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Perché Descalzi (Eni) vuole che l’Ue torni a gasarsi con la Russia

Claudio Descalzi dice che l'Unione europea dovrebbe cancellare il divieto di importazione di gas dalla Russia per proteggersi dalla perdita delle forniture dal golfo Persico. Già un altro ad di Eni, Franco Bernabè, aveva espresso la stessa posizione. Ecco quanto combustibile russo acquista l'Europa, cosa prevede il ban dal 2027 e qual è la situazione per l'Italia (anche sui carburanti).

L’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi ha detto che l’Unione europea dovrebbe cancellare il divieto di importazione di gas naturale dalla Russia, che diventerà pienamente operativo nell’autunno del 2027, per proteggersi dagli effetti della guerra nel golfo Persico e garantirsi l’approvvigionamento energetico.

LE PAROLE DI DESCALZI

“Penso sia necessario sospendere il ban che scatterà l’1 gennaio 2027 su 20 miliardi di metri cubi di gas che vengono dalla Russia”, ha dichiarato Descalzi nel suo intervento alla Scuola di formazione politica della Lega.

QUANTO GAS RUSSO IMPORTA L’UNIONE EUROPEA?

Prima che la Russia invadesse l’Ucraina, l’Unione europea dipendeva da Mosca per oltre il 40 per cento delle importazioni di gas naturale; l’anno scorso, invece, la quota russa sul totale degli approvvigionamenti comunitari è stata del 13 per cento: dagli oltre 150 miliardi di metri cubi di gas (principalmente via tubo) acquistati nel 2021, si è passati nel 2025 ad “appena” 40,9 miliardi.

Il calo è significativo, ma ad oggi Mosca rimane comunque una fornitrice rilevantissima per Bruxelles. Gli acquisti, però, dovrebbero azzerarsi entro il 2027: più precisamente, il divieto di importazione tramite contratti a breve termine scatterà il 25 aprile prossimo per il gas liquefatto e il 17 giugno per gli acquisti via tubo; per i contratti di lungo termine, invece, il divieto partirà dal 1 gennaio 2027 per il Gnl e dal 30 settembre 2027 per i flussi via tubo.

IL PENSIERO DI DESCALZI

Descalzi, insomma, pensa che l’Unione europea dovrebbe rivedere la sua politica energetica e riprendere ad acquistare liberamente gas russo in modo da tutelarsi da un ipotetico aggravamento della situazione nel golfo Persico. Se lo stretto di Hormuz dovesse rimanere chiuso ancora a lungo, cioè, e se i produttori di idrocarburi della regione non dovessero riuscire a ripristinare l’output perduto in tempi brevi (più di un anno, forse, visti i danni causati ai loro impianti dagli attacchi iraniano), sul mercato si registrerebbe un deficit di offerta gasifera di circa 20 miliardi di metri cubi.

“Chi andrà a produrre questi 20 miliardi in più?”, si è chiesto Descalzi.

Ma anche prima di arrivare a una carenza “fisica” di gas, la perdita dell’offerta proveniente dal golfo Persico – dal Qatar, in particolare – sta già causando un aumento notevole dei prezzi del combustibile. Considerato che i prezzi sul mercato asiatico sono mediamente più alti rispetto all’Europa, i rimanenti esportatori di Gnl potrebbero decidere di dirigere i loro carichi verso l’Estremo Oriente per approfittare delle condizioni favorevoli, lasciando scoperto il Vecchio continente.

Uno scenario simile potrebbe verificarsi anche sul mercato petrolifero. “Il mercato fisico del petrolio in Asia è a 150 dollari al barile”, ha spiegato Descalzi, “quello cartaceo atlantico è a 110. E quindi se c’è un cargo che parte dall’Africa o da qualsiasi altra parte, dove va?”.

ANCHE BERNABÈ (EX-ENI) VUOLE IL RITORNO AL GAS RUSSO

Prima di Descalzi, già l’ex-amministratore delegato di Eni Franco Bernabè aveva invitato – nel corso di un’intervista a Otto e mezzo – a fare una “serissima riflessione” sullo stato degli approvvigionamenti e dei prezzi dei combustibili fossili alla luce della guerra in Medioriente. “Oggi non ci sono le condizioni per riattivare il gas russo, però certamente il tema del gas russo è un tema che a un certo momento dovrà essere posto, in qualche forma”.

COSA STANNO FACENDO I PAESI EUROPEI

In realtà, diversi paesi membri dell’Unione europea hanno già aumentato le importazioni di gas liquefatto russo. Nel primo trimestre del 2026 hanno accresciuto del 17 per cento, su base annua, gli acquisti dall’impianto Yamal Lng, nell’Artico russo, per un volume di cinque milioni di tonnellate e una spesa complessiva di 2,8 miliardi di euro: lo dicono i dati raccolti da Kpler e le stime elaborate da Urgewald.

– Leggi anche: La guerra nel Golfo ha spinto l’Ue a gasarsi con il gas dell’Artico russo

I RISCHI PER L’ITALIA: GNL, JET FUEL E GASOLIO

L’Italia è il paese europeo che importa più gas dal Qatar, con quasi 5 milioni di tonnellate nel 2025: il combustibile qatariota vale all’incirca il 10 per cento delle importazioni gasifere totali. Secondo Descalzi, il blocco dello stretto di Hormuz causerà, per il nostro paese, un buco negli approvvigionamenti di Gnl da 6,5 miliardi di metri cubi, che verrà però coperto attraverso gli acquisti dagli Stati Uniti e dall’Africa: Nigeria, Congo e Angola, nello specifico.

Descalzi, però, ha fatto notare che il problema più serio è quello delle forniture di jet fuel, il combustibile per gli aerei: l’Unione europea è dipendente dal golfo Persico per oltre il 40 per cento degli approvvigionamenti e non è in grado di raffinarlo da sé in quantità sufficienti (la raffinazione, secondo Descalzi, “negli ultimi quindici anni è stata depotenziata”). In quattro aeroporti italiani – Milano Linate, Bologna, Venezia e Treviso – ci sono già state delle limitazioni ai rifornimenti dei velivoli.

A rischio sono anche le forniture di gasolio, il carburante più utilizzato per l’agricoltura e il trasporto delle merci. “Nel week-end scorso”, ha detto il capo di Eni, “abbiamo avuto seicento stazioni di servizio dove era esaurito il gasolio. Colpa nostra che abbiamo tenuto i prezzi troppo bassi, ma se seicento stazioni Eni rimangono senza gasolio un problema possibile c’è”.

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