Puoi spiegare il nocciolo duro del loro scontro?

E’ sempre una questione di poteri contrapposti. La tecnologia digitale, di cui l’AI è la sua attuale massima espressione, è un unicum nella storia della tecnologia. Finanziata e supportata dal potere politico, nella storia la tecnologia ha sempre rafforzato il potere politico. Con il digitale, la prima parte del finanziamento rimane valida in quanto computer e Internet sono nati in ambito militare e intelligence, la seconda parte del rafforzamento è venuta meno. Presa consapevolezza del proprio potere e della propria forza dirompente che i politici non comprendevano del tutto, la tecnologia e l’imprenditoria digitale ha cominciato a comportarsi come un potere autonomo da quello politico, provandolo a influenzare sin dai tempi di Clinton o a sedurlo come con Obama che tanto doveva al supporto delle Big Tech.

Peter Thiel, persona di estrema intelligenza, analisi e visione, ha capito prima di altri la deriva woke delle Big Tech sempre più lontana dallo spirito fondamentale degli elettori statunitensi rappresentato da Trump. Lo ha supportato nella prima elezione e ha “creato” il suo vice-presidente nella seconda. Trump, che nulla sa di modelli di AI, ne ha colto la potenza e soprattutto la forza dei grandi fornitori di AI. Chi crea e gestisce l’AI potrebbe avere più potere del potere politico. E questo non è accettabile per alcun politico, ancor meno se ha il carattere e la personalità di Trump. Sarà una coincidenza, ma negli Stati Uniti cominciano a serpeggiare le prime preoccupazioni sociali sulle dipendenze dall’AI dei nostri figli, le prime sanzioni giuridiche ai social di Meta e Google, e il supporto ai movimenti di opinione sulla necessità di porre limiti all’AI.

Tutti aspetti che caratterizzavano solo la pavida Europa ma non gli Stati Uniti che, in piena competizione economico-tecnologica con la Cina, hanno sempre favorito finanziamenti miliardari ed escluso ogni limite allo sviluppo tecnologico. Il primo conflitto tra tecnologia digitale e potere politico negli Stati Uniti sarà epocale, e non so se sarà domato facilmente come in Cina. Indipendentemente dalla forma autocratica o democratica di un Paese, sembra che non sia conveniente sfidare frontalmente il potere politico, per quanto obsoleto e con protagonisti digitalmente incompetenti. Uno scenario tutto da vedere.

Per molti anni, le aziende tecnologiche ci hanno spiegato che “move fast and break things” fosse l’unica filosofia per l’innovazione. Adesso che le “cose rotte” includono anche la finanza tradizionale, che ha finanziato l’AI con miliardi e miliardi, il potere finanziario si sveglia e gli vengono alcuni dubbi. Non sarà meglio allearsi col potere politico per mettere un po’ di freni al potere tecnologico? Se finisce così, poche speranze che il potere tecnologico possa farcela contro i primi due, ma sono tempi unici e molto interessanti…

La mia impressione che la AI generativa sia veramente utile a condizioni: a) chi la usa sia ben preparato sui temi che vuole indagare; b) che la piattaforma di AI sia adeguatamente addestrata nella materia. Condividi questa posizione?

Usare l’AI nei settori in cui hai competenza è la regola e la raccomandazione vincente. Con un effetto collaterale pericoloso, ben evidenziato dallo studio di Harvard sul mercato del lavoro. Stanno scomparendo i team costituiti da un senior e tre-quattro figure junior, in quanto questi ultimi sono sostituiti dalla cosiddetta AI “agentica”. Efficienza e risparmio a breve termine sono indiscutibili, ma a lungo termine come si formeranno i senior competenti? Sarà il vero problema sociale per i nostri giovani e per tutti noi. Nessun dubbio anche sulla necessità di addestramento che richiede tantissimi dati di buona qualità e anche sicurezza da tanti punti di vista perché, più l’AI diventerà pervasiva, più gli attaccanti informatici la vedranno come obiettivo da colpire. Un tema colpevolmente trascurato.

Puoi spiegare ai lettori di Startmag nel modo più semplice come e perché funziona l’auto addestramento della AI?

Tutta l’AI moderna, Machine Learning, Deep learning. si basa sul suffisso “learning” che fa intuire la necessità di addestramento di un modello di AI prima del suo utilizzo. Nel passato, a anche nel presente, schiere di essere umani hanno categorizzato immagini e testo che poteva essere utilizzato per l’addestramento: un lavoro enorme e dispendioso, anche se sottopagato. Con l’auto-addestramento si sta provando ad automatizzare questo servizio usando le stesse macchine di AI. L’idea è di addestrare un modello di AI, detto “Il maestro”, su un piccolo gruppo di dati etichettati dagli umani. Il “Maestro” conosce le basi, ma non è ancora un esperto, tuttavia può scalare. Il “Maestro” guarda milioni di foto senza etichetta e prova a indovinare cosa contengono esprimendo un giudizio chiaro o probabile. Con o senza supervisione, per evitare errori clamorosi, può apprendere da milioni di dati invece che dalle poche centinaia etichettate dagli umani. Non è un metodo garantito come preciso, ma ha il grande vantaggio dei grandi numeri, quindi i vantaggi superano i rischi.

Ha senso chiedere agli studenti universitari di limitare l’uso della AI alla formulazione di domande e valutare la loro prestazione rispetto alle domande che sono in grado di formulare in sequenza?

Come usare l’AI in ambito scolastico e universitario è tuttora una sfida aperta, tuttavia quanto proponi ha un senso concreto. Ci sono colleghi che ai tesisti triennali chiedono l’elenco dei prompt e su questi valutano la tesi, che molto probabilmente sarà scritta da un’AI generativa. Sono tutti tentativi iniziali in cui la proibizione è l’unica attività che non ha senso.

Perché quando una notizia è dubbia i Big Tech non segnalano anche tramite la AI con un asterisco l’incertezza? Cosi si manterrebbe il freedom of speech e contemporaneamente si segnalerebbe l’esigenza di approfondire la fondatezza? O no?

All’inizio di una nuova tecnologia, si assume che il successo si ottenga facilitandone l’uso e compiacendo l’utente. Creare incertezza o necessità di approfondimento non è proprio una buona tecnica di marketing. Comunque, bisogna considerare che l’AI non è una, e sta evolvendo in varie direzioni. Basti pensare a Grok che non ti asseconda e favorisce il freedom of speech. Poi, è tutto da valutare se creare dubbi sui vaccini o incoraggiare posizioni legate al nazismo e al negazionismo dell’Olocausto sia freedom of speech sia o meno apprezzabile.

La AI quali benefici e quali danni crea rispetto ai social?

Non riuscirei a distinguere tra social e AI in quanto sono due parti ben integrate. Come dimostrato anche dalle sentenze contro Meta e Google, gli algoritmi di fruizione sono orientati verso la profilazione dell’utente e la conseguente somministrazione preferenziale di contenuti apprezzati dall’utente stesso. La “social bubble” e la dipendenza non sono effetti collaterali indesiderati, ma il vero obiettivo di tutti i servizi digitali, dai social a Netflix e alle altre piattaforme. Nel momento in cui il tuo valore in borsa dipende dal numero di utenti e da quanto tempo passano nelle tue piattaforme, si fa di tutto per prolungare l’uso.

Ritieni possibile e utile proibire l’uso dei social ai minori di 14 anni?

Per il benessere psicologico, andrebbe proibito l’uso (o favorito un uso consapevole e supervisionato) dello smartphone e non solo dei social ai minori di 14 anni in quanto crea dipendenza, quanto e più dell’alcool e del fumo. Tutto questo è conclamato e dimostrato da tantissime ricerche scientifiche. Poi, come fare è una sfida più complessa in quanto richiede una profilazione ancora più pervasiva dei minori e degli adulti. Adesso, già si vendono anche trucchi e maschere per ingannare i metodi di riconoscimento dell’età. Non vorrei far ricadere altri oneri sui genitori che già hanno pochi incentivi alla genitorialità, ma il controllo e l’educazione spetta a loro. E oggi anche l’uso dei social e degli smartphone rientra nella formazione dei ragazzi. Quanti genitori sono consapevoli e pronti per agire in modo corretto?

A scuola si insegna a fare una email ma non si parla mai di digital addiction. Perché?

Dopo la colpevolizzazione dei genitori, eviterei di far ricadere altri oneri su di una scuola già in difficoltà. Sono convinto che l’insegnamento debba passare più dall’esempio e meno dalle parole. Purtroppo, gli adulti, genitori o insegnanti, sono già esempi di dipendenza. E’ difficile che possano dare buoni esempi ai giovani che vedono l’uso che gli adulti fanno dei social, dei selfie, e di dialoghi con loro intrattenuti con uno smartphone in mano. Temo che la generazione di mezzo sia tendenzialmente compromessa; punterei sulle nuove generazioni di genitori e insegnanti, nativi digitali, che sono più consapevoli e attenti al problema della digital addiction.

Dove sono le migliori esperienze di educazione digitale nelle scuole?

Non saprei. Vedo tanti progetti sul tema, anche legati al PNRR, ma non saprei dove e in che modo questi trovino concretizzazione. Non è una sfida facile anche perché si parte dai progetti e non dal primo obiettivo necessario: la formazione dei formatori. Ci mancano centinaia di migliaia di formatori appassionati, consapevoli e competenti, che non siano improvvisatori digitali.

Ha senso parlare di sovranità digitale in Italia e in Europa? O è pura retorica politica?

Non è solo retorica. E’ un sogno politico che si vende bene agli elettori, anche perché è sempre più collegato alla sicurezza nazionale, all’economia e alla crescita del continente. Tuttavia, non è un obiettivo facile da raggiungere dopo venticinque anni di inezia. Al contrario, la Cina ha compreso bene il problema della sovranità digitale nella seconda metà degli anni ’90 e adesso compete con gli Stati Uniti a pari livello. Quindi, non è un sogno impossibile, ma per riuscirci serve una strategia europea forte, ben condivisa e soprattutto dei mezzi concreti per metterla a terra.

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