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Petrolio, perché l’effetto Arabia Saudita sarà sentito anche da Cina e India

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Il nuovo profilo di rischio dell’Arabia Saudita mette in discussione pilastri del sistema di sicurezza degli approvvigionamenti non solo per l’Occidente ma anche per Cina e India. L’analisi dell’economista Alberto Clò, direttore della rivista Energia 

Nella frase “non è successo niente, tutto a posto” potrebbero sintetizzarsi le reazioni dei governi e dei grandi media all’attacco del 14 settembre alle infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita. Forse rassicurati dal fatto che i prezzi del petrolio, dopo l’iniziale strappo, sono tornati ai livelli precedenti la crisi.

Tutto a posto quindi? Niente affatto. Per tre ragioni. Primo, l’estrema vulnerabilità del costoso sistema difensivo del Regno Saudita rispetto a sistemi militari asimmetrici e non convenzionali: dopo l’avvio della campagna militare contro i ribelli Houthi nel marzo 2015, l’Arabia Saudita – da sempre ritenuta la ‘banca centrale del petrolio” e fornitore d’ultima istanza – ha subìto un crescendo di attacchi, oltre dodici da un anno in qua. Pensare che quello del 14 settembre sia l’ultimo attacco contro Ryad (ma anche contro l’intero Medio Oriente) è alquanto azzardato. Come riporta il PIW, i ribelli yemeniti Houthi hanno annunciato di poter colpire “decine di obiettivi nella nostra area di azione nell’Unione degli Emirati Arabi, alcuni in Abu Dhabi”.

Secondo: dalla primavera araba del 2011 investire in Medio Oriente è sempre più difficile per i rischi geopolitici nonostante i minori rischi geologici. Un aspetto non di poco conto considerato che la regione detiene circa 50% delle riserve mondiali. Quel che contribuisce a ridurre la già bassa propensione delle imprese ad investire, motivata dalla severa disciplina finanziaria che si son date per far fronte alla crisi dei prezzi, privilegiando i margini sui volumi e i dividendi sugli investimenti. Alcune imprese europee, come Total ed Eni hanno rafforzato la loro presenza in Medio Oriente per ragioni di convenienza economica, ma le oil majors stanno riducendo il loro impegno, aprendo grandi varchi alle National Oil Companies asiatiche, specie cinesi.

Operare in Iran, Iraq, Libia, Venezuela (che insieme detengono il 39% riserve) è divenuto d’altra parte sempre più difficile se non impossibile. Meno investimenti, meno futura offerta. Nessun problema, si potrebbe sostenere, grazie alla transizione energetica. Ma se non fosse così?

Terzo: la domanda da porsi, come si chiede opportunamente il PIW, è se il 14 settembre sia un definitivo “game changer” per il mercato internazionale del petrolio e per la sicurezza globale dei suoi approvvigionamenti. L’Arabia Saudita vi giocava un ruolo essenziale, non tanto per l’importanza delle sue esportazioni nelle complessive movimentazioni internazionali (12% nel 2018), ma per il controllo quasi totalitario della spare capacity disponibile e della sua disponibilità ad investirvi per adeguarla alla crescente domanda. Non ultimo: come fattore di stabilità esercitato sui mercati come swing producer.

Il nuovo profilo di rischio dell’Arabia Saudita mette in discussione questi pilastri del sistema di sicurezza degli approvvigionamenti non solo per l’Occidente ma nondimeno per Cina e India. Non potendo più far conto su di essi – o comunque non come prima – e dovendo escludere che lo shale oil americano possa fungere da swing producer, come e chi può sostituirli?

Domande su cui i paesi che più abbisognano delle importazioni di greggio, oggi e domani, dovrebbero delineare strategie di risposta. Stando ai numeri, , con 15,1 mil.bbl/g nel 2018 l’Europa si trova in prima linea. Ma farvi affidamento sarebbe del tutto illusorio. Non è vero quindi che è ‘tutto a posto’. Come dice un proverbio popolare “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda al dito”.

(estratto di un articolo pubblicato su Energia; qui la versione integrale)

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