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Acciaierie

Acciaierie d’Italia, tutto sul nuovo piano (elettrico) per l’ex Ilva

Il governo e i commissari straordinari hanno presentato il nuovo piano industriale per Acciaierie d'Italia: produzione di sei milioni di tonnellate entro il 2026 e sostituzione di due altiforni con forni elettrici. Ma l'ex Ilva resta in attesa del via libero europeo al prestito. Tutti i dettagli.

La prossima settimana il governo dovrebbe approvare un decreto-legge contenente un finanziamento da 150 milioni di euro – dopo i 150 milioni già trasferiti – ad Acciaierie d’Italia, la società siderurgica sottoposta ad amministrazione straordinaria che gestisce lo stabilimento ex-ILVA di Taranto, a rischio chiusura.

Al doppio intervento da 300 milioni si aggiunge poi un prestito-ponte da 320 milioni. La somma, 620 milioni di euro in tutto, verrà utilizzata per il rilancio della produzione nell’acciaieria, tra ripristino degli impianti e acquisto dei materiali necessari.

I fondi più attesi, data l’entità, sono i 320 milioni del prestito-ponte, subordinati però all’approvazione dell’Unione europea: secondo il commissario straordinario Giovanni Fiori, nominato a marzo, se questi soldi “non arrivano nel giro di un mese e mezzo, chiudiamo”.

COSA PREVEDE IL NUOVO PIANO INDUSTRIALE DI ACCIAIERIE D’ITALIA

Lunedì i rappresentanti di Acciaierie d’Italia e del governo hanno presentato ai sindacati il nuovo piano industriale della società, che andrà sottoposto alle autorità europee per ottenere lo sblocco del prestito. Il piano prevede una produzione di sei milioni di tonnellate di acciaio entro il 2026, utilizzando gli altiforni attuali a carbone. Entro la prima metà del 2025 dovrebbe però iniziare la costruzione di due forni elettrici, in modo da ridurre le emissioni dell’attività siderurgica visto che non utilizzano carbone: saranno operativi, secondo le stime, nel secondo semestre del 2027.

Questi due forni elettrici andranno a sostituire gli altiforni 1 e 4 dell’ex-ILVA, garantendo una produzione di quattro milioni di tonnellate di acciaio.

È stata invece scartata – riporta Il Sole 24 Ore – l’opzione di rifacimento dell’altoforno 5, fermo dalla primavera del 2015, per via dei costi troppo elevati. All’investimento di circa 500 milioni di euro per il rimaneggiamento dell’impianto, infatti, si aggiungono le spese per l’acquisto delle quote di carbonio che compensino le emissioni del processo siderurgico: produrre quattro milioni di tonnellate dall’altoforno 5 renderebbe necessario acquistare otto milioni di quote di CO2 sul mercato ETS europeo, spiega Il Sole 24 Ore. L’assegnazione di queste quote non sarà più gratuita dal 2029.

Il quotidiano confindustriale aggiunge che il costo di rifacimento di un piccolo altoforno si aggira sui 250 milioni di euro. I commissari di Acciaierie d’Italia, allora, stanno dando priorità a “ciò che impatta di più sulla sicurezza”: ovvero al rifacimento del crogiolo dell’impianto e al sistema di raffreddamento, per una spesa che si aggira sui 50-60 milioni.

L’ex-ILVA possiede quattro altiforni. L’unico attualmente in funzione è il 4.

UN NUOVO INVESTITORE PER ACCIAIERIE D’ITALIA

L’obiettivo principale dell’amministrazione straordinaria di Acciaierie d’Italia, comunque, è la ricerca in tempi rapidi di un nuovo investitore interessato a rilevare lo stabilimento, dopo l’uscita del gruppo indiano-lussemburghese ArcelorMittal (che investe in Francia, approfittando della disponibilità di energia nucleare). I nomi che circolano di più sono quelli di Arvedi (italiana), Vulcan Green Steel (indiana), Metinvest (ucraina) e Steel Mont (indiana).

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