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Come arrivare alla cashless society

Cashless Society

Quale transizione dolce verso la cashless society? L’approfondimento di Roberto Santoro

La trasformazione digitale è un processo inevitabile del nostro futuro. Ma come per altri grandi cambiamenti epocali, uno per tutti l’economia verde, oggi la questione che abbiamo di fronte è stabilire obiettivi realistici di innovazione. Calcolando cioè i rischi oltre alle opportunità della mutazione tecnologica in atto. Un capitolo rilevante della trasformazione digitale, per esempio, è quello dei metodi di pagamento elettronici che si sono diffusi sempre di più a partire dagli anni Novanta. Da bancomat e carte di credito fino alle app per gli acquisti online, la nostra realtà quotidiana è cambiata profondamente. Tanto che Paesi come la Svezia hanno annunciato lo stop all’uso del denaro contante dal 2023.

Con il passare del tempo, i pagamenti elettronici sono diventati sempre più comodi, veloci e, si dice, sicuri, eppure proprio la Svezia ha lanciato un monito ai suoi cittadini, invitandoli a conservare riserve di denaro contante in caso di attacchi terroristici, blackout informatici ed elettronici o altri fenomeni di instabilità politico-sociale. Insomma, se la strada maestra sembra quella “cashless”, il contante è ancora considerato una riserva di valore. La smaterializzazione totale della moneta non ci rende invulnerabili.

Un approccio equilibrato dovrebbe guidare anche le scelte dei decisori pubblici in Italia. In attesa di capire che fine faranno i roboanti piani del Governo Conte per limitare l’uso del contante, dal Cashback di Stato alla “Lotteria degli scontrini”, i dati mostrano che nell’anno del Covid gli italiani hanno incrementato acquisti e pagamenti online. Di nuovo però non sono tutti smartphone e fiori. Non possiamo sottovalutare il fatto che il nostro Paese sia fermo al 28esimo posto nella classifica delle “cashless society”. In Italia esistono fasce più deboli della popolazione, come gli anziani e chi vive nelle zone rurali o più isolate, che scontano ancora un analfabetismo digitale tale da legarle al contante come unica forma di pagamento disponibile. Con un cambiamento troppo radicale, queste persone sarebbero abbandonate a se stesse. E il problema non è solo il digital divide.

Secondo Bankitalia, il 10 per cento degli italiani non possiede bancomat o carta di credito. Questo vuol dire che, mentre si premiano i comportamenti virtuosi dei cittadini che ambiscono ai rimborsi del Cashback, si penalizza chi non ha gli strumenti necessari per parteciparvi. Il risultato è una disparità di trattamento fiscale che finisce per inasprire le diseguaglianze sociali. Con buona pace del principio liberale per cui andrebbe tutelata la libertà di scelta dei cittadini.

Con lo stesso equilibrio vanno giudicate le ricadute occupazionali della “società senza contanti”. Ci si può compiacere del fatto che le (grandi) aziende possono ridurre il costo del personale grazie a sistemi di pagamento e carte “contactless”, ma le istituzioni del nostro Paese si occuperanno delle migliaia di persone che lavorano in settori come il trasporto valori o dei cambiavalute? Aziende e dipendenti di questi settori hanno continuato a offrire i loro servizi ai cittadini anche durante la pandemia Covid, con entrate che si riducono, costi di gestione che aumentano, posti di lavoro a rischio. Le istituzioni se ne occupano? Avrebbero il dovere di farlo. Così il cerchio si chiude e torniamo al nostro assunto iniziale.

È facile predicare il passaggio alle fonti di energia rinnovabili senza spiegare come faremo a garantire il nostro fabbisogno energetico rinunciando alle fonti fossili. È altrettanto semplice dire vogliamo una società a “rifiuti zero” se chiudiamo gli occhi sui rifiuti che continuano a finire in discarica o ad essere venduti altrove perché non si fanno i termovalorizzatori (con un aggravio fiscale ulteriore per i contribuenti). Ed è singolare questa idea della “società senza contanti” che ignora il divario digitale ancora forte nel nostro Paese tra chi ha accesso alle nuove tecnologie e chi non ce l’ha.

La trasformazione digitale e l’economia verde rappresentano senza alcun dubbio due pilastri della modernità, ma ogni fase di transizione storica comporta dei rischi generati dai nuovi e approssimativi equilibri destinati a consolidarsi. Ecco perché sarebbe più utile ragionare in termini di “meno è meglio” più che di “senza è bello”. Meno contanti non vuol dire abolire l’uso del contante, ma una sua riduzione controllata. Ancora una volta, da una parte ci sono i NO radicali (figli delle ideologie e degli interessi che si portano dietro). Dall’altra un’idea di transizione dolce, graduale, razionale, verso il nostro futuro.

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