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Tutte le capriole di Usa, Ue e Italia su gas e petrolio

Draghi

Gli Stati Uniti e l’Unione europea vorrebbero distaccarsi dal gas e dal petrolio, ma nell’immediato non riescono a farne a meno: anzi, chiedono ai grandi produttori di aumentare l’offerta. E l’Italia si comporta tafazzianamente… Tutti i dettagli

 

Due delle più grandi economie mondiali, gli Stati Uniti e l’Unione europea, stanno puntando molto sul taglio delle loro emissioni di gas serra fino all’azzeramento netto (la cosiddetta “neutralità carbonica”) entro il 2050. I loro piani per l’energia e il clima prevedono riduzioni sostanziali già entro il 2030 e quote di utilizzo delle fonti rinnovabili (l’eolico e il solare, innanzitutto) via via maggiori, in sostituzione dei combustibili fossili come il gas e il petrolio. Eppure, nell’immediato, non soltanto non riescono a farne a meno, ma stanno chiedendo ai grandi produttori di aumentarne l’offerta sul mercato.

COSA FANNO GLI STATI UNITI SUL PETROLIO

I prezzi dei due principali contratti di riferimento del petrolio sono entrambi sopra gli 82 dollari al barile: oggi il Brent, il contratto basato sull’Europa del nord, è cresciuto dell’1 per cento, arrivando a 83,5 dollari; il West Texas Intermediate americano, invece, dell’1,2 per cento, arrivando a 82,2 dollari.

Gli aumenti sono principalmente legati all’ottimismo dei mercati per la crescita economica dopo la recente approvazione, degli Stati Uniti, del piano di Joe Biden sulle infrastrutture che, tra le altre cose, farà crescere la domanda di greggio per trasporti e industrie. Ma non solo. I prezzi del petrolio tendono infatti verso l’alto già da molto tempo a causa dello squilibrio tra la domanda (ripresasi velocemente dalla crisi pandemica) e l’offerta (molto ristretta).

Proprio giovedì scorso l’OPEC+ – l’organizzazione che riunisce alcuni dei più grandi esportatori di petrolio e che funge da “organo di regolazione” del mercato, guidata da Arabia Saudita e Russia – ha deciso di non rivedere al rialzo la produzione: piuttosto, manterrà l’incremento dell’offerta per il mese di dicembre a 400mila barili al giorno, come stabilito tempo fa. Così facendo, l’OPEC+ ha confermato la sua opposizione alle pressioni dell’amministrazione Biden, che aveva chiesto al gruppo di rilasciare maggiori quantità di petrolio sui mercati. I prezzi del carburante negli Stati Uniti sono infatti in aumento, la benzina è vicina alla soglia psicologica dei 4 dollari al gallone, e la Casa Bianca teme ripercussioni sui trasporti e sui consumi, in un contesto problematico di inflazione alta.

Oltre ad aver accusato l’OPEC+ di ostacolare la ripresa economica mondiale mantenendo alti i prezzi del greggio, l’amministrazione Biden si è detta pronta a utilizzare “tutti gli strumenti” necessari per mitigare i prezzi del carburante in patria, anche attingendo alla riserva strategica di petrolio. Il presidente ha sfruttato lo scorso vertice del G20 di Roma per aumentare la pressione internazionale contro l’organizzazione ma ha anche avviato delle discussioni con le società petrolifere americane per gestire l’aumento della benzina ai distributori.

COSA FA L’EUROPA SUL GAS

Mentre gli Stati Uniti si concentrano sull’OPEC+ e sul petrolio, il focus dell’Unione europea è invece sul gas naturale e sulla Russia, la maggiore fornitrice del blocco, per oltre il 40 percento. I prezzi europei del gas – e conseguentemente dell’energia elettrica – sono altissimi, i livelli delle scorte sono inferiori alla media degli anni scorsi, non manca molto all’arrivo dell’inverno ma le forniture del combustibile sono scarse.

L’Unione europea vorrebbe che la Russia inviasse più gas: Mosca, però, si sta limitando a onorare i contratti già stipulati senza prenotare nuova capacità di esportazione verso il Vecchio continente. È una strategia di pressione che ha obiettivi sia economici (convincere l’Europa a firmare nuovi contratti a lungo termine, distaccandosi dal mercato spot) sia geopolitici (promuovere la rapida approvazione del gasdotto Nord Stream 2, che marginalizzerà l’Ucraina).

Bruxelles sta protestando, dice di voler indagare sul comportamento russo, ma nei fatti – come nota bene il giornale Politico – non dispone di strumenti “per forzare” Mosca ad agire in maniera diversa. I rapporti di potere sono estremamente sbilanciati e l’Europa dipende molto dal gas russo; i flussi provenienti da altri paesi non sono in grado di sostituirli e l’idea di istituire una riserva comune di gas – che permetterebbe di alleviare i periodi di crisi – non piace a tutti i membri. Josep Borrell, a capo della politica estera dell’Unione europea, ha dichiarato che “da un punto di vista geopolitico e di sicurezza, non dovremmo offrire ai fornitori di gas la leva che hanno oggi”.

E L’ITALIA?

L’Italia dispone di almeno 90 miliardi di metri cubi di riserve di metano (il componente principale del gas naturale), stando ai numeri ufficiali contenuti nel Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee, o PiTESAI. I giacimenti si concentrano nella Pianura padana, nel mar Adriatico e in Basilicata.

Le stime – riportate dal Sole 24 Ore – dicono che il costo di estrazione del metano italiano è di circa 5 centesimi al metro cubo. Di contro, il gas che l’Italia importa dall’estero (da Russia e Algeria, principalmente) ha un prezzo mediamente di 50-70 centesimi.

Per riattivare “le riserve ferme da anni” per assenza di investimenti, disincentivati dall’incertezza politica, e “aggiornare gli impianti dei giacimenti ancora attivi” senza nuove perforazioni, servirebbe un piano da “un paio di miliardi per estrarre circa 10 miliardi di metri cubi l’anno per dieci anni”: lo scrive il Sole 24 Ore, facendo notare come la cifra sia comunque lontana “dai 17 miliardi del 2000”.

“I continui rinvii e i tentativi di inserire ulteriori emendamenti fanno capire che la strada sia politica che normativa del PiTESAI è completamente sbagliata, se non fallimentare”, aveva spiegato a Start Magazine Gianni Bessi, consigliere regionale del Partito democratico in Emilia-Romagna. “E comporta”, aggiunge, “il congelamento delle attività di sfruttamento degli idrocarburi: non soltanto nel mar Adriatico, ma anche in Basilicata e in Sicilia”.

Bessi sostiene che “il gas nazionale a chilometro zero ci consentirebbe di abbassare drasticamente le emissioni, oltre a generare risparmio per il paese e creare migliaia di posti di lavoro di qualità al riparo da tensioni. In Italia le riserve le abbiamo, ma bisogna fare una scelta: o si sceglie di non sfruttarle, prendendosi però anche le responsabilità (le conseguenze per il bilancio dell’Eni e per i lavoratori); oppure si stila un programma di sviluppo di 10-15 anni”.

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