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Perché per il bene dell’Italia il gas non va rottamato. Report Intesa Sanpaolo

Gas Italia

Il rapporto del centro studi Srm (Intesa Sanpaolo) dedicato all’idrogeno invita l’Ue a prestare attenzione al Mediterraneo: le potenzialità sono alte, ma esistono anche dei rischi. E sul gas si dice che…

 

La transizione energetica è “fondamentale” nella strategia dell’Unione europea. E l’area del Mediterraneo è “cruciale per il futuro geopolitico ed economico dell’Europa, dell’Italia e di Intesa Sanpaolo, che è radicata nella regione”. Lo ha dichiarato Francesca Passamonti, head of european regulatory and public affairs di Intesa Sanpaolo durante l’evento di presentazione del rapporto MED & Italian Energy Report 2021, dedicato alle prospettive dell’idrogeno nell’area mediterranea.

ENERGIA E SICUREZZA

Massimo Deandreis, direttore generale del centro studi SRM del gruppo Intesa Sanpaolo, ha sottolineato che la politica energetica dell’Unione europea – che punta ad aumentare la quota delle rinnovabili nel mix, in funzione dell’azzeramento netto delle emissioni di gas serra entro il 2050 – “deve tener conto” anche della sicurezza e della “indipendenza” dai soggetti stranieri. Bruxelles, cioè, non dovrebbe sostituire l’attuale (e pesante) dipendenza dal gas con una dipendenza future dalle materie prime per le tecnologie low-carbon, come le terre rare.

Gli Stati Uniti, ha spiegato Deandreis, “sono l’unica grande potenza autosufficiente” sull’energia “perché il livello delle importazioni è risibile: le importazioni ci sono, ma sono più funzionali a logiche di scorte” o commerciali. “La Cina ha un livello di importazioni relativamente contenuto” (22 per cento), mentre l’Europa ha “una dipendenza alta”, del 58 per cento. Ed è alta soprattutto in Italia, che dipende dalle forniture energetiche provenienti dall’estero per il 77 per cento: è il dato più alto all’interno dell’Unione. La Spagna è al 75 per cento, la Germania al 68 per cento e la Francia – nonostante le centrali nucleari domestiche – al 48 per cento.

IL TRIANGOLO IDROGENO-RINNOVABILI-GAS

Deandreis ha detto che “il passato e il presente” sono dominati dal “triangolo dei fossili”, ovvero carbone, petrolio e gas naturale; un “trittico” che ha retto sia il sistema energetico che lo sviluppo mondiale. Il futuro, invece, si giocherà sul triangolo rinnovabili-idrogeno-gas naturale. Il gas è stato definito dall’analista un “punto di contatto tra passato, presente e futuro”: è sì un combustibile fossile, ma anche quello che genera il minore livello di emissioni; e può svolgere un ruolo importante come “cuscinetto” per “accompagnare la transizione” e supplire all’intermittenza di generazione degli impianti eolici o solari.

Il gas naturale può essere impiegato per produrre idrogeno, un combustibile pulito: si parla di idrogeno blu se il processo di generazione prevede l’utilizzo di tecnologie di cattura e stoccaggio delle emissioni di gas serra. L’idrogeno verde, invece, è quello ricavato dall’elettricità rinnovabile.

IL POWER-TO-GAS

Il gas può sostenere la transizione energetica e la stabilità delle reti elettriche attraverso tecnologie come il power-to-gas: l’energia elettrica ottenuta da un pannello solare, ad esempio, può essere trasformata in gas di sintesi (ha caratteristiche simili al gas naturale), da immettere nei gasdotti e trasportare nei luoghi di consumo o di stoccaggio. La tecnologia può permettere di assorbire eventuali eccessi di energia prodotti dagli impianti rinnovabili intermittenti.

MIX ENERGETICI VECCHI E FUTURI

Nel 2000 il mix di generazione elettrica dell’Unione europea era composto per il 32 per cento da carbone, per il 6 per cento dal petrolio, per il 16 per cento dal gas, per il 31 per cento dal nucleare e per il 15 per cento da rinnovabili.

Nel 2019 la sua composizione era radicalmente diversa: il carbone è sceso al 15 per cento, il petrolio al 2 e il nucleare al 15; di contro, il gas è salito al 22 per cento e le rinnovabili al 36. Nel 2000 il carbone e il nucleare si sono ridotti ancora (13 e 23 per cento, rispettivamente), mentre gas e rinnovabili hanno guadagnato in importanza: il primo è al 22 per cento, le seconde al 41.

Il balzo in avanti delle rinnovabili è “significativo”, secondo Deandreis, ma ancora “insufficiente” rispetto agli obiettivi che l’Europa si è data: nel 2030 queste fonti dovranno rappresentare il 61 per cento del mix elettrico; l’84 per cento nel 2040 e l’88 per cento al 2050, la data prevista per il raggiungimento della neutralità carbonica.

IL TRIANGOLO GEOGRAFICO NEL MEDITERRANEO

Al triangolo delle fonti energetiche si affianca un triangolo geografico nella regione del Mediterraneo: nord, sud ed est.

Gli analisti di Intesa Sanpaolo fanno notare come la maggior parte dei giacimenti di gas naturale di recente scoperta si concentrino nella porzione est del mar Mediterraneo: il giacimento Zohr in Egitto, ad esempio, oppure le riserve contese tra Cipro e Turchia.

La fascia sud del Mediterraneo, ossia il Nordafrica, ha delle grosse potenzialità per quanto riguarda le energie rinnovabili per via delle alte rese garantite dalla velocità del vento e dall’insolazione: in Marocco, ad esempio, ci sono le giuste condizioni di base per lo sviluppo dell’eolico.

L’Europa, ossia la parte nord del Mediterraneo, è infine promettente per quanto riguarda l’idrogeno, visti i fondi stanziati per lo sviluppo di una catena industriale associata a questa fonte.

Tra le tre parti del Mediterraneo esistono tuttavia differenze profonde sia dal punto di vista economico (il nord è molto sviluppato, l’est mediamente sviluppato e il sud scarsamente) che energetico (il nord consuma molta energia e ne è altamente dipendente; il sud ha disponibilità di fonti fossili e potenziale per le rinnovabili).

IL RUOLO DEI PORTI

I porti, ha spiegato Deandreis, possono diventare dei veri e propri “hub energetici per accompagnare la transizione” verso le fonti pulite. Sono infatti, già adesso, i punti di arrivo delle condotte che trasportano i combustibili fossili e sono quasi sempre vicini a quelle industrie energivore (le raffinerie o gli impianti siderurgici, ad esempio) “dove è più ragionevole immaginare applicazioni dell’idrogeno”.

I porti possono poi diventare essi stessi produttori di energia pulita – succede in quelli dell’Europa del nord, grazie alle turbine eoliche installate in mare -, che possono fornire all’industria del trasporto marittimo.

OCCHIO ALLA STABILITÀ

Ad oggi le dinamiche energetiche nella regione del Mediterraneo seguono una linea sud-nord: dal Nordafrica, cioè, l’energia fossile viene trasportata in Europa, dove viene consumata. Ci sono paesi dell’Africa settentrionale, come la Libia e l’Algeria, che hanno costruito la loro stabilità economica e politica sul petrolio e sul gas. Ma se la transizione energetica abbatterà il consumo di queste risorse – avverte Ettore Bompard, direttore dell’ESL@ Energy Center del Politecnico di Torino -, si rischia di creare instabilità sociale in quelle zone.

IDROGENO DA NUCLEARE?

Nel suo intervento, Bompard ha ricordato la possibilità di produrre idrogeno dall’energia nucleare (si parla in questo caso di idrogeno viola, a zero emissioni), ma ha sottolineato il fatto che sia le tecnologie di fissione nucleare di ultima generazione e sia quelle di fusione non sono ancora disponibili sul mercato, e non è chiaro quando lo saranno.

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