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Chip, Taiwan ammicca agli Usa bloccando gli affari di Foxconn in Cina

Foxconn

Il governo di Taiwan vuole bloccare l’investimento di Foxconn in Tsinghua Unigroup, società cinese che realizza semiconduttori: è un segno di un maggiore allineamento tecnologico di Taipei agli Stati Uniti. Tutti i dettagli

Stando al Financial Times, i funzionari taiwanesi che si occupano di sicurezza nazionale vogliono che Foxconn – azienda con sede a Taipei che realizza componenti elettronici: Apple è uno dei suoi clienti più famosi – cancelli un investimento da 800 milioni di dollari in Tsinghua Unigroup, società cinese di semiconduttori. Alla base di queste pressioni, scrive il quotidiano, ci sarebbe la volontà di Taiwan di avvicinarsi maggiormente agli Stati Uniti vista la crescita delle tensioni militari con la Cina, che non considera l’isola un paese a sé ma una provincia del suo territorio.

I LEGAMI ECONOMICI TAIWAN-CINA, IN BREVE

Foxconn è il produttore di componentistica elettronica su contratto più grande al mondo. Non solo: è anche il maggiore datore di lavoro del settore privato in Cina. Nonostante i contrasti politici, Pechino è la principale partner commerciale di Taipei; dall’altro lato, le aziende cinesi hanno bisogno dei chip avanzati taiwanesi.

L’INVESTIMENTO DI FOXCONN IN TSINGHUA

L’investimento di Foxconn in Tsinghua è stato annunciato il mese scorso, e avrebbe fatto della società taiwanese la seconda maggiore azionista del gruppo cinese dopo Beijing Zhiguangxin Holding. Non si sarebbe trattato di un “semplice” investimento economico, però, perché avrebbe trascinato Foxconn al centro della competizione tecnologica-politica tra la Cina e gli Stati Uniti che verte proprio sui microchip, di cui Taiwan è uno dei principali poli industriali al mondo.

– Leggi anche: Ecco gli aiuti di Stato Usa per la produzione di microchip

PERCHÉ NON SI FARÀ

Ma l’investimento “sicuramente non passerà”, ha detto al Financial Times un funzionario del governo taiwanese che si occupa di questioni di sicurezza nazionale.

La commissione sugli investimenti del governo taiwanese deve ancora esaminare formalmente il caso Foxconn-Tsinghua, ma stando a un’altra fonte del Financial Times i funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale (che fa riferimento alla presidente Tsai Ing-wen) e quelli del Consiglio sugli affari continentali (che definiscono la politica di Taiwan nei confronti della Cina) pensano che l’accordo debba essere bloccato.

La commissione sugli investimenti potrebbe peraltro imporre a Foxconn una multa fino a 832mila dollari per non aver sottoposto all’approvazione preventiva la transazione dello scorso 14 luglio, quando ha acquisito una quota indiretta di Beijing Zhiguangxin Holding, l’azionista che controlla Tsinghua Unigroup.

Al di là degli aspetti economici e regolatori, se l’investimento di Foxconn non si farà sarà per le questioni politiche e securitarie che ha sollevato. Una fonte vicina alla società ha detto al Financial Times che “è chiaro che ora che hanno elevato la questione al livello di sicurezza nazionale, le prospettive sono sempre più scarse. Con l’aumento della tensione nello stretto di Taiwan”, ha aggiunto, “la situazione si fa ancora più difficile”.

IL SENSO DELL’INVESTIMENTO

Secondo gli analisti di settore, l’investimento in Tsinghua Unigroup ha senso per Foxconn, che finora si è concentrata sull’assemblaggio di prodotti elettronici come gli smartphone – un’attività dall’alta intensità di manodopera e dai bassi margini di guadagno -, ma vorrebbe potenziare la sua divisione che si occupa di semiconduttori.

Young Liu, a capo di questa unità, ha difeso l’investimento in Tsinghua, definendolo un “semplice investimento finanziario” (cercando dunque di allontanare le implicazioni politiche) che farà bene a Foxconn, visto che alcune società affiliate al gruppo cinese sono già sue clienti o fornitrici.

QUANTO CONTA TSINGHUA PER LA CINA

Tsinghua Unigroup – e in particolare Unisoc, società del gruppo che si occupa di progettazione di microchip – è considerato dalle autorità cinesi un asset importante per aumentare la capacità produttiva nazionale di semiconduttori avanzati e ridurre la dipendenza dalle importazioni. Il gruppo è passato però per un lungo periodo di ristrutturazione e ha dovuto cedere alcune delle sue unità manifatturiere.

CALCOLO STRATEGICO?

Taiwan è dunque preoccupata che, attraverso l’accordo, Foxconn andrà a favorire l’avanzamento delle ambizioni tecnologiche di Pechino. Una delle partner della società nella transazione è WiseRoad Capital, azienda cinese che si occupa di investimenti e che possiede legami con il governo di Pechino.

Il governo taiwanese vuole anche evitare di aiutare la Cina in un momento di rivalità politica e industriale con gli Stati Uniti, i suoi principali sostenitori politici e militari. Una fonte del Financial Times, riferendosi ai piani dell’amministrazione Biden per la riorganizzazione della filiera dei microchip (più produzione manifatturiera in America e più contatti con i partner fidati) ha detto appunto che  “soprattutto ora che è stato adottato il CHIPS Act, che Washington sta intensificando le iniziative per rafforzare la produzione di semiconduttori a livello nazionale e che sta lavorando con alleati e partner per controllare il flusso di tecnologie verso la Cina, dobbiamo stare attenti alla nostra posizione”.

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