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Come si dividono gli Stati Ue sui prezzi gasati dell’energia

Georgia

I prezzi dell’energia in Europa sono scesi rispetto ai livelli critici di ottobre, ma rimangono molto alti. Gli Stati membri dell’Unione non riescono a trovare un accordo sulle misure di lungo termine. Ecco tutte le posizioni

 

Gli Stati membri dell’Unione europea sono divisi sulle misure da adottare in risposta all’aumento dei prezzi dell’energia. Prezzi che, pur non essendo più sui livelli critici di ottobre – causati dalla carenza e dal costo del gas naturale -, rimangono comunque molto alti.

L’ANDAMENTO DEI PREZZI

Come ricostruisce Reuters, dall’inizio del 2021 allo scorso ottobre i prezzi europei di riferimento del gas risultavano cresciuti del 700 per cento. Se si estende il confronto a fine novembre, l’aumento risulta essere del 300 per cento circa.

LE RISPOSTE IMMEDIATE

Molti paesi dell’Unione europea – come l’Italia, ad esempio – hanno già messo a punto delle misure temporanee per proteggere le proprie popolazioni, e in particolare le fasce sociali più vulnerabili, dall’aumento delle bollette di luce e gas. A livello comunitario, queste misure hanno un valore superiore ai 3,4 miliardi di euro.

IL PROBLEMA SUL LUNGO PERIODO

Il problema è che i membri dell’Unione non riescono a trovare un accordo sulle risposte di lungo periodo che possano evitare o attenuare crisi energetiche future. I blocchi sono due.

IL BLOCCO FRANCO-SPAGNOLO (CON L’ITALIA)

Da una parte c’è quello composto da Italia, Spagna, Francia, Grecia e Romania. È a trazione franco-spagnola e spinge per una modifica del mercato elettrico europeo: vuole il disaccoppiamento dei prezzi di gas ed elettricità (ad oggi i primi influenzano profondamente i secondi), e che il costo dell’energia venga piuttosto determinato dalla composizione del mix utilizzato per rispondere alla domanda. Il gruppo è anche favorevole all’istituzione di una riserva strategica europea di gas, alla quale attingere in situazioni di scarsità.

IL BLOCCO TEDESCO-OLANDESE

Dall’altra parte c’è un blocco più numeroso, di nove paesi: Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Lettonia, Lussemburgo e Paesi Bassi. È guidato da Berlino e L’Aia e si oppone a riforme profonde del mercato energetico europeo perché pensa che cambiare il sistema di definizione dei prezzi nazionali dell’energia, o imporre dei tetti massimi, possa scoraggiare il commercio elettrico intraeuropeo e danneggiare gli incentivi all’installazione di capacità da fonti rinnovabili, ha ricostruito oggi il Sole 24 Ore.

LA POSIZIONE DELL’UNIONE EUROPEA

Della questione energetica se ne sta discutendo ormai da parecchie settimane a Bruxelles, senza aggiornamenti rilevanti. La Commissione europea ha fatto sapere che proporrà un quadro regolatorio sull’istituzione di scorte strategiche di gas all’interno della sua proposta di aggiornamento della normativa sul mercato comunitario del gas, prevista per il 14 dicembre.

La commissaria all’Energia Kadri Simson ha parlato anche della necessità di potenziare gli interconnettori (le infrastrutture che permettono il passaggio dell’elettricità nelle reti) e di migliorare la flessibilità delle reti elettriche europee.

Il mese scorso le autorità di regolazione dell’energia dell’Unione europea hanno condotto un’indagine sulla struttura del mercato elettrico comunitario, senza tuttavia riscontrare particolari criticità.

Un’altra indagine non ha trovato nemmeno prove di manipolazione del mercato europeo delle quote di CO2, l’ETS. Alcuni paesi – come la Polonia – avevano lamentato presunte speculazioni finanziarie sul mercato del carbonio, ritenute la causa del forte aumento dei prezzi dei permessi di emissione.

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