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Chip, tutte le mosse del Giappone per riportare la manifattura a casa

Giappone

Il Giappone vuole recuperare capacità manifatturiera di semiconduttori: oltre a sussidiare la fabbrica di Tsmc, ha messo insieme le grandi società tecnologiche nazionali perché sviluppino chip da 2 nanometri. Tutti i dettagli

Il Giappone sta lavorando al lancio di un ambizioso piano di politica industriale per riportare in patria la manifattura di semiconduttori avanzati: sono dei componenti elettronici fondamentali per un gran numero di settori, dall’automotive all’elettronica di consumo, di cui Tokyo era un grande produttore fino a una ventina di anni fa, quando ha iniziato progressivamente a perdere quote di mercato rispetto ad altri paesi asiatici, come Taiwan e la Corea del sud.

CHIP E ARMI: IL PIANO DEL GIAPPONE PER LA SICUREZZA ECONOMICA E NAZIONALE

Il piano per il recupero della potenza manifatturiera sui microchip rientra in una più ampia strategia di sicurezza economica elaborata dall’amministrazione del primo ministro Fumio Kishida per proteggere le industrie nazionali da eventuali interruzioni future agli approvvigionamenti, dopo i numerosi intoppi alle filiere globali causati dalla pandemia di COVID-19.

C’è un secondo obiettivo, in realtà. Come spiega Foreign Policy, l’attenzione ai chip si inserisce in un vasto programma di mobilitazione sulla difesa volto a contrastare le ambizioni di primato economico e politico della Cina. Come gli Stati Uniti, pure il Giappone si sente minacciato dall’ascesa cinese. E i semiconduttori sono essenziali anche per il funzionamento dei sistemi d’arma avanzati (missili e non solo).

COSA HANNO FATTO GLI STATI UNITI

Nei mesi scorsi gli Stati Uniti di Joe Biden hanno introdotto nuove misure di controllo delle esportazioni in Cina di prodotti e servizi (a prescindere dalla nazionalità del venditore) contenenti proprietà intellettuali o manufatti americani legati ai chip. Lo scopo è impedire alla Cina di accedere a tecnologie avanzate, strategiche tanto per il progresso economico che per quello militare. Washington ha chiesto alle nazioni alleate, come i Paesi Bassi e appunto il Giappone, di partecipare a questo sforzo di isolamento di Pechino.

UN NUOVO APPROCCIO POLITICO-ECONOMICO

Ritornando al Giappone, Foreign Policy fa notare come questa “combinazione di sicurezza e nazionalismo economico” del governo Kishida sembri destinata a rimanere, portata avanti dalla “nuova generazione” del Partito liberaldemocratico, di orientamento conservatore, che dalla sua fondazione nel 1955 è quasi sempre stato alla guida del paese. Questo gruppo di falchi, che si è formato attorno all’influente ex-primo ministro Shinzo Abe, “sembra intenzionato ad abbandonare gran parte della cautela che ha caratterizzato la politica economica e diplomatica del Giappone”.

USCIRE DAL DECLINO

Il Giappone si trova in una fase di “relativo declino” e non sa bene come uscirne: la crescita economica è fiacca e la popolazione invecchia.

Tra gli anni Sessanta e Ottanta raggiunse invece il secondo posto della classifica degli stati con il PIL più alto al mondo attraverso un approccio statalista – guidato dal ministero del Commercio internazionale e dell’industria – che metteva insieme pianificazione economica, cooperazione aziendale e barriere commerciali per ridurre la concorrenza straniera. Aziende come Sony, Panasonic e Toyota si affermarono in tutto il mondo grazie all’alta qualità dei loro prodotti. Non solo: nel 1990 la Nippon Steel Corporation era la maggiore produttrice di acciaio al mondo, e sei delle dieci banche più grandi al mondo erano giapponesi.

In cambio dell’ingerenza governativa, le aziende garantivano la stabilità sociale attraverso l’offerta di impieghi a vita ai loro dipendenti.

L’INVESTIMENTO DI TSMC IN GIAPPONE

Nel 1988, il Giappone valeva il 51 per cento del mercato mondiale dei semiconduttori, che oggi è però dominato da soggetti taiwanesi e sudcoreani. Le aziende giapponesi mantengono comunque una posizione significativa nella filiera dei microchip, perché producono molte delle sostanze chimiche necessarie ai processi di chipmaking.

Foreign Policy si chiede se questi settori di nicchia possano bastare a sostenere la terza economia più grande del pianeta nel lungo termine. Probabilmente no, ed è per questo che le autorità giapponesi hanno lavorato per portare sul territorio nazionale la manifattura della taiwanese TSMC. È la maggiore produttrice al mondo di semiconduttori, e ha in programma l’apertura di una fabbrica di chip da 8,6 miliardi di dollari in Giappone. Il ministero dell’Economia, del commercio e dell’industria (il successore del vecchio ministero del Commercio internazionale e dell’industria) coprirà il 40 per cento delle spese del progetto, nel quale è coinvolta anche Sony.

Non è scontato, tuttavia, che le aziende giapponesi si rivelino in grado di assorbire e replicare il know-how di TSMC nella manifattura di microchip avanzati.

IL PROGETTO RAPIDUS PER I CHIP DA 2 NANOMETRI

Il ministero dell’Economia, del commercio e dell’industria ha messo insieme alcune delle più importanti società tecnologiche del Giappone, come Sony, Toyota e SoftBank in un progetto chiamato Rapidus per lo sviluppo e la manifattura di chip da 2 nanometri: i microchip più avanzati attualmente in produzione (da TSMC a Taiwan) sono da 3 nanometri. Il consorzio Rapidus collabora con la statunitense IBM e conta di investire 36 miliardi di dollari nel giro di dieci anni: il governo giapponesi fornirà sussidi per circa 500 milioni di dollari.

Il presidente di Rapidus, Atsuyoshi Koike (ex-dirigente di Western Digital), l’ha definita “l’ultima possibilità” per il Giappone di fare ritorno nel mercato dei chip.

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