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Ecco perché il petrolio dell’Africa è nel mirino di Big Oil. Report Economist

Mentre il conflitto in Iran sconvolge i mercati petroliferi, le grandi compagnie occidentali stanno accelerando il ritorno in Africa, attratte da geologia promettente, tecnologie avanzate e condizioni contrattuali favorevoli. Che cosa emerge da un approfondimento del settimanale The Economist.

Mentre i mercati petroliferi globali sobbalzano a ogni nuova svolta del conflitto in Iran, le grandi compagnie occidentali si interrogano sulle conseguenze durature di questa crisi.

Una cosa è chiara secondo l’Economist: le alternative agli idrocarburi abbondanti del Medio Oriente saranno sempre più ricercate. E tra le varie opzioni, segnala il settimanale britannico, il continente africano sta emergendo come una delle destinazioni più promettenti, attirando capitali e attenzione che solo pochi anni fa sembravano impossibili.

Il risveglio dell’interesse globale

Dopo il crollo dei prezzi del 2015, le supermajor hanno drasticamente ridotto i budget per l’esplorazione, ritirandosi in particolare dal Sud del mondo. Il risultato è stato un calo significativo delle nuove scoperte annuali.

Le riserve in declino hanno costretto le compagnie a ripensare le strategie, ma per un decennio l’Africa è rimasta ai margini degli interessi occidentali.

Negli ultimi anni il panorama è cambiato. Le grandi compagnie hanno ricominciato a muoversi, attirate soprattutto dall’enorme scoperta di ExxonMobil al largo della Guyana, che ha spinto molte a puntare sull’America Latina orientale.

Anche il Medio Oriente, prima del conflitto, aveva registrato un rinnovato interesse da parte di gruppi come TotalEnergies. L’Africa, però, restava ancora in secondo piano.

L’Africa torna protagonista

Oggi la situazione è diversa. Già prima della guerra in Iran, i piani di spesa indicavano un forte aumento degli investimenti upstream in Africa.

Secondo Wood Mackenzie, le sette maggiori compagnie petrolifere occidentali destineranno 64 miliardi di dollari al continente tra il 2026 e il 2030, rispetto ai 41 miliardi del quinquennio precedente. La quota sul totale degli investimenti upstream salirà dal 10,6% al 13,5%.

Con il Medio Oriente in fiamme, questo flusso potrebbe accelerare ulteriormente.

Il ritorno in massa delle supermajor

Justin Cochrane di S&P Global parla apertamente di un “rientro a valanga” delle grandi compagnie in Africa.

Gli esempi sono recenti e significativi: a settembre TotalEnergies ha ottenuto quattro permessi di esplorazione offshore in Liberia; in ottobre BP ha annunciato nuove attività al largo del Gabon; a febbraio Eni ha comunicato una scoperta in Costa d’Avorio. ExxonMobil, Shell ed Equinor stanno invece ampliando la loro presenza in Angola.

Il continente è tornato decisamente sul radar.

Geologia promettente e tecnologia all’avanguardia

Il rinnovato interesse non è casuale. L’Africa offre un potenziale offshore enorme: su 42 pozzi “high-impact” individuati a livello globale da Rystad, ben 17 si trovano qui, per lo più in acque ultra-profonde (oltre 1.500 metri).

Questi giacimenti possono garantire ricavi straordinari, ma richiedono investimenti complessi.

Qui entrano in gioco i progressi tecnologici: l’intelligenza artificiale ha migliorato le attività di prospezione, mentre le tecnologie FPSO (Floating Production Storage and Offloading) per i pozzi in acque profonde sono diventate più efficienti e rapide.

Le esperienze maturate in America Latina stanno ora trasferendosi direttamente in Africa.

Condizioni favorevoli

I governi africani, scottati dalla perdita di entrate quando le major se ne sono andate dieci anni fa, stanno oggi offrendo termini contrattuali più vantaggiosi per attirare di nuovo gli investimenti.

Nel frattempo le compagnie petrolifere nazionali africane – che producono oltre la metà degli idrocarburi del continente – si sono concentrate sul consolidamento della produzione onshore e sull’ottimizzazione degli asset maturi, lasciando l’esplorazione offshore ai grandi player internazionali.

Grazie a questa dinamica, la produzione petrolifera e gasiera africana è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi anni, intorno ai 10 milioni di barili equivalenti al giorno.

L’African Energy Chamber prevede un aumento fino a 13,6 milioni di barili entro il 2030.

Se le compagnie occidentali decideranno di spostare ulteriori risorse dall’area mediorientale all’Africa in risposta al conflitto in Iran, la crescita potrebbe essere ancora più marcata.

Instabilità locale e sicurezza energetica

Certo, l’Africa non è immune da instabilità. Eppure le alternative agli idrocarburi del Medio Oriente sono limitate.

In un momento di grande attenzione alla sicurezza energetica, molti governi nel mondo guardano con favore a una diversificazione delle forniture.

Inoltre, la domanda interna di petrolio e gas in Africa è destinata a crescere sensibilmente nei prossimi anni, rendendo il continente ancora più attraente.

E, come ricorda Cochrane di S&P Global, c’è anche l’istinto competitivo: “Nessuno vuole perdersi il prossimo Guyana”.

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