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Come le patate hanno portato Micron nel club dei mille miliardi

Micron, la patata da mille miliardi di dollari. L'analisi di Alessandro Aresu tratta dalla sua newsletter su Substack.

Micron è l’ultima società al mondo entrata nel club dei mille miliardi di dollari di capitalizzazione. Questo evento mi dà l’occasione di parlare della sua incredibile storia. Grazie a Micron, infatti, possiamo fare in eterno battute su “potato chips” e “semiconductor chips”, perché la sua storia è intimamente legata alle patate.

La patata è un grande protagonista della cultura alimentare, e pertanto della civiltà umana. Nicolò Carnimeo, in un bell’articolo su “Il viaggio delle patate alla protagonista del mondo”, ne ricorda alcuni passaggi. Per esempio:

Il viaggio della patata iniziò a bordo dei galeoni spagnoli provenienti dal Nuovo Mondo intorno alla metà del Cinquecento. Per i conquistadores era soltanto un curioso tubero proveniente dalle montagne sudamericane, nulla che sembrasse degno dell’oro o dell’argento delle Ande. Eppure gli inca conoscevano bene le qualità di quella pianta già da oltre duemila anni. La consideravano un dono degli dèi, la coltivavano nei territori più impervi della cordigliera e le attribuivano proprietà rituali, terapeutiche e persino afrodisiache.

Ma quando si diffuse in Europa, nella seconda metà del XVI secolo, tutti la guardavano con diffidenza. Era considerato cibo “flatulento che genera peti fortissimi”.

Nonostante questi pregiudizi, il viaggio della patata ci avrebbe fornito molte altre sorprese. Per capire cosa c’entri con la storia di Micron, bisogna capire John Richard Simplot.

Nel 1923, ha 14 anni e ha appena lasciato la scuola, e con pochi soldi in tasca compra i warrant con cui alcune maestre elementari ricevono il loro stipendio, per poi cambiarli in città e ottenere i capitali per acquistare maiali da rivendere.

Simplot, nato in Iowa e trasferitosi a un anno nell’Idaho, ha un fiuto per gli affari incredibile e una grande passione per le merci e i mercati di ogni tipo. Scommette sul mercato dei maiali e poi nel 1932 fonda la J.R. Simplot Company, per comprare prodotti agricoli a basso costo e vendere nel momento giusto. Durante la Grande Depressione, continua a investire, per cogliere poi l’opportunità della Seconda Guerra Mondiale, con la produzione di milioni di patate e cipolle disidratate per sfamare le forze armate.

La guerra spinge l’agricoltura a standardizzazione, logistica, conservabilità, uso dei fertilizzanti, industrializzazione. Sono gli ingredienti per diventare “il Re delle Patate”. Cruciali sono la brevettazione del processo che consente la produzione industriale di patatine fritte surgelate e l’incontro negli anni ’50 con Ray Kroc, che stava sviluppando McDonald’s.

L’enorme crescita di scala di McDonald’s vuol dire sempre più patatine e sempre più soldi per Simplot. Nel mentre, incontra dei ragazzi dell’Idaho che hanno un’altra idea.

A fine anni ’70, un gruppo di persone variegate, tra ingegneri e avvocati (Ward Parkinson, Joe Parkinson, Dennis Wilson e Doug Pitman) hanno fondato un’azienda in Idaho per produrre chip DRAM — Dynamic Random Access Memory — in un momento in cui i produttori americani stavano cedendo il mercato ai giapponesi.

Servivano grossi capitali per stabilire una fabbrica di memorie a semiconduttore e i fondi della Silicon Valley erano scettici. I giganti giapponesi riuscivano a comprimere i prezzi sfruttando la loro integrazione di domanda e offerta. Intel, che aveva inventato le memorie, dovrà abbandonarne la produzione, come ricordato da Gordon Moore in uno dei saggi che ho inserito in “La legge che muove il mondo”. Perché mai in Idaho potevano competere con questi giganti?

Ward Parkinson, attraverso un imprenditore locale, riuscì ad avere un appuntamento col Re delle Patate. Jack Simplot, a 71 anni, non aveva mai usato un computer e non capiva nulla degli aspetti tecnici di cui parlavano quei ragazzi dell’Idaho. Si concentrò però sulla struttura del mercato e decise lo stesso di investire un milione di dollari in Micron.

Davanti alla crisi del settore, nel decennio difficile degli anni ’80, Simplot continuò a investire, oltre a imporre riunioni alle 5.45 del mattino nel suo locale preferito, mentre rubava fette di bacon dai piatti degli altri membri del consiglio d’amministrazione.

Negli anni ’80, Micron continuò la sfida tecnologica e di dispute commerciali coi giapponesi, che si intrecciò con i provvedimenti di “capitalismo politico” dell’amministrazione Reagan che ho descritto anche nel mio libro del 2020.

Simplot litigò spesso coi fondatori di Micron e nel 1999, a 90 anni, in una memorabile intervista dopo aver criticato i propri figli che non avevano combinato un granché nel suo impero, disse che era forse pronto ad andare in pensione , lamentandosi perché non riusciva più a sciare come in passato.

La storia di Simplot ci porta alla Micron di oggi: produttore di memorie americano sopravvissuto, in un mercato dominato dai due giganti coreani, Samsung e SK Hynix, e dove si sono affacciati i cinesi.

Micron è un’azienda da tempo al centro della competizione tra Stati Uniti e Cina. Ho raccontato ampiamente questa vicenda in Geopolitica dell’intelligenza artificiale:

Micron è stata coinvolta dalla guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina già nel 2015. Poco dopo la presentazione del piano Made in China 2025, l’ambizioso veicolo Tsinghua Unigroup manifesta interesse all’acquisizione di quote dell’azienda. Il Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS) fa sapere che l’autorizzazione non giungerebbe, perché il tema è già diventato sensibile. Verso un’azienda come Micron, la Cina mantiene una leva economica molto significativa: il mercato cinese pesa circa il 50% delle vendite nel 2017 (10 miliardi su 20 miliardi complessivi). (…)

Micron, pur legata al mercato cinese, ritiene che la sua proprietà intellettuale sia stata trafugata da un’azienda cinese, Jinhua, che fa parte della nidiata di nuove realtà tecnologiche ambiziose, che negli anni ’10 sembrano spuntare come funghi. Il furto secondo Micron è avvenuto col contributo del secondo produttore di semiconduttori di Taiwan, UMC, e per questo intenta una causa civile negli Stati Uniti. Allo stesso tempo, la corte di Fuzhou in Cina impedisce a Micron di vendere alcuni prodotti sul mercato cinese, perché è stata a sua volta citata per violazione di proprietà intellettuale dalle altre due aziende.

A novembre 2018, il Dipartimento della Giustizia e l’FBI si occupano del caso, attraverso un provvedimento che mette al centro il cittadino di Taiwan Chen Zhengkun, il quale passa a lavorare da Micron a UMC nel 2015, dove architetta un accordo con la cinese Jinhua per il trasferimento di tecnologia sulle memorie attraverso il furto di segreti industriali di Micron. La stima del valore della proprietà intellettuale colpita è enorme, 8,7 miliardi. La multa annunciata può essere molto pesante, e superare i 20 miliardi, secondo il Dipartimento della Giustizia. Il tema assume grande rilievo pubblico, e viene citato perfino dall’allora presidente Trump in un discorso alle Nazioni Unite nel 2019.

Questo scontro ha avuto diversi capitoli e diverse contromosse, e ci porta ai giorni nostri.

A marzo 2023, la Cyberspace Administration of China (CAC) notificò l’avvio di una revisione della sicurezza informatica sui prodotti Micron venduti in Cina. Il comunicato ufficiale invocava la legge sulla sicurezza nazionale e la legge sulla cybersicurezza della Repubblica Popolare. Era una ritorsione, a pochi mesi dall’inserimento da parte americana del produttore cinese YMTC nella lista nera del Dipartimento del Commercio, e mentre Washington aveva già limitato le esportazioni di NVIDIA verso la Cina. A maggio 2023, la CAC stabilì che gli operatori di infrastrutture informatiche critiche cinesi dovevano “cessare di acquistare prodotti Micron”. Il rilievo della Cina era sceso, ma pesava nel 2022 ancora circa il 10% dei ricavi. Il bando comunque riguardava le infrastrutture critiche, non l’intero mercato.

Micron non ha abbandonato del tutto la Cina: del resto, il CEO di Micron di origine indiana, Sanjay Mehrotra, ha appena fatto parte della delegazione di imprenditori che ha appena accompagnato Trump a Pechino. Allo stesso tempo, Micron ha potuto comunque sopperire alla perdita del mercato cinese con i ricavi e profitti stellari del nuovo ciclo delle memorie legato all’intelligenza artificiale, le memorie HBM, e ha puntato su una diversificazione produttiva verso l’India.

Il 22 giugno 2023, durante la visita di Narendra Modi negli Stati Uniti, Micron annunciò la costruzione del primo impianto di assemblaggio e test di semiconduttori in India: una struttura ATMP (Assembly, Testing, Marking and Packaging) a Sanand, nel Gujarat, in collaborazione con una divisione del gigante indiano Tata. Il 28 febbraio 2026, Micron ha celebrato l’apertura ufficiale dello stabilimento di Sanand: il primo impianto di assemblaggio e test di semiconduttori mai costruito in India.

Nel mentre, Micron ha venduto tutta la propria produzione di HBM per il 2026 prima ancora di averla completata, a prezzi premium concordati con i principali clienti hyperscaler — Google, Microsoft, Meta.

Sul fronte degli investimenti produttivi, Micron ha annunciato il 12 giugno 2025, durante un incontro con l’amministrazione Trump, un piano di espansione manifatturiera negli Stati Uniti da circa 200 miliardi di dollari complessivi in 20 anni, tra New York, Virginia e ovviamente Idaho, anche grazie ai fondi del CHIPS Act.

Mille miliardi di capitalizzazione, un milione di dollari di investimento di Jack Simplot, e soprattutto milioni e milioni di patate.

(Estratto dalla newsletter di Alessandro Aresu su Substack)

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