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Prezzi del gas, che cosa succede davvero fra Europa e Russia

Russia Artico

Con il mercato spot del gas l’Europa pensava di mettere in difficoltà la Russia, che invece si adeguò velocemente. Bruxelles non tenne conto dei rischi: ecco perché. L’analisi di Demostenes Floros, senior energy economist del Centro Europa Ricerche (Cer)

 

La carenza di gas naturale in Europa – che alcuni riconducono principalmente alla Russia, ma non è la sola causa – sta facendo crescere i prezzi del combustibile in un momento dell’anno delicato: la stagione fredda, quella in cui la domanda di energia è più alta per il riscaldamento, è vicina, e le scorte sono generalmente su livelli bassi.

Non è tutto. Secondo l’agenzia di rating S&P Global Ratings, i prezzi dell’energia in Europa continueranno a crescere anche nel 2022 e nel 2023, parallelamente alla diminuzione dell’offerta.

“Nel passaggio dai contratti del gas oil-link a quelli spot i paesi consumatori potrebbero trovarsi in una situazione peggiore rispetto a quella precedente”, ha detto a Start Magazine Demostenes Floros, senior energy economist del Centro Europa Ricerche (CER), responsabile dei mensili Rubrica del Mercato Petrolifero e Geopolitica dell’Energia e responsabile del X corso di Geopolitica all’Università Aperta di Imola. È autore di Guerra e Pace dell’Energia. La strategia per il gas naturale dell’Italia tra Federazione Russa e NATO.

I CONTRATTI DEL GAS LEGATI AL PETROLIO

Floros spiega che “nel mercato regionale europeo del gas naturale, sino a pochissimi anni fa, i contratti cosiddetti take or pay erano quasi tutti oil-link: il prezzo del gas, cioè, variava in base all’andamento di un paniere di prodotti petroliferi – in particolare, gasolio da riscaldamento e olio combustibile – venutisi a determinare nel corso del semestre precedente”.

Questo tipo di contratti take or pay oil-link, precisa l’analista, “erano stati fortemente voluti dai paesi consumatori sulla scia dello shock petrolifero del 1973. Prevedevano la fornitura/acquisto di un determinato ammontare di gas ad un prezzo in parte concordato e tendenzialmente stabile. Essi avevano una durata che poteva raggiungere anche 25-30 anni. Parecchi sono quindi tutt’ora in essere”.

LE PENALI

“Nel caso in cui una delle controparti non avesse rispettato gli accordi presi, scattavano delle penali piuttosto salate. Ad esempio”, spiega Floros, “se l’acquirente non avesse ritirato un predeterminato quantitativo della materia prima entro un preciso arco di tempo, avrebbe sborsato sino all’80% del valore dell’accordo)”.

IL VANTAGGIO PER I VENDITORI

“Per i venditori come Gazprom, Statoil, Sonatrach e Socar, i contratti oil-link erano molto più vantaggiosi rispetto a quelli spot (scambiati soprattutto nel hub olandese TTF in Olanda, il più importante in UE), i cui prezzi erano molto più bassi”.

COSA FECE GAZPROM CON ENI

“A onore del vero”, precisa Floros, “la Gazprom intervenne più volte per rinegoziare i propri take or pay in essere, rendendoli meno gravosi per l’acquirente-consumatore: per ben tre volte con ENI, cosa che invece non fecero i norvegesi dell’allora Statoil, oggi Equinor, sino a quando non furono costretti, perché citati in giudizio dal Cane a Sei Zampe”.

LA SVOLTA VERSO LO SPOT

“Complice il difficilissimo contesto politico (a partire dalla crisi Ucraina)”, prosegue l’analista, “a Bruxelles intimarono a gran voce di modificare la cornice contrattuale dei contratti gasiferi da take or pay oil-link a spot sul modello del mercato regionale nordamericano e con una durata molto più breve rispetto ai precedenti (in realtà, alcuni contratti prevedono che nel caso in cui le oscillazioni dello spot fossero superiori al 30%, si ritorni all’oil-link)”.

“Così facendo, l’Unione europea riteneva scioccamente di mettere in grossa difficoltà la Federazione russa, la quale invece si adeguò velocemente al nuovo contesto, senza invece tenere conto dei rischi ai quali l’Unione andava incontro. E dire che il responsabile dei contratti della Gazprom, Sergey Komlev, più volte, durante i suoi interventi in Italia (Forum Italia-Russia di Milano, Forum Eurasiatico di Verona, Forum NE-Nomisma Energia di Bologna), ci aveva messi apertamente in guardia sulle possibili conseguenze negative”.

“Tengo comunque a precisare”, conclude Floros, “che un’analisi seria che confronti l’andamento dei prezzi nei due modelli contrattuali – oil-link e spot – necessiterebbe di un arco di tempo che non è ancora giunto a maturazione”.

LA QUESTIONE DEL GNL

A contribuire all’aumento dei prezzi del gas naturale in Europa, oltre alle politiche russe di limitazione dei flussi, è anche la forte domanda di gas naturale liquefatto (GNL) in Asia, che ha attirato a sé carichi che altrimenti si sarebbero diretti nel Vecchio continente.

Il GNL però, spiega Floros, “permane quasi sempre più costoso del gas spedito via tubo”.

“È vero che il mercato asiatico è ancora in larga parte caratterizzato da contratti take or pay oil-link e che i gasdotti siberiani che riforniscono l’Europa sono diversi da quelli che approvvigionano la Cina (il Power of Siberia). Ma commetteremmo un errore esiziale se ritenessimo che “il mercato dei due forni” – così lo definì Il Sole 24 Ore, anni or sono – non aumenterà il rapporto di forza del fornitore (la Federazione russa) soprattutto, in presenza dello spot.

“Che cosa succederà ai prezzi”, si chiede Floros, “quando russi e cinesi, e potenzialmente anche mongoli, apriranno la West Route, attraverso il Kanas Pass? In quel caso, mi permetto di ricordare che il gas che rifornirà quest’ultimi verrà estratto dagli stessi giacimenti che oggi approvvigionano noi europei”.

L’INVITO ALLA POLITICA

“In conclusione, invito in primo luogo la politica italiana, ma non solo, a lasciare da parte la russofobia imperante, le cui conseguenze sono lesive dei nostri interessi nazionali al lato pratico, e ad adottare un sano pragmatismo scevro dalle logiche della Guerra fredda: chiedo troppo, o dobbiamo attendere un ulteriore aumento dei costi dei materiali che ci servono per rinnovabili e batterie?”

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