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Draghi, Eni e gli extraprofitti: che cosa sta succedendo

Eni Extraprofitti

Eni ha ricalcolato il prelievo della tassa sugli extraprofitti, passato da 550 milioni a 1,4 miliardi. Secondo il direttore finanziario del gruppo Francesco Gattei, in Italia la società genera “perdite ricorrenti”. Tutti i dettagli

 

Ieri Eni ha effettuato un ricalcolo dell’ammontare del prelievo dai suoi conti dopo che l’Agenzia delle entrate ha diffuso alcune precisazioni sull’ambito di applicazione della tassa sugli extraprofitti: per la società la cifra da versare è quasi triplicata, passando da 550 milioni di euro a 1,4 miliardi.

LA TASSA SUGLI EXTRAPROFITTI, IN BREVE

Quella sui cosiddetti extraprofitti è una tassa del 25 per cento applicata dal governo di Mario Draghi sulle entrate più alte riportate dalle aziende energetiche grazie all’aumento del prezzo delle materie prime (in primis il gas naturale). Più nello specifico, l’extraprofitto viene calcolato sulla base dell’incremento del saldo tra le operazioni attive e passive realizzato dal 1° ottobre 2021 al 31 aprile 2022, rispetto allo stesso periodo del 2020-2021.

Il governo conta di raccogliere 11 miliardi di euro, da spendere in misure di mitigazione del caro bollette per i consumatori e le imprese. Con la prima rata della tassa (al 30 giugno scorso), però, dei 4,2 miliardi stimati ne è stato ottenuto circa 1.

Le aziende che evaderanno la tassa rischiano una sanzione dal 30 al 60 per cento del valore non versato.

LE RAGIONI DEL RICONTEGGIO DI ENI

Intervistato dal Sole 24 Ore, il direttore finanziario di Eni Francesco Gattei ha spiegato le ragioni del riconteggio. “Eni”, ha detto, “ha pagato l’acconto del 40% il 30 giugno in linea con il dettato della legge e a valle della circolare del 23 giugno dell’Agenzia delle entrate che prevedeva come esclusione, rispetto al saldo IVA, le operazioni attive extra-territoriali. L’11 luglio, però, con una nuova circolare, l’Agenzia ha precisato che l’esclusione poteva essere effettuata solo in presenza di una perfetta corrispondenza con operazioni passive fuori campo IVA”.

I milioni in più frutto del ricalcolo “sono figli di operazioni IVA in cui non possiamo collegare analiticamente agli attivi i passivi derivanti dall’acquisto di gas. E non sono necessariamente operazioni fatte in Italia”, ha precisato.

LE CRITICHE DI GATTEI

Gattei ha criticato la tassa sugli extraprofitti, sostenendo che metta a confronto due periodi diversi come dinamica economica. C’era di mezzo il lockdown e il grosso della seconda ondata del Covid”, riferendosi al periodo ottobre 2020-aprile 2021.

Gattei ha detto anche che “gran parte” dei risultati positivi registrati da Eni nel semestre sono stati fatti “vendendo all’estero petrolio e gas come produttore. Poi, certo, vendiamo gas anche in Italia e in Europa, ma la fetta maggiore di quel gas l’acquistiamo a prezzi indicizzati in gran parte al Ttf [il punto di scambio di Amsterdam, ndr]. Non abbiamo contratti magici a prezzi fissi e bassi siglati anni fa”.

ENI FA EXTRAPROFITTI SUL GAS?

Stando al manager, Eni non fa extraprofitti sul gas. Nell’ultima semestrale, ha spiegato al Sole 24 Ore, “la divisione Ggp (Global Gas & Lng Portfolio) è a breakeven [punto di pareggio, ndr] dopo aver beneficiato nel primo trimestre di una rinegoziazione contrattuale. La raffinazione, invece, è andata molto bene sfruttando non solo il miglioramento dei margini di raffinazione ma anche le efficienze che abbiamo fatto e le svalutazioni dello scorso anno”.

Gattei ha aggiunto che la maggior parte degli utili registrati da Eni provengono dall’estero, mentre in Italia “ha perso a livello operativo quasi 600 milioni. Il sistema Italia, dunque, non ha generato finora extraprofitti ma perdite ricorrenti”.

IL GOVERNO HA SOVRASTIMATO LE ENTRATE DELLA TASSA?

In merito alla sovrastima delle entrate della tassa sugli extraprofitti, l’analista economico Giuseppe Liturri ha scritto su Startmag che “com’è possibile che un’imposta aggiuntiva […] del 25% possa fornire quasi un terzo del gettito totale IRES?”. Finora la misura ha infatti garantito entrate per 900 milioni, molto meno degli 11 miliardi previsti.

“Secondo alcune stime” – scriveva a giugno Sergio Giraldo, esperto di energia – “la tassa frutterebbe al massimo 3 miliardi, cioè 8 miliardi in meno di quanto atteso dal governo”.

Anche Repubblica nei giorni scorsi ha scritto che “nelle stime del Tesoro quell’acconto doveva portare a giugno 4,2 miliardi: se n’è incassato soltanto uno, ne mancano più di 9 dei 10,5 stimati. Se ora tutte le aziende si ‘ravvedessero’, potrebbero portare allo Stato – sanzioni incluse – oltre 3,5 miliardi. Difficile si arrivi a tanto”.

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