Innovazione

Giustizia, la marca da bollo diventa virtuale. E aumentano le spese per gli avvocati

di

marca da bollo

Tutte le ultime novità per gli avvocati

Non c’è più la stampa su carta serigrafata anti-frode, ma marca da bollo e contributo unificato (i “francobolli” che gli avvocati appongono sui loro atti per attestare di avere pagato le spese di giustizia) ora obbligatoriamente virtuali per effetto dell’articolo 2 comma 6 del decreto legge 11/2020, non solo non hanno subito diminuzioni nel prezzo, ma comportano persino una serie di oneri in più. Andiamo con ordine.

COME FUNZIONA IL PROCESSO TELEMATICO

“Finora – spiega a Start un avvocato – all’atto di iscrizione a ruolo di una causa occorreva pagare un contributo unificato, che ‘copre’ tutte le spese che lo Stato anni fa chiedeva separatamente, con marca da bollo, al momento di richiesta dei singoli atti processuali e, se il valore della causa superava i 1.100 euro, occorreva anche l’esborso ulteriore di una marca da bollo da 27 euro”. Materialmente, si andava al tabacchi, si acquistava per mezzo del sistema Lottomatica il contributo unificato e la marca da bollo che andavano apposti sul proprio atto cartaceo, da depositare poi in cancelleria.

GLI ASPETTI POSITIVI DELLA RIFORMA

La dematerializzazione degli atti, imposta dalla necessità di introdurre il processo telematico, ha trasformato in virtuale tanto il contributo unificato quanto la marca da bollo, che possono essere acquistate anche tramite il portale del ministero di Giustizia: “Di per sé sarebbe una evoluzione positiva: con pochi clic pago le spese di giustizia e deposito l’atto senza uscire dall’ufficio, fare code in cancelleria e risparmiando un sacco di tempo – continua il legale -, peccato però che con il passaggio dal fisico al virtuale le spese, anziché diminuire, sono aumentate”.

L’AUMENTO DELLE SPESE

“Restano invariate le spese per il contributo unificato, il cui costo varia all’aumentare del valore della causa, con i 27 euro di marca da bollo per le cause superiori al 1.100 euro”, ma ci sono novità poco gradite per la categoria. “Anzitutto occorre pagare il sistema che permette di dialogare con i servizi del ministero della Giustizia”. Pare impossibile ma, a eccezione di un servizio open source (Slpct), non esistono sistemi pubblici perché sono tutti in mano ai privati: “Il più noto è Lextel, che fornisce anche servizi pec (ne parlammo in occasione di un importante attacco hacker: Anonymous attacca le Pec degli avvocati in tutta Italia. Ecco i danni raccontati da un legale) e di firma digitale, ma ne esistono anche altri di Giuffrè”. “Il servizio – fa notare l’avvocato – è obbligatorio, imposto per legge, eppure a pagamento: per creare un fascicolo telematico si spendono per esempio 2,50 euro + IVA… importi bassi, certo, ma vanno moltiplicati per il numero di cause e comunque difficilmente ci si rifà sul cliente per simili somme”.

I PRIVATI CHE HANNO IN MANO IL SERVIZIO

Prendendo a esempio il sistema più noto e diffuso che fornisce i servizi telematici agli avvocati italiani, Lextel, alle sue spalle troviamo per esempio il Gruppo (quotato) Tinexta che, al 31 dicembre 2019, contava 1293 dipendenti e presentava i seguenti risultati consolidati:

  • Ricavi: €258,8 milioni (+ 8,0%)
  • EBITDA: €71,3 milioni (+ 8,1%)
  • EBITDA margin: 27,6% (rispetto a 27,5%)
  • Utile netto: €28,8 milioni (- 12,6%)
  • Indebitamento finanziario netto: € 129,1 milioni

LA MARCA DA BOLLO SULLA MARCA DA BOLLO

E poi naturalmente ci sono le tasse. Alla voce “spese Giustizia” si nasconde un ulteriore balzello: “Circa un euro, un euro e mezzo”, racconta sempre il legale. Ma non è finita perché “se superi i 77 euro di spesa di marca da bollo e contributo unificato ti viene chiesto di pagare un’altra marca da bollo virtuale di due euro sull’acquisto effettuato. Lo Stato tassa insomma la tassa”. Insomma, qualcosa di molto simile a quanto già prescritto oggi per le fatture, note di credito e addebito, documenti simili che riguardano operazioni soggette a IVA o quelle riguardanti operazioni non imponibili relative ad esportazioni di merci (Art. 8 lett. a) e b) DPR 633/1972), dove viene richiesto di pagare una marca da bollo da 2 euro se superano i 77 euro. Tutto virtuale, ma i soldi sono reali.

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