Energia

Energia carbon free: mancano incentivi e piani di sviluppo

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Quali gli strumenti più efficaci e meno onerosi per sostenere una significativa crescita della produzione di energia carbon free

Il rallentamento dell’economia mondiale, anche nei Paesi che, Cina in testa, fino a poco tempo fa la trainavano, è alla base della decisione del FMI di rivedere al ribasso le previsioni di crescita nei prossimi anni. Questo è anche il quadro di riferimento della stessa IEA, che ha recentemente pubblicato uno studio (“Repowering markets”), in cui esamina in modo molto approfondito le misure da adottare per lo sviluppo di mercati a energia carbon free, nella prospettiva, appunto, di una crescita molto contenuta della domanda nei Paesi sviluppati, per l’effetto congiunto di un ridotto incremento del PIL e di un maggiore efficienza energetica.

Non è evidentemente possibile entrare qui nel merito di proposte molto articolate, che tengono conto delle specifiche situazioni degli Stati membri dell’IEA, che ammontano a 242 pagine di testo. È però importante sottolineare che l’obiettivo dello studio è individuare gli strumenti più efficaci e meno onerosi per sostenere una significativa crescita della produzione di energia carbon free, malgrado in un quadro di bassa crescita della domanda i nuovi impianti FER siano prevalentemente destinati a sostituire quelli alimentati da combustibili fossili, in più di un caso anticipandone la dismissione. Una policy non facile da cui, secondo l’IEA, non si può tuttavia deflettere, in quanto l’obiettivo prioritario è la mitigazione del cambiamento climatico.

Energia carbon free: il punto della situazione

Siamo cioè in presenza di un indirizzo opposto a quello prevalente da tre anni in Italia, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Una stima prudenziale porta ad almeno 100.000 posti di lavoro persi tra il 2012 e il 2015 nel settore delle rinnovabili. Con un 2015 in cui si sono aggiunti soltanto 350 MW di fotovoltaico (portando il totale a 18.675 MW, +1,9%) e 295 MW di eolico (portando il totale a 8.958 MW, + 3,4%).

Un trend che fa a pugni non solo con gli indirizzi dell’IEA, ma anche con quanto è avvenuto nel resto d’Europa, dove nel 2015 il saldo fra nuovi impianti e impianti dismessi ha portato a un incremento di 12.520 MW della potenza eolica e di 8.500 MW di quella fotovoltaica, mentre si sono registrati cali nella potenza delle centrali termoelettriche tradizionali, pari a 3.337 MW per il carbone, 2.837 MW per il gas, 1.725 MW per il nucleare, 3.282 MW per l’olio combustibile.
Pur ipotizzando che gli impianti dismessi contribuissero in modo marginale alla produzione elettrica, nel 2016 il saldo negativo del 2015 comporterà una minore produzione con combustibili fossili di almeno 22 TWh, contro un incremento di quella da rinnovabili, conservativamente assunta pari a 32 TWh.

Se allarghiamo lo sguardo al mondo, nel 2015 sono stati installati 63.000 MW di potenza eolica, portando il totale a 432.400 MW, di cui un terzo nella sola Cina, mentre l’Italia è amaramente retrocessa al 2%. Per il fotovoltaico, mentre scrivo sono disponibili solo i dati 2014, che ci parlano di 178.400 MW di potenza complessivamente installata nel mondo, di cui 40.100 MW nel solo 2014.
Si conferma quindi il trend che, a livello mondiale, a partire dal 2013 registra un’installazione di potenza elettrica eolica e fotovoltaica maggiore di quella apportata complessivamente da impianti alimentati da carbone, gas e prodotti petroliferi.

energia carbon free

Tra l’altro questi andamenti smentiscono la vulgata, assai diffusa in Italia, che ci racconta di rinnovabili messe in crisi dai bassi prezzi di petrolio e gas, i quali in realtà hanno effetti su efficienza e FER meno pesanti di quanto possa sembrare a prima vista e sono comunque diversificati a seconda della tecnologia.

Va infatti tenuto presente che parliamo di interventi che, per la maggior parte, hanno costi di produzione derivanti essenzialmente dagli oneri fissi, quindi avvantaggiati da tassi di interesse prossimi alla zero, a causa di una spinta deflattiva, cui stanno contribuendo non poco proprio i bassi prezzi degli idrocarburi. Per di più, il costo marginale della produzione elettrica con fossili, per quanto ridotto, continua a fare i conti con quello, pressoché nullo, della maggior parte degli interventi di efficientamento energetico e di tutti gli impianti alimentati da rinnovabili, salvo le biomasse.

“Naturale” corollario di questo atteggiamento regressivo, dominante tra i vertici, soprattutto politici, del nostro Paese, è la sistematica sottovalutazione delle potenzialità di alcune innovazioni tecnologiche che, viceversa, altrove trovano la massima attenzione. Clamorosa è in particolare l’eccessiva cautela nei confronti dei progressi che si stanno registrando in due settori che, tra l’altro, vanno sinergeticamente a braccetto: gli accumuli elettrochimici e la mobilità elettrica.

Eppure il 25 febbraio scorso è uscito uno studio di Bloomberg New Energy Finance, secondo cui nel 2022 veicoli elettrici costeranno come quelli tradizionali e nel 2040 un quarto del parco circolante sarà a trazione elettrica, con il conseguente spiazzamento di 13 milioni di barili di greggio al giorno e un aumento della domanda elettrica di 1.900 TWh (quasi l’8% dei consumi elettrici mondiali del 2015).

In queste previsioni Bloomberg non considera a sufficienza l’effetto della politica del governo cinese nella promozione della mobilità elettrica, per contrastare livelli di inquinamento urbano considerati non più accettabili. Grazie alle misure di sostegno varate, Xindayang, un piccolo costruttore di vetture elettriche, che recentemente ha avviato una joint venture con Geely, un big del settore automobilistico, ha messo in vendita una piccola auto elettrica urbana, molto spartana, al prezzo di 10.000 dollari. BYD, l’altro importante produttore di veicoli elettrici, che fra i suoi investitori annovera Warren Buffett, offre una vettura più comoda a 20.000 dollari. Prezzi, entrambi, ormai accessibili per le tasche di centinaia di milioni di cittadini cinesi.

Sempre secondo Bloomberg, questa accelerazione è resa possibile dal crollo dei prezzi dei sistemi di accumulo, destinati a scendere dai 300 dollari/kWh di oggi sotto a 200 nel 2020 e a meno di 100 nel 2030: evidenti le ricadute in termini di funzionamento del sistema elettrico e di accresciute funzioni che le FER e la domanda potranno svolgere.

Nei discorsi, ma soprattutto nelle proposte dei decisori politici italiani, di tutto questo e di sostegnp all’energia carbon free non vi è però traccia.

G.B. Zorzoli
Articolo pubblicato su Il Pianeta Terra, numero di Marzo 2016

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