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Green Litigation

La Cop28 è davvero l’inizio della fine dei combustibili fossili?

L'accordo finale della Cop28 è stato salutato come "l'inizio della fine" dell'era dei combustibili fossili. Un conto sono gli impegni teorici, però, un altro le decisioni concrete. Ecco cosa pensano analisti e climatologi.

 

La COP28, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite a Dubai, si è conclusa mercoledì con un accordo che contiene per la prima volta un impegno ad allontanarsi gradualmente dall’utilizzo di combustibili fossili per la produzione di energia: tutti i combustibili fossili, dunque anche petrolio e gas naturale, e non solamente il carbone, il cui phase down era previsto già dalla COP26. Per questo motivo, il documento finale della COP28 è stato ritenuto storico, e qualcuno l’ha interpretato come “l’inizio della fine” dell’era delle fonti fossili responsabili del riscaldamento globale.

È DAVVERO L’INIZIO DELLA FINE DEI COMBUSTIBILI FOSSILI? NO

Javier Blas, giornalista di Bloomberg esperto di energia, ha criticato questa visione. Perché “in base all’esperienza precedente, poco di quello che viene concordato alla conferenza annuale delle Nazioni Unite si traduce in politiche reali”. Nonostante l’impegno per il distacco contenuto nell’accordo della COP26 del 2021, nel 2022 il consumo globale di carbone – il combustibile fossile più economico ma più emissivo – è arrivato a 8,3 miliardi di tonnellate, stabilendo un nuovo record; e probabilmente si manterrà su livelli altissimi anche nel 2023 e nel 2024.

Non solo quella di carbone, ma anche la domanda di petrolio è in aumento. Una realtà che le nazioni esportatrici di greggio potranno esibire per giustificare l’aumento della produzione e gli investimenti in nuova capacità. La COP28, del resto, non parla di phase-out (eliminazione graduale) dei combustibili fossili, bensì di allontanamento graduale (transitioning away); oltre che graduale, poi, il distacco dovrà essere anche “giusto, ordinato ed equo”.

In altre parole, la transizione dai combustibili fossili dipenderà dalla loro demanda, che però al momento non dà segni di diminuzione. Senza contare che l’accordo della COP28 invita a riconoscere “che i combustibili di transizione possono svolgere un ruolo nel facilitare la transizione energetica mentre garantiscono la sicurezza energetica”. Una definizione precisa di combustibili di transizione (transitional fuels) non c’è, quindi ciascun governo può utilizzare questa etichetta per indicare una qualsiasi fonte energetica: non solo il gas (il meno emissivo dei fossili) ma anche il carbone, qualora dovesse contribuire alla sicurezza energetica nazionale (è il caso del Giappone, dell’India o della Cina).

IL SARCASMO DI NICOLAZZI

Massimo Nicolazzi, professore all’Università di Torino, ex-dirigente di Eni e attuale membro del consiglio di amministrazione di ISAB S.r.l (la società che gestisce l’omonima raffineria siciliana, in passato di proprietà della compagnia russa Lukoil), ha commentato gli entusiasmi per l’accordo della COP28 con un tweet sarcastico.

Nicolazzi si riferisce al fatto che i partecipanti alla conferenza non si sono messi d’accordo per azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050 – un obiettivo che richiederebbe l’abbandono di petrolio, gas e carbone -, ma per raggiungere una condizione di azzeramento netto. Con azzeramento netto (net-zero) ci si riferisce a una condizione di neutralità, ossia di pareggio tra le emissioni prodotte e quelle catturate, rimosse dall’atmosfera o compensate con specifiche tecnologie: significa che l’umanità potrebbe – e verosimilmente lo farà – continuare a bruciare combustibili fossili anche nel 2050.

Le grandi compagnie petrolifere hanno investito molto nei progetti di cattura e stoccaggio della CO2, non ancora affermatisi sul piano commerciale.

IL PARERE DI PICOTTI

“Il fatto è che accordi non vincolanti – o, se pure vincolanti, non soggetti a un potere coercitivo – rappresentano carta straccia, una mera facciata con valore tuttalpiù reputazionale, una traccia sí da seguire, ma fino ad un certo punto, senza compromettere i propri interessi”: lo ha scritto su Twitter Luca Picotti, avvocato esperto di affari internazionali e autore de La legge del più forte.

“Provocatoriamente”, ha proseguito Picotti, “se si vuole guardare all’impegno ambientale, più che sulla COP28 gli occhi debbono rimane focalizzati su ciò che conta (e che può dare indizi sui sentieri tracciati): investimenti, filiere, sviluppo di nuovi mercati, sussidi statali, normative ad hoc, frontiere tecnologiche”.

I CLIMATOLOGI CONTRO LA COP28

Michael Mann, climatologo dell’Università della Pennsylvania, ha criticato l’accordo della COP28 per la sua vaghezza sul distacco dai combustibili fossili. All’agenzia AFP ha detto che “l’accordo per l’allontanamento graduale dai combustibili fossili è stato, nella migliore delle ipotesi, un caffè decaffeinato”, cioè un impegno troppo debole. “È come promettere al proprio medico di allontanarsi gradualmente dalle ciambelle dopo una diagnosi di diabete. La mancanza di un accordo per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili è stata devastante”.

La climatologa Friederike Otto del Grantham Institute ha dichiarato all’AFP che il documento finale della conferenza “è stato salutato come un compromesso, ma dobbiamo essere molto chiari su cosa è stato [deciso nel] compromesso. Gli interessi finanziari a breve termine di pochi hanno vinto ancora una volta sulla salute, sulla vita e sui mezzi di sussistenza della maggior parte delle persone che vivono su questo pianeta”.

Come ha sottolineato però l’Economist, “i combustibili fossili continueranno probabilmente a far parte del mix energetico per i decenni a venire. Anche le previsioni più ottimistiche prevedono un ruolo sostanziale per il petrolio e il gas, bilanciati dalle tecnologie che rimuovono le loro emissioni di gas serra, negli scenari in cui il mondo raggiungerà lo zero netto entro il 2050. Sebbene l’energia pulita abbia fatto passi da gigante, è improbabile che riesca a sostituire completamente i combustibili fossili per quella data”.

COSA CAMBIA SUL MERCATO

“Un accordo globale è solo un piccolo passo”, prosegue il settimanale. “Un passo molto più grande e difficile sarà quello di tradurre le parole in azioni nel mondo reale”. Tuttavia “l’accordo manda un segnale alle compagnie petrolifere, soprattutto nei paesi ricchi, che potrebbero trovare più difficile fare affari, ad esempio a causa delle sfide legali alle licenze di esplorazione”.

In ultimo, insomma, la transizione energetica non potrà prescindere dal mercato e dai livelli della domanda. Secondo Jonathan Pershing, ex-negoziatore climatico degli Stati Uniti e oggi membro della Hewlett Foundation, il linguaggio della conferenza, con il suo invito all’allontanamento dai combustibili fossili, manda al mercato “un segnale” che la comunità internazionale non ha ripensamenti sulla transizione energetica: questo potrebbe cambiare l’atteggiamento degli investitori nei confronti degli asset fossili, scrive Bloomberg.

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