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Breton Fair Share

Chi e perché si scaglia contro il commissario Ue Breton

Politico ha rivelato che una coalizione di Ong per i diritti digitali è pronta a lanciare una campagna contro la possibilità di un secondo mandato alla Commissione europea per il commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton. Al centro del malcontento la posizione di Breton sul fair share

La società civile vuole sbarazzarsi di Thierry Breton, attuale commissario Ue per il Mercato Interno dall’esecutivo di Bruxelles.

Questa mattina Politico ha rivelato che le Ong per i diritti digitali epicenter.works, Homo Digitalis e Chaos Computer Club invieranno una lettera a tutti i membri del Parlamento europeo esortandoli a respingere la potenziale nomina di Breton per un secondo mandato.

La nuova Commissione europea sarà nominata infatti alla fine di quest’anno, dopo le elezioni europee di giugno.

La lettera delle tre organizzazioni, condivisa con Politico, sostiene che il commissario francese soffre di una “cattura industriale” e lo “accusa” di aver favorito i maggiori operatori di telecomunicazioni europei mentre era in carica.

Al centro delle accuse c’è la posizione di Breton all’idea di introdurre una tariffa “equa”, cosiddetto “fair share”, per i fornitori di contenuti affamati di dati come YouTube e Netflix per aiutare gli operatori di telecomunicazioni a rinnovare le loro reti, riferisce Politico.

Da tempo gli operatori Telco vogliono dividere i costi del lancio del 5G nell’Ue con le Big Tech, che delle reti sono i principali utilizzatori, insistendo sul “fair share” ovvero il contributo equo di tutti gli attori digitali. Ma per i giganti del web, anziché di “fair share” si dovrebbe parlare piuttosto di “Internet tax” o “commissioni di rete”, visto che di tariffe si tratta.

Tutti i dettagli.

LE ACCUSE DELLE ONG PER I DIRITTI DIGITALI A BRETON

Come ricorda Bloomberg, l’anno scorso sembrava che l’Ue avesse buone possibilità di far pendere la bilancia a favore delle società di telecomunicazioni e lontano dalle Big Tech. La proposta di “fair share” stava guadagnando terreno nella Commissione europea, e gli alti funzionari avevano promesso di introdurre una legge prima della scadenza del loro mandato nel 2024.

Ma così non è stato. Bruxelles non pubblicherà una proposta legislativa sull’equo contributo, che avrebbe chiesto alle società web di pagare i fornitori di servizi internet. Spetterà alla prossima commissione decidere dopo che un nuovo gruppo subentrerà nel 2025.

Ma per epicenter.works, Homo Digitalis e Chaos Computer Club, il commissario Breton non si è dimostrato imparziale nelle discussioni sul fair share.

“Nonostante sia stato l’ex amministratore delegato di France Télécom [tra il 2002 e il 2005], l’opinione pubblica si aspetta che il Commissario Breton aderisca fermamente all’imparzialità su questioni relative all’industria delle telecomunicazioni”, hanno scritto i firmatari.

IN VISTA DEL DIGITAL NETWORKS ACT

Inoltre, le tre Ong sostengono che le imminenti riforme delle telecomunicazioni, come il Digital Networks Act, potrebbero finire per deregolamentare il settore delle telecomunicazioni e favorire la creazione di mega-operatori paneuropei rispetto ai concorrenti più piccoli.

Lo scorso 10 ottobre la Commissione europea ha pubblicato i risultati della consultazione sul futuro del settore delle comunicazioni e delle sue infrastrutture: la maggior parte degli stakeholders, comprese le piattaforme digitali, le reti di distribuzione dei contenuti, i gruppi di consumatori e i cittadini, si è opposta al meccanismo del fair share.

Contestualmente alla pubblicazione dei risultati della consultazione, il commissario europeo Thierry Breton ha annunciato su Linkedin che l’esecutivo Ue sta lavorando al  “Digital networks act” per “ridefinire il Dna della regolamentazione di settore”. Al centro c’è un mercato unico unificato per le telecomunicazioni.

A margine del consiglio informale Ue sulle telecomunicazioni tenutosi a Léon, in Spagna il 23 e 24 ottobre 2023, ai giornalisti che gli hanno chiesto se l’iniziativa “fair share” fosse stata del tutto accantonata, Breton ha replicato che la commissione affronterà l’argomento in un libro bianco previsto per il 2024 e prenderà in considerazione anche la futura legislazione denominata Digital Network Act.

“Non si tratta di risolvere un problema una tantum, come il “fair share”, ma di proiettarci nel futuro per cercare di definire la visione comune di cui abbiamo bisogno per il nostro continente”, aveva dichiarato Breton, ripreso sempre da Bloomberg.

LA POSIZIONE DEI GRUPPI PER I DIRITTI DIGITALI E FAIR SHARE

Tuttavia, come ricorda Politico, i gruppi per i diritti digitali – in combutta con i giganti della tecnologia – in passato si sono opposti all’idea di un’equa condivisione perché metterebbe in pericolo il principio della neutralità della rete, e hanno spinto contro gli operatori di telecomunicazioni fin troppo dominanti che controllano l’accesso a Internet.

Quindi le ong così come le associazioni dei diritti per i consumatori temono rischi per i diritti degli utenti e danni alla net neutrality dall’eventuale introduzione del fair share.

E LA POSTURA ITALIANA

Tuttavia, il dibattito sul fair share non è finito, secondo Bloomberg. Tanto meno nel nostro Paese.

Lo scorso ottobre il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso ha sostenuto l’idea dell’equo contributo durante il consiglio informale Ue sulle tlc, affermando che “tutti gli attori del mercato che beneficiano della trasformazione digitale devono contribuire in modo equo e proporzionale ai costi delle infrastrutture”.

Secondo Urso, i risultati della consultazione pubblica europea dimostrano che “esiste una sostanziale polarizzazione tra gli stakeholder del settore”. Pertanto, il rappresentante del governo Meloni ha chiesto alla commissione di analizzare ulteriormente l’impatto che il traffico Internet delle grandi aziende tecnologiche ha sulle reti.

Un cambio di passo rispetto alla frenata avvenuta la scorsa estate per mano del sottosegretario della presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, Alessio Butti, che con una lettera inviata proprio al commissario Ue Breton, in merito alla consultazione avviata sul “fair share” aveva chiesto una moratoria in attesa di un’ulteriore indagine che producesse dati pubblici sul mercato e sugli investimenti più condivisi, come riassunto dal Sole 24 Ore.

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