Innovazione

Come saranno i Pir2 per fondi e venture capital che investono in pmi

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pir

È pronto il decreto attuativo per la versione bis dei Pir, i piani individuali di risparmio.

Un dossier su cui c’è stata una discussione tra gli operatori del settore: molti i favorevoli, legati soprattutto al mondo dell’economia reale e in particolare tra gli operatori dei mercati per le cosiddette small cap (ad esempio l’AIM Italia di Borsa Italiana) e al mondo dei fondi di private equity e venture capital che investono in piccole e medie imprese; e qualche contrario, in particolare quei soggetti che hanno gestito i fondi Pir investendo soprattutto sul secondario.

Tra le associazioni, a favore si sono schierati Aifi, Assolombarda e Febaf. Assogestioni ha avuto posizioni articolate e il presidente Tommaso Corcos (capo azienda di Eurizon sgr e nel cda di Intesa Sanpaolo) ha espresso diversi rilievi.

Come ha anticipato ieri Mf-Milano Finanza, l’atteso decreto attuativo sui PIR2 è di fatto pronto per la Gazzetta Ufficiale: manca solo un ultimo passaggio formale tra Mef e Mise, in cui il Mef può trasmettere delle osservazioni non vincolanti relativamente al testo.

La norma contenuta nella legge di bilancio 2019 (articolo 1 commi dal 211 al 215) prevede che, per i contratti Pir sottoscritti a partire dal 2019, il 3,5% sia investito in titoli di società “quotate” sugli MTF e il 3,5% in fondi di Venture Capital.

La bozza esaminata da Start specifica che per il primo 3,5% rileva l’impegno vincolante in sede di quotazione e che per il secondo rileva il commitment a investire (nelle operazioni di venture caapital gli investitori impegnano il capitale che poi viene versato secondo le fasi di sviluppo). Tale chiarimento abbatterebbe i dubbi sorti sull’aleatorietà del calcolo delle suddette percentuali, in quanto non andrebbero contabilizzate una volta investite le somme ma una volta impegnate.

In secondo luogo, entrando nel merito del tema aiuti di Stato, il limite massimo stabilito dal regolatore comunitario e fissato in 15 milioni di euro è modulato da tre condizioni di cui una soltanto deve verificarsi: la società non abbia operato in alcun mercato; oppure abbia operato in un mercato qualsiasi da meno di sette anni dalla prima vendita commerciale; oppure necessiti di un finanziamento per il lancio di un nuovo prodotto o ingresso di un nuovo mercato superiore del 50% al fatturato medio degli ultimi 5 anni.

Viene inoltre chiarita la definizione dei 7 anni che aveva fatto tanto discutere come decorrenza dalla “prima cessione sistematica di uno specifico bene o servizio su uno specifico mercato” escludendo i test di mercato.

Quindi i 7 anni non decorrono dalla costituzione della società ma dal lancio di un nuovo prodotto o servizio per cui si decida di ricorrere agli mtf o al venture capital, la società può essere ben più “anziana”.

Sarebbe inoltre possibile investire oltre il limite dei 7 anni laddove non si superi il limite dei 15 milioni, il piano aziendale lo preveda e l’impresa non sia diventata collegata di un’impresa non pmi.

Di conseguenza l’investimento non deve essere effettuato solo a servizio di aumento del capitale.

Un’altra novità è che l’investibilità di una società ai fini PIR2 può essere attestata sia dal legale rappresentante della stessa che da una società di revisione tramite certificazione con durata non superiore ai 12 mesi (plausibilmente una certificazione in sede di approvazione del bilancio).

Le condizioni per l’ammissibilità delle società sono di fatto le medesime per MTF e VC; per quanto riguarda quest’ultimo si specifica che è ammesso l’investimento anche in fondi di fondi di VC e in società di partecipazioni finanziare quotate.

La problematica dell’illiquidità degli investimenti nel venture capital, sollevata dagli operatori del risparmio gestito, è conciliare uno strumento “aperto” come il fondo PIR (discorso diverso invece riguarda i conti PIR) con uno strumento “chiuso” come i fondi chiusi, viene scongiurata; poiché i nuovi fondi PIR (e conti destinati) potranno investire non solo su fondi chiusi ma anche su veicoli quotati sugli mtf, come ad esempio le SPAC quotate al AIM o al MIV o le semplici Sicav quotate sempre ad esempio sul AIM Italia.

Agli MTF nostrani ovviamente si aggiungono quelli dei mercati borsistici analoghi dell’Unione Europea oltre che quelli dello Spazio Economico Europeo, ampliando il numero di società investibili (Mf le stima in 74 in un articolo del 16 marzo 2019 sul solo mercato AIM, senza considerare i venture capital e gli altri mtf italiani ed europei)

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