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Ecco come Arabia Saudita ed Emirati cercano di aggirare lo stretto di Hormuz

La possibilità che l'Iran ottenga il controllo dello stretto di Hormuz sta spingendo i paesi del golfo Persico a rivalutare le alternative. Ecco tutti i progetti dell'Arabia Saudita, degli Emirati e non solo.

La possibilità che lo stretto di Hormuz finisca sotto il controllo dell’Iran sta spingendo i paesi arabi del golfo Persico a rivalutare una serie di progetti pensati per aggirarlo.

Lo stretto di Hormuz è la via d’acqua più importante al mondo per il commercio dei combustibili fossili – in condizioni normali, infatti, vi passa ogni giorno circa un quinto di tutto il gas e del petrolio trasportati per mare – e mette in collegamento il golfo Persico con il golfo di Oman, garantendo quindi lo sbocco nel mar Arabico e nell’oceano Indiano. Per i paesi produttori di idrocarburi della regione, insomma, la libertà di navigazione di questo passaggio è cruciale.

Le alternative allo stretto di Hormuz, almeno sulla carta, esistono. E permetterebbero ai paesi del Golfo di ridurre la loro vulnerabilità nei confronti dell’Iran, cioè il loro avversario regionale. Ma si è rinunciato a svilupparle – fino ad oggi, almeno – per via dei costi elevati, delle difficoltà tecniche e dei lunghi tempi di realizzazione.

L’OLEDOTTO EAST-WEST DELL’ARABIA SAUDITA

Come ha scritto il Financial Times, la guerra all’Iran ha fatto risaltare il valore strategico dell’oleodotto East-West dell’Arabia Saudita, una tubatura lunga 1200 chilometri costruita negli anni Ottanta che collega la città di Jubail, affacciata sul golfo Persico, a quella di Yanbu, sul mar Rosso. Da Yanbu, i carichi di petrolio possono raggiungere il mar Mediterraneo attraverso il canale di Suez, oppure il mar Arabico – e quindi l’oceano Indiano – passando per lo stretto di Bab el-Mandeb, tra lo Yemen e il Corno d’Africa. Quest’ultimo non è un passaggio completamente sicuro, però: in Yemen si trovano gli houthi, un gruppo armato affiliato all’Iran che nei giorni scorsi ha peraltro attaccato Israele.

In questo momento di blocco pressoché totale dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, comunque, l’oleodotto East-West si sta rivelando fondamentale per l’industria petrolifera dell’Arabia Saudita, dalla quale dipende il bilancio pubblico. Amin Nasser, amministratore delegato della società statale Saudi Aramco, ha dichiarato che l’East-West è “la via principale su cui stiamo puntando in questo momento”. Lungo questa tubatura passano oggi 7 milioni di barili di petrolio al giorno e l’Arabia Saudita sta pensando di aumentarne la capacità, o addirittura di costruire nuovi oleodotti.

UNA RETE DI TUBATURE

Secondo Maisoon Kafafy, consulente dell’Atlantic Council ed esperta di Medioriente, ai paesi del Golfo converrebbe non tanto investire individualmente nella costruzione di oleodotti, quanto puntare piuttosto sullo sviluppo di “una rete di corridoi” nella regione.

IL PROGETTO IMEC DALL’INDIA AL MEDITERRANEO

Un’opzione tanto vantaggiosa quanto ambiziosa è il corridoio marittimo-ferroviario Imec, che parte dall’India, raggiunge la penisola arabica e si inserisce infine nel mar Mediterraneo.

Il progetto è stato lanciato nel 2023 e vede la partecipazione di India, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Italia, Francia, Germania, Stati Uniti e Unione europea. È noto anche come “via del Cotone”, un riferimento alla “via della Seta” cinese, alla quale vuole proporsi come alternativa.

Il corridoio avrebbe inizio nei porti indiani, da dove le merci verrebbero trasportate negli Emirati Arabi Uniti per poi proseguire via terra verso l’Arabia Saudita e la Giordania fino al porto israeliano di Haifa; da Haifa, infine, i carichi verranno spediti verso gli altri porti sul mar Mediterraneo. Israele, tuttavia, non rientra tra i paesi firmatari del memorandum d’intesa su Imec.

I COSTI

A detta di Christopher Bush – l’amministratore delegato della società libanese Cat Group che ebbe un ruolo di primo piano nella costruzione dell’oleodotto East-West -, i costi di sviluppo di un’infrastruttura simile sarebbero oggi altissimi. La costruzione di un oleodotto gemello costerebbe almeno 5 miliardi di dollari per via delle difficoltà di escavazione nei duri depositi di basalto nei monti dell’Hegiaz, vicino alla costa saudita del mar Rosso. Un progetto più articolato, che attraverserebbe l’Iraq, la Giordania, la Siria o la Turchia, costerebbe 15-20 miliardi. E anche delle eventuali tubature dirette ai porti dell’Oman dovrebbero fare i conti con le difficoltà tecniche date dall’attraversamento di deserti e di formazioni rocciose dure; i porti omaniani, peraltro, non sono al sicuro dall’Iran, come dimostrato dai recenti attacchi via droni al porto di Salah.

IL PROGETTO DEGLI EMIRATI ARABI UNITI

Quanto agli Emirati Arabi Uniti, questi possono già aggirare lo stretto di Hormuz grazie all’oleodotto Fujairah. Lungo 3600 chilometri, questa tubatura collega la città di Habshan a Fujairah, che si trova sul golfo di Oman, poco oltre lo stretto di Hormuz.

Secondo una fonte emiratina del Financial Times, Abu Dhabi ha “un piano B per un secondo oleodotto verso Fujairah”, ma non ha ancora preso una decisione definitiva.

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