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Confindustria abbraccia il gas e strattona Bruxelles

Confindustria Gas

Che cosa ha detto sul gas e l’industria italiana il delegato di Confindustria per l’Energia, Aurelio Regina, in audizione al Senato

 

Ieri si è tenuta l’audizione alla commissione Industria del Senato del delegato del presidente di Confindustria per l’Energia, Aurelio Regina, in merito al decreto Bollette. Un provvedimento che ha previsto lo stanziamento di oltre 3 miliardi di euro per contenere l’aumento delle bollette (legato principalmente al forte rincaro dei prezzi delle materie prime, come il gas naturale) e che Confindustria ha apprezzato, ha detto Regina. Ma con qualche riserva.

COSA HA DETTO REGINA

“Pur comprendendo le ragioni che hanno giustificato il ricorso alla fiscalità generale”, ha dichiarato Regina, “riteniamo che non vadano trascurate le ragioni strutturali dell’attuale condizione, che dovranno essere affrontate rapidamente vista la limitata possibilità del nostro paese di usare la leva fiscale”.

LA CRISI DEI PREZZI DELL’ENERGIA, IN BREVE

L’aumento delle bollette è dovuto alla crescita dei prezzi dell’energia, soprattutto del gas (ma sono su livelli alti anche il petrolio e il carbone), in tutto il mondo. La crisi è forte in Europa perché la regione è molto dipendente dalle forniture di gas provenienti dall’esterno: dalla Russia, principalmente. Alla base del problema, insomma, c’è una questione di disallineamento tra la domanda e l’offerta.

LA PROPOSTA DI CONFINDUSTRIA

Regina pensa che, dopo l’intervento del governo per ammortizzare l’impatto dei rincari delle bollette sulle famiglie e le microimprese, sia ora “necessario intervenire con misure straordinarie anche sui settori produttivi”.

Confindustria propone la costituzione di un fondo dedicato alla decarbonizzazione delle industrie hard-to-abate, quelle cioè che consumano grandi quantità di energia, emettendo livelli alti di emissioni di gas serra, i cui processi produttivi sono difficili da elettrificare perché le tecnologie per farlo mancano o non sono economicamente efficienti: ad esempio l’industria chimica, dell’acciaio e del cemento; oppure i trasporti marittimo, aereo e via camion.

La decarbonizzazione di queste industrie, però, è molto utile ai fini del raggiungimento degli obiettivi sulle emissioni: al 2030 l’Unione europea dovrà tagliare le proprie emissioni del 55 per cento, rispetto ai valori del 1990.

COME FUNZIONA IL FONDO DI CONFINDUSTRIA

Stando a quanto detto da Regina, il fondo in questione permetterebbe di attivare investimenti per oltre 15 miliardi di euro e potrebbe essere finanziato con il 30 per cento dei proventi delle aste sulle quote di carbonio per il periodo 2022-2026.

Le quote di carbonio sono, in sostanza, dei titoli che indicano un “permesso a inquinare” per le aziende, entro una precisa soglia. L’Unione europea ha creato un mercato (l’ETS) che garantisce alle aziende un certo numero di quote di emissione all’anno, che non devono sforare: nel tempo tale numero si riduce, facendo salire il prezzo del carbonio, e le aziende meno inquinanti possono vendere le proprie quote inutilizzate a quelle che altrimenti supererebbero la soglia massima. L’intero sistema serve a scoraggiare l’utilizzo dei combustibili fossili e a promuovere il passaggio alle fonti energetiche pulite. Lo scorso agosto il prezzo europeo del carbonio è arrivato a 60 euro per tonnellata di CO2; a settembre del 2020 era di circa 28 euro.

Il governo italiano ha già attinto ai ricavi delle aste sulle quote di CO2 per finanziare gli interventi contenitivi del prezzo delle bollette.

LE TRATTATIVE CONFINDUSTRIA-GOVERNO

Regina ha dichiarato che Confindustria, attraverso il presidente Carlo Bonomi, ha presentato una richiesta formale ai ministri Giancarlo Giorgetti (Sviluppo economico), Roberto Cingolani (Transizione ecologica), Stefano Patuanelli (Politiche agricole) e Daniele Franco (Economia) per “avviare una struttura di coordinamento straordinaria per la transizione energetica dei settori industriali a rischio di delocalizzazione”.

Il rischio infatti è che le industrie, per evitare di sottostare alle regolamentazioni emissive europee, possano decidere di spostare la produzione in paesi più “tolleranti”. Nel pacchetto Fit for 55 la Commissione europea ha istituito un meccanismo ad hoc per scoraggiare questo fenomeno: si tratta, in sostanza, di un “dazio sul carbonio” applicato alle frontiere dell’Unione su merci come l’acciaio o l’alluminio.

COSA PENSA CONFINDUSTRIA SUL GAS

La crisi energetica rappresenta un “serio rischio per la ripresa”, perché fa crescere i costi di produzione e, di conseguenza, i prezzi dei beni finali. Regina ha detto anche che il gas naturale è necessario ancora per un lungo periodo di tempo, “circa vent’anni e forse di più”, e che bisogna “riprendere a utilizzare i nostri giacimenti”: “è più utile utilizzare il nostro gas”, ha detto in audizione, “che prenderlo dalla Russia”. “Utilizzare parzialmente gli 80-90 miliardi di metri cubi di gas delle riserve italiane è un suicidio”.

Le riserve italiane di gas ammontano a circa 45.775 metri cubi, localizzate principalmente in terra e nel Sud Italia (Basilicata).

Il rappresentante di Confindustria ha poi criticato la Commissione europea per la sua “eccessiva demonizzazione” del gas – un combustibile fossile, benché emetta molta meno CO2 del petrolio e del carbone -, che giudica “sbagliata e dannosa per il nostro sistema industriale”.

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