Jasem Mohamed al-Budaiwi, il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo – un’organizzazione che riunisce sei stati della regione, tra cui Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti – ha detto che l’Iran ha imposto il pagamento di un pedaggio per l’attraversamento in sicurezza dello stretto di Hormuz. Pare che almeno una parte di questi pagamenti vengano effettuati in yuan, la valuta cinese.
LA SITUAZIONE NELLO STRETTO DI HORMUZ
Lo stretto di Hormuz – che collega il golfo Persico al golfo di Oman, garantendo quindi un collegamento con il mar Arabico e l’oceano Indiano – è la via d’acqua più importante al mondo per il commercio energetico: in condizioni normali, infatti, vi passa ogni giorno circa un quinto di tutto il gas e del petrolio trasportati via mare. Ma da quando gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la guerra all’Iran, il regime di Teheran ha di fatto bloccato lo stretto, causando una forte crescita dei prezzi dei combustibili fossili, e non solo. Al momento, solo le navi battenti bandiera di pochi paesi – come la Cina, l’India, la Thailandia, la Malaysia e il Pakistan – possono attraversarlo senza correre il rischio di essere attaccate dagli iraniani.
PAGAMENTI IN YUAN?
Citando le agenzie di stampa iraniane Fars e Tasnim, Fortune ha scritto che il parlamento dell’Iran è al lavoro per formalizzare la procedura di riscossione dei diritti di transito dello stretto di Hormuz per le navi. “Noi garantiamo la sicurezza, ed è naturale che le navi e le petroliere paghino tali diritti”, ha dichiarato il deputato Mohammadreza Rezaei Kouchi.
Secondo la società di analisi di dati marittimi Lloyd’s List Intelligence, le imbarcazioni che vogliono attraversare lo stretto di Hormuz devono consegnare tutta una serie di documenti sul carico trasportato, sui membri dell’equipaggio e sulla destinazione alle Guardie della rivoluzione, un organo delle forze armate. Lloyd’s List Intelligence definisce questa procedura un “controllo geopolitico” e specifica che “sebbene non tutte le navi paghino un pedaggio diretto, almeno due imbarcazioni lo hanno fatto e il pagamento è stato effettuato in yuan”.
I RAPPORTI TRA L’IRAN E LA CINA
Ufficialmente, la Cina non ha preso posizione sulla guerra nel Golfo: ha invitato tutte le parti ad avviare dei negoziati di pace quanto prima possibile e sostiene di intrattenere dei normali rapporti commerciali con Teheran. Pare però che stia fornendo – tramite Smic, la più importante azienda cinese di semiconduttori – macchinari per la produzione di microchip alle forze armate iraniane.
Pechino è l’acquirente principale del greggio iraniano, con una quota superiore all’80 per cento. Inoltre, è fortemente dipendente dalle forniture che passano per lo stretto di Hormuz: il 40 per cento delle sue importazioni petrolifere transitano per questo chokepoint e all’incirca il 30 per cento delle sue importazioni di gas liquefatto arrivano dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti.
Per l’Iran, la compravendita petrolifera con i cinesi è fondamentale perché gli permette di attenuare l’impatto delle sanzioni occidentali sulla sua economia.
COSA FARANNO GLI STATI UNITI?
Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno schierato 10.000 truppe nel golfo Persico: per i prossimi giorni, poi, sono attesi altri duemila marines e migliaia di soldati della 82° divisione di fanteria. Il presidente Donald Trump ha detto al Financial Times di volersi “impadronire del petrolio iraniano” e non ha escluso uno sbarco sull’isola di Kharg, che funge da hub per le esportazioni petrolifere dell’Iran.
Il presidente ha dichiarato anche che le trattative tra Washington e Teheran – mediate dal Pakistan – stanno procedendo bene, e che gli iraniani avranno tempo fino al 6 aprile per accettare le condizioni di resa fissate dagli americani: in caso contrario, potrebbero scattare i bombardamenti sulle infrastrutture energetiche del paese.
INTANTO, IL PETROLIO…
Stamattina, il prezzo del petrolio Brent (il riferimento internazionale basato sul mare del Nord) è salito sopra i 115 dollari al barile, mentre il Wti (il benchmark americano) ha superato i 101 dollari.
La nuova impennata dei prezzi del greggio, che dall’inizio di marzo hanno guadagnato il 59 per cento, è legata all’allargamento della guerra del Golfo: nel finesettimana gli houthi, un gruppo armato yemenita affiliato all’Iran, hanno attaccato Israele, alimentando i timori di un blocco anche delle rotte marittime nel mar Rosso.







