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I prezzi del carbone in Cina stanno crollando. In India, però…

Carbone Cina

Rispetto ai picchi di ottobre, il prezzo del carbone in Cina è sceso notevolmente dopo l’intervento delle autorità. In India, invece, l’azione del governo sta causando problemi alla fornitura di elettricità. Tutti i dettagli

 

Lunedì in Cina il valore dei contratti del carbone termico, quello utilizzato per produrre elettricità, è diminuito del 5,6 per cento. Il calo di prezzo si deve all’azione del governo, intervenuto per regolare i prezzi del combustibile, ancora molto utilizzato nel paese.

IL PREZZO DEL CARBONE IN CINA

Il contratto (futures) del carbone termico più scambiato alla Zhengzhou Commodity Exchange cinese, con consegna per gennaio, è arrivato a 819,6 yuan (circa 128,3 dollari) per tonnellata. Come spiega Reuters, rispetto al picco di metà ottobre, quando arrivò a 1982 yuan a tonnellata, il calo è stato superiore al 58 per cento.

Era un valore, quello prossimo ai 2000 yuan, che gli analisti consideravano impensabile e che si legava alla crisi energetica in corso in Cina – oggi non è ugualmente grave – dovuta a una carenza di carbone, che comportò razionamenti delle forniture energetiche in diverse parti del paese.

L’INTERVENTO DEL GOVERNO SUI PREZZI

La Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme, un’agenzia governativa cinese, ha annunciato lunedì scorso di aver convocato i principali operatori della filiera del carbone per ricevere consigli su come migliorare il meccanismo dei prezzi del combustibile in questione. Il dialogo con le compagnie minerarie, i distributori e le società elettriche è iniziato verso la fine di ottobre.

Nel comunicato di inizio settimana, la Commissione spiega che la modifica del meccanismo dei prezzi del carbone è stata resa necessaria dal “recente aumento anormale dei prezzi del carbone”. Afferma inoltre che tutti i soggetti che partecipano al mercato di questa materia prima hanno trovato un accordo sui valori di prezzo ragionevoli. Valori che, tuttavia, non sono stati specificati.

L’AZIONE DELLO STATO

Su pressione dello stato, le compagnie minerarie attive nelle regioni cinesi in cui si estrae più carbone, come lo Shanxi e la Mongola interna, ne hanno fissato i prezzi a 900 yuan a tonnellata per 5500 kilocalorie.

Le autorità di Pechino hanno ordinato ai produttori di carbone di aumentare l’output. Alle società elettriche, invece, hanno detto di riempire le scorte di combustibile, visto l’inizio della stagione fredda nel nord del paese. Infatti, la settimana scorsa i livelli di stoccaggio di carbone negli impianti che generano energia elettrica hanno raggiunto le 147 milioni di tonnellate; si stima che possano aver raggiunto un massimo storico verso la fine di novembre.

IN INDIA, INVECE…

Nella vicina India (che pure ha vissuto una crisi energetica legata alla scarsità di carbone, a ottobre) gli stati settentrionali di Haryana e Punjab hanno subìto delle interruzioni di elettricità a seguito di una direttiva governativa che imponeva la sospensione delle attività a sei centrali a carbone vicino Nuova Delhi.

Il motivo: l’inquinamento dell’aria. Nel 2020 Nuova Delhi è stata confermata, per il terzo anno di fila, la capitale più inquinata al mondo.

Il contrasto all’inquinamento ha però causato problemi al sistema elettrico di Haryana e Punjab, non in grado di soddisfare la domanda energetica nei momenti di picco (le ore serali). C’entra il fatto che il carbone è la fonte nettamente più utilizzata per la generazione elettrica del paese, con una quota superiore al 70 per cento.

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