Negli Stati Uniti è entrata in funzione la prima delle tre unità di Golden Pass, un grande terminale di liquefazione del gas naturale sulla costa del Golfo. L’impianto, di proprietà della compagnia statale qatariota QatarEnergy, vale 10 miliardi di dollari e possiede una capacità produttiva totale di 18 milioni di tonnellate di gas liquefatto (o Gnl) all’anno. La partenza del primo carico è prevista per il secondo trimestre del 2026.
CHI POSSIEDE GOLDEN PASS
QatarEnergy possiede il 70 per cento di Golden Pass; la restante quota del 30 per cento appartiene alla società petrolifera americana ExxonMobil. Prima dell’ingresso di Vtti e Ikav, ExxonMobil e QatarEnergy detenevano la maggioranza di Terminale Gnl Adriatico (o Adriatic Lng), ovvero la società che gestisce il rigassificatore di Porto Viro, vicino Rovigo.
GLI STATI UNITI POTRANNO SOSTITUIRE IL GAS DEL GOLFO PERSICO?
Golden Pass entra in un funzione in un momento critico per il mercato gasifero mondiale: il blocco dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, infatti, sta impedendo la commercializzazione del Gnl prodotto dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, che rimane bloccato nel golfo Persico. Il Qatar ha dovuto persino sospendere la produzione a seguito degli attacchi iraniani al grande complesso di Ras Laffan.
Nonostante le sue dimensioni, però, Golden Pass non è in grado di rimpiazzare l’offerta di Gnl “persa” a causa della crisi in Medioriente. Le sue tre unità possiedono una capacità annua di 18 milioni di tonnellate, mentre il Qatar – in circostanze normali – esporta oltre 80 milioni di tonnellate e gli Emirati circa 5 milioni di tonnellate.
– Leggi anche: Gli Stati Uniti minacciano di tagliare il Gnl all’Europa
QATAR ED EMIRATI PUNTANO SULLA DIVERSIFICAZIONE
La partecipazione di QatarEnergy in Golden Pass rientra nel disegno di diversificazione geografica del Qatar, che è estremamente dipendente dallo stretto di Hormuz: questa via d’acqua collega il golfo Persico al golfo di Oman, garantendo quindi un collegamento con il mar Arabico e l’oceano Indiano.
Anche la compagnia petrolifera statale degli Emirati Arabi Uniti, Adnoc, ha puntato proprio sugli Stati Uniti per garantirsi dei canali di commercializzazione alternativi: recentemente, infatti, ha comprato una quota di partecipazione nel progetto Next Decade per un terminale di Gnl a Brownsville, in Texas.
INTANTO, TRUMP APPROVA IL PETROLIO RUSSO A CUBA…
Sempre sul fronte energetico, gli Stati Uniti hanno dato l’impressione di voler quantomeno allentare il blocco al commercio petrolifero con Cuba: la misura era stata introdotta per favorire la caduta del regime di Miguel Diaz-Canel dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro, uno dei suoi maggiori sostenitori. Il presidente americano Donald Trump disse infatti che Washington avrebbe sanzionato i paesi che inviavano greggio verso Cuba. A seguito dell’interruzione delle forniture provenienti dal Messico, la carenza di carburante ha scatenato una grave crisi energetica sull’isola, con serissime ripercussioni sull’intera economia e sulla popolazione civile.
Domenica scorsa, però, il presidente Donald Trump ha dichiarato che “se un paese vuole mandare del petrolio a Cuba in questo momento, io non ho nulla in contrario, che si tratti della Russia o meno”. Quel giorno una petroliera russa, parte della flotta di “imbarcazioni ombra” utilizzate da Mosca per eludere le sanzioni internazionali, si trovava in prossimità della costa orientale di Cuba: è arrivata a destinazione lunedì.
A detta di Trump, questo carico non cambierà le cose. “Cuba è finita”, ha dichiarato. “Hanno un regime pessimo, hanno una leadership pessima e corrotta, e che ricevano o meno una nave carica di petrolio non farà alcuna differenza. Preferirei lasciarlo entrare, che si tratti della Russia o di chiunque altro, perché la gente ha bisogno di riscaldamento, di aria condizionata e di tutte le altre cose di cui si ha bisogno”.
La motivazione americana, dunque, sembrerebbe essere umanitaria. Più probabilmente, l’amministrazione Trump vuole evitare di ritrovarsi a gestire una crisi politica e sociale in prossimità dei suoi confini – il collasso del regime cubano produrrebbe ondate di esuli – mentre è impegnata nella guerra all’Iran.







