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Eni, Bp, Exxon e non solo. A che punto è l’embargo del petrolio russo?

Le Sanzioni Alla Russia

Cosa fanno Stati Uniti, India, Germania, Italia e non solo sul petrolio russo. Le mosse, tra l’altro, di Exxon, Eni e Bp. L’articolo di Marco Orioles

 

Le posizioni assunte dai vari Paesi in materia sono piuttosto diversificate: a livello di governi si va dal blocco vero e proprio stabilito da Usa, Gran Bretagna, Canada e Australia alla netta contrarietà di Paesi come l’Ungheria e l’India, passando per le vie intermedie di Berlino e Roma.

Prendendo in considerazione invece la situazione effettiva a livello delle singole compagnie petrolifere, degli intermediari e dei grandi impianti di raffinazione abituati a importare prima del 24 febbraio ingenti quantitativi di greggio russo, si capisce che l’idea di porre uno stop al petrolio di Mosca si scontra con una realtà sul campo assai più frastagliata.

Approfittando di una serie di bollettini e approfondimenti realizzati dall’Agenzia Reuters a partire al giorno in cui i carri armati di Putin hanno varcato i confini dell’Ucraina, passeremo in rassegna le posizioni assunte dalle varie compagnie e società pubbliche e private in un insieme selezionato di Paesi distinguendo tra coloro che hanno reciso i rapporti in modo netto con Mosca (BP., Shell, Eni e altre), quanti invece hanno posizioni più sfumate, avendo congelato magari ogni nuovo contratto ma continuando ad onorare quelli in essere, e quanti infine continuano a fare incetta senza alcun problema del petrolio russo.

Chi ha rinunciato al greggio russo

La più significativa disdetta in assoluto è stata quella operata dalla britannica BP, che lascia il territorio russo dopo oltre 30 anni di attività e interrompe ogni forma di collaborazione con le società russe.

Oltre a rinunciare alle sue quote di Rosneft, con una mossa che potrebbe costarle fino a 25 miliardi di sterline, la compagnia si è impegnata a non siglare più contratti con entità russe, salvo che essi non si rivelino “essenziali per garantire la sicurezza delle forniture”.

In scia con BP anche i colossi Shell e Repsol, che hanno sospeso ogni operazione con i loro abituali fornitori russi. Identica la posizione della compagnia energetica portoghese Galp, che ha cessato ogni transazione con i partner russi.

Netta anche la decisione della compagnia petrolifera norvegese semipubblica Equinor, che, dopo aver cessato di commerciare il greggio russo, si accinge a sospendere ogni operazione in territorio russo.

Di proprietà del magnate saudita Mohammed Hussein al-Amoudi, la più grande raffineria svedese, Preem, ha messo in stand-by ogni nuovo acquisto di greggio russo, che prima dell’inizio delle ostilità rappresentava il 7% del totale delle sue importazioni: è già in corso il rimpiazzo col petrolio del Mare del Nord.

Taglio netto,  spostandoci di quadrante, anche per la più grande raffineria giapponese, Eneos, che ha cessato ogni acquisto di greggio russo, anche se sono in arrivo dalla Russia alcune petroliere in base ad accordi siglati precedentemente.

Meno radicale, ma sempre significativa, la svolta di Total, che si è impegnata a cessare le sue importazioni dalla Russia entro la fine dell’anno. Simile la situazione di Neste, la più grande raffineria finlandese, che ha contratti in essere sino a fine 2022 ma, a partire da quella data, interromperà le sue importazioni dalla Russia.

Infine, sebbene abbia cessato gli acquisti di nuovo greggio russo dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, la più grande raffineria polacca PNK Orlen, che opera anche in Lituania e nella Repubblica ceca, sta continuando a rispettare contratti di lungo termine siglati con i due colossi russi dell’energia Rosneft e Tatneft per garantirsi la sicurezza degli approvvigionamenti.

Il caso tedesco

Pur contraria ad un embargo tout court del petrolio russo, che  secondo il cancelliere Olaf Scholz causerebbe una severa recessione, la Germania sta gradualmente diminuendo l’import dalla Russia che è passato – stando a quanto dichiarato ieri dal ministro dell’economia Robert Habeck – dal 35% del totale dell’approvvigionamento nazionale di prima dell’invasione all’attuale 25%.

Ma l’obiettivo di Berlino sarebbe ancora più ambizioso, puntando – stando a quanto rivelato da Der Spiegel – a un dimezzamento delle forniture.

A conferma della linea non proprio chiara del governo, il greggio russo continua tranquillamente ad affluire in Germania. C’è il caso di Miro, la più grande raffineria tedesca posseduta al 14% dalla russa Rosneft, che acquista attualmente dalla Russia il 14% del petrolio complessivamente importato.

Nell’altra importante raffineria Pck Schwedt, controllata per il 54% dalla stessa Rosneft, il petrolio russo continua ad arrivare attraverso la pipeline Druzhba. Lo stesso oleodotto continua ad alimentare la raffineria Leuna, sita nell’est del Paese, e controllata con una quota di maggioranza da Total.

Il silenzio di Exxon Mobil

In Olanda Exxon Mobil si è rifiutata di rispondere alle domande dei reporter di Reuters interessati a capire se la compagnia stesse ancora importando greggio dalla Russia nella sua raffineria di Rotterdam.

Rimanendo in Olanda, anche la raffineria Zeeland, posseduta al 45% da Lukoil, ha optato per il silenzio lasciando intendere di avere qualche problema in casa.

Nessun problema per Putin in Ungheria, Grecia e Bulgaria

Come riferisce sempre Reuters, la compagnia ungherese MOL, operante attraverso tre raffinerie site oltre che in Ungheria anche in Croazia e Slovacchia, continua a rifornirsi di greggio russo che arriva tramite l’oleodotto Druzhba.

Spostandoci in Grecia, la Hellenic Petroleum (HEPr.AT), la più importante raffineria del Paese, continua a dipendere dalle forniture russe nella misura di circa il 5% del totale. Tuttavia, riporta ancora Reuters, la compagnia ha già cominciato a diversificare le sue fonti di approvvigionamento essendosi recentemente assicurata forniture aggiuntive provenienti dall’Arabia Saudita.

In Bulgaria, infine, la raffineria Neftochim Burgas, di proprietà della russa Lukoil, continua a importare e raffinare il greggio russo che rappresenta circa il 60% del totale delle sue importazioni.

Il caso India

Tutt’altro che intenzionata ad allinearsi alle posizioni intransigenti del fronte guidato dagli Usa, l’India è tra i principali Paesi che, essendosi persino rifiutato di condannare l’invasione dell’Ucraina, mantiene in essere i suoi rapporti commerciali con i colossi dell’energia russa.

Varie fonti, oltre a quelle di Reuters, documentano l’acquisto, effettuato due settimane fa, da parte della raffineria di stato Hindustan Petroleum di due milioni di barili del greggio degli Urali, la cui consegna è prevista per maggio.

Anche la più grande raffineria privata del subcontinente, Indian Oil Corp, ha operato due acquisti dello stesso greggio dopo l’inizio delle operazioni militari russe, l’ultimo dei quali ammonta a tre milioni di barili.

Infine la raffineria Nayara, parte delle cui quote societarie sono nella cassaforte della russa Rosneft, ha appena ripreso ad acquistare, dopo una pausa di un anno, il greggio degli Urali comprandone 1,8 milioni di barili attraverso l’intermediario Trafigura.

La situazione in Italia e la posizione del cane a sei zampe

In Italia, come è noto, la questione della dipendenza energetica da Mosca è un nodo che riguarda soprattutto il gas. Ma sul fronte del petrolio e delle relative importazioni effettuate dall’Eni la reazione è stata pronta.

A precisa domanda rivolta via mail da Reuters l’8 marzo, Eni ha risposto infatti che la compagnia aveva “sospeso la stipula di nuovi contratti relativi all’approvvigionamento di petrolio e prodotti derivati dalla Russia”.

Come chiarì dieci giorni dopo l’ad Descalzi, recidere i rapporti con Mosca non avrebbe costituito un vero e proprio dramma per la compagnia visto che la “nostra presenza in Russia non e’ significativa”.

Inoltre, ha aggiunto Descalzi, “dopo l’inizio della guerra abbiamo annunciato il nostro disinvestimento dal gasdotto Bluestream, che porta gas dalla Russia alla Turchia, e le joint venture con Rosneft nell’esplorazione sono congelate dal 2014 e lo rimangono”.

In parziale contrasto – a conferma che la questione del petrolio russo è tutt’altro che risolta –  è la notizia riferita da Reuters secondo cui nella più grande raffineria italiana, la ISAB – di proprietà della società Litasco SA con sede in Svizzera ma controllata dalla compagnia russa Lukoil – si continua a trattare il greggio russo assieme a quello proveniente da altri Paesi.

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