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Chi ha mollato il titolo Nexi provocando lo splash? Fatti, numeri, ipotesi e commenti

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Perché l’esordio del titolo Nexi in Borsa è stato un flop? L’approfondimento di Michele Arnese

Come mai il titolo di Nexi al debutto a Piazza Affari ha fatto splash? E’ la domanda che operatori, addetti ai lavori e investitori si stanno ponendo dopo la giornataccia vissuta martedì 16 aprile. Ecco fatti, numeri, commenti e analisi.

LE CONTRADDIZIONI DI NEXI

La più importante raccolta di capitali al mondo (oltre 2 miliardi) da inizio anno, attraverso una quotazione, ha fatto registrare uno dei peggiori debutti della storia recente di Piazza Affari: è una sorta di doppio primato quello fatto registrare da Nexi, la società attiva in pagamenti digitali controllata dai fondi Advent, Bain e Clessidr, ha fatto notare Mf/Milano Finanza.

I NUMERI DI NEXI

In effetti per quella che al momento è la maggiore Ipo internazionale del 2019 – arrivata in Borsa con un flottante del 35,6% del capitale a seguito del collocamento chiuso l’11 aprile scorso a un prezzo di 9 euro per azione – il debutto si è trasformato in un flop, con un -6,22% a fine giornata che ha significato circa 350 milioni di capitalizzazione bruciata, scesa a 5,35 miliardi dai 5,7 del collocamento.

COME HA CHIUSO IERI NEXI

I titoli nel giorno del debutto hanno chiuso a 8,44 euro, quindi addirittura sotto il valore minimo della forchetta di prezzo indicata a inizio collocamento.

L’ANALISI DEL SOLE 24 ORE SU NEXI

“Guardando agli ultimi dieci anni – ha notato il Sole 24 Ore – a far peggio nel primo giorno di contrattazioni sono state solo Coima Res (-13,27% il 13 maggio 2016) e Tesmec (-11,61%, l’1 luglio 2010). All’estremo opposto Moncler (+41,91% il 16 dicembre 2013) e Brunello Cucinelli (+37,89% il 27 aprile 2012)”.

I NODI E I DUBBI SU NEXI

Pur essendo attiva in un settore in espansione come quello dei pagamenti digitali, Nexi mostra un indebitamento non indifferente. E alcuni addetti ai lavori hanno notato nei documenti pubblici per la quotazione che alcuni contratti di servizio con alcuni istituti di credito scadono l’anno prossimo.

IL GIUDIZIO DI S&P’S

Chi non si è preoccupato dell’esordio è stata l’agenzia di rating Standard & Poor’s. L’agenzia americana ieri ha alzato il rating della società guidata dall’amministratore delegato Paolo Bertoluzzo da B+ a BB-, con outlook positivo. Il miglioramento del giudizio, ha spiega la società di rating in una nota, “avviene dopo il collocamento in borsa avvenuto due giorni fa, che ha comportato anche un aumento di capitale da circa 684 milioni di euro che saranno utilizzati anche per ridurre parte dell’indebitamento, portandolo intorno a 2 miliardi dagli attuali 2,6 milairdi”.

IL NODO DEL DEBITO

Il rapporto tra indebitamento ed ebitda dovrebbe ridursi tra le 4 e le 5 volte nel corso dell’attuale esercizio e in quello successivo. Per cui, sostengono gli analisti di S&P’s, “l’azione di contenimento prevista sul fronte del debito rafforza il profilo finanziario del gruppo anche se l’indebitamento rimane comunque consistente e resta il maggior fronte di debolezza”.

L’OUTLOOK

Inoltre, l’outlook positivo riflette la possibilità che la casa americana possa migliorare ulteriormente il giudizio su Nexi nel corso dei prossimi dodici mesi a patto che l’azienda mantenga una politica più conservativa rispetto al passato sul fronte finanziario e in particolare eviti di fare acquisizioni ricorrendo al debito per finanziarle.

LE DOMANDE

Restano comunque le due domande che attanagliano gli addetti ai lavori. Il prezzo dell’Ipo era congruo e perché all’esordio il titolo Nexi ha fatto splash.

L’ANALISI DEL SOLE 24 SU NEXI

Al primo quesito ha provato a rispondere il quotidiano Il Sole 24 Ore, che prima della quotazione ha scritto: “Anche a 9 euro – prezzo d’Ipo fissato nella parte bassa della forchetta iniziale di 8,5-10,35 euro -, Nexi risulterebbe ben più cara delle società quotate comparabili prendendo a riferimento il rapporto prezzo/utili – ha scritto Antonella Olivieri – E invece a sconto sui multipli Ev/Ebitda utilizzando il criterio di rettifica dell’azienda: 15 e 13,1 volte sul 2019 e 2020, rispetto ai multipli di 17,8 e 15,5 della francese Worldline e di 18,3 e 16,2 dell’americana Worldpay, che sono ritenute più immediatamente comparabili (la seconda è passata da un’operazione di private equity promossa da Advent e Bain). Visa e Mastercard viaggiano a multipli più elevati 21,4 e 19 la prima, 23,7 e 20,6 la seconda”.

L’ANALISI DI MILANO FINANZA

E chi ha venduto a man bassa il titolo il primo giorno di Borsa? Oggi Milano Finanza ha scritto: “La maggior parte delle vendite può essere venuta proprio dai global coordinator che potendo contare sulla greenshoe a prezzo più basso di quello di collocamento hanno venduto allo scoperto, essendo comunque sicuri di poter consegnare i titoli una volta esercitata la greenshoe. Se è vero che hanno venduto allo scoperto anche alcuni global coordinator, figuriamoci se non sono stati attivi anche i cosiddetti shortisti”.

I GLOBAL COORDINATOR

A guidare il collocamento c’era un robusto consorzio con cinque global coordinator (Banca Imi, Merrill Lynch, Credit Suisse, Goldman Sachs e Mediobanca) e otto joint bookrunner (Akros, Barclays, Citigroup, Hsbc, Mps, Ubi, Ubs e UniCredit).

LE IPOTESI

“I rapporti fra alcuni global coordinator e gli azionisti venditori (principalmente Mercury) erano e sono, a giudizio di molti, troppo stretti, fin quasi al conflitto di interessi. Fatto sta che nel book delle prenotazioni sono state iscritte quantità molto più alte di quanto poi fondi o gestori erano in grado di assorbire sulla base dei limiti di rischio che quel fondo o quella gestione potevano sopportare. Una tale situazione, per non scontentare chi menava la danza, ha generato sicuramente una parte delle vendite per riequilibrare i parametri di rischio”, ha aggiunto il settimanale Milano Finanza.

ECCO UN ESTRATTO DELL’EDITORIALE ORSI&TORI DEL SETTIMANALE MILANO FINANZA DEDICATO A NEXI: qui la versione integrale

Per giorni, prima della vigilia del debutto, vari giornali hanno riportato che il collocamento Nexi andava benissimo e che la richiesta era già due o tre volte superiore all’offerta. Per questo, molti si aspettavano che il prezzo fosse fissato al vertice della forchetta, nettamente superiore ai 9 euro. I primi sospetti che non tutto filasse liscio sono nati appunto quando è stato deciso il prezzo più basso della forchetta.

Chi guarda il mercato rimane il mistero di quali sono i meccanismi di questi flop a pochi minuti dal collocamento, che, giova dirlo, non è stato effettuato fra il pubblico dei risparmiatori ma solo a investitori istituzionali, i più abili ma anche, a giudizio di uno dei più esperti operatori del mercato, i più pericolosi.

Un collocamento anche per il retail avrebbe imposto una comunicazione più ampia di quella striminzita fatta, probabilmente su suggerimento degli advisor bramosi di avere per sé tutte le spese dell’ipo.

Gli attori di un collocamento sono vari per natura e attività, ma i principali sono coloro che vengono definiti global coordinator, cioè che coordinano l’operazione e ne tengono le fila; ci sono poi, a ruota, coloro che tengono il book delle prenotazioni e che sono appunto chiamati bookrunner; in ruoli meno esposti operano gli advisor, gli sponsor e via dicendo.

Tutti si dividono una bella torta per i servizi prestati, specialmente se l’ipo è miliardaria come Nexi. Ovviamente ci sono gli azionisti della società che possono o diluirsi, in quanto vengono messe in vendita azioni di nuova emissione a seguito di aumento di capitale, oppure possono vendere una parte delle azioni possedute e fare un aumento di capitale per dotare la società di mezzi freschi; infine l’ipo può riguardare solo azioni già esistenti.

Il caso di Nexi è il secondo, infatti il collocamento è avvenuto sia di azioni già esistenti provenienti da alcune banche che erano socie del vecchio Istituto centrale delle banche popolari, proprietario anche di CartaSi da cui è nata Nexi , ma anche dall’azionista di controllo, il fondo Mercury, non nuovo a operazioni del genere; contemporaneamente sono state collocate azioni di nuova emissione in seguito ad aumento di capitale.

Fra i global coordinator c’è stato il gotha delle banche d’affari nazionali e internazionali; idem fra i bookrunner.

Ai global coordinator la società da quotare deve mettere a disposizione la cosiddetta greenshoe, letteralmente la scarpa verde per un vecchio episodio troppo lungo da raccontare. Greenshoe equivale a un consistente pacchetto di azioni che i global coordinator potranno rilevare al prezzo del primo periodo di borsa.

L’obiettivo generale, dopo una lunga astinenza da ipo, era quello di fare il pieno e per questo (prima parziale spiegazione) è stata fatta una pessima comunicazione da chi menava la danza, appunto facendo filtrare che la domanda era due o tre volte superiore all’offerta.

Secondo aspetto, i rapporti fra alcuni global coordinator e gli azionisti venditori (principalmente Mercury) erano e sono, a giudizio di molti, troppo stretti, fin quasi al conflitto di interessi. Fatto sta che nel book delle prenotazioni sono state iscritte quantità molto più alte di quanto poi fondi o gestori erano in grado di assorbire sulla base dei limiti di rischio che quel fondo o quella gestione potevano sopportare. Una tale situazione, per non scontentare chi menava la danza, ha generato sicuramente una parte delle vendite per riequilibrare i parametri di rischio.

Ma a giudizio di molti, la maggior parte delle vendite può essere venuta proprio dai global coordinator che potendo contare sulla greenshoe a prezzo più basso di quello di collocamento hanno venduto allo scoperto, essendo comunque sicuri di poter consegnare i titoli una volta esercitata la greenshoe. Se è vero che hanno venduto allo scoperto anche alcuni global coordinator, figuriamoci se non sono stati attivi anche i cosiddetti shortisti.

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