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Unicredit: perché Orcel taglia Amundi, mentre scruta il risiko italiano e punta su Commerzbank

La riduzione della partnership con il gestore francese rientra nella strategia con cui Unicredit punta a rafforzare il risparmio gestito e a guadagnare autonomia. Intanto resta aperta la partita tedesca e sullo sfondo si muove anche il risiko italiano

Basta un taglio. Ed è già un segnale. La riduzione della partnership con Amundi è soltanto l’ultimo tassello della strategia con cui Andrea Orcel sta ridisegnando Unicredit. Dietro la decisione di dimezzare il peso del gestore francese nella distribuzione dei prodotti di risparmio non c’è infatti soltanto una revisione commerciale, ma una scelta che punta a rendere la banca meno dipendente da un unico partner, più autonoma nella gestione dell’asset management e più flessibile in vista delle sfide aperte sul fronte europeo.

PERCHÉ UNICREDIT RIDUCE IL PESO DI AMUNDI

Secondo quanto riportato da Milano Finanza, le masse riconducibili ad Amundi collocate attraverso la rete Unicredit sono già scese a circa 75 miliardi di euro alla fine del primo trimestre, contro livelli che superavano i 150 miliardi appena due anni fa. Il ridimensionamento è destinato a proseguire fino alla scadenza dell’accordo commerciale, prevista nel 2027, quando potrebbero rimanere affidati alla società controllata da Crédit Agricole circa 20 miliardi di euro. Una riduzione drastica che riflette la strategia delineata da Orcel: rafforzare la piattaforma proprietaria OneMarkets, ampliare l’offerta costruita internamente e selezionare di volta in volta i migliori gestori senza vincoli esclusivi con un solo asset manager.

Negli ultimi mesi Piazza Gae Aulenti ha accelerato su questo fronte. La gamma OneMarkets è stata ampliata con nuovi certificati strutturati e prodotti dedicati all’intelligenza artificiale, alle infrastrutture digitali e agli asset alternativi. Nel frattempo Unicredit ha acquisito Alkimis Sgr, una società di gestione milanese specializzata in strategie di investimento a rendimento assoluto, cioè orientate a generare risultati positivi indipendentemente dall’andamento dei mercati.

La decisione si inserisce nella strategia con cui Piazza Gae Aulenti punta a rafforzare il business del risparmio gestito, mentre le banche europee cercano di aumentare i ricavi da commissioni per compensare il graduale venir meno della spinta garantita negli ultimi anni dall’aumento dei tassi. La logica è trattenere una quota crescente della catena del valore, aumentare i margini e costruire un’offerta meno dipendente da fornitori esterni.

La mossa su Amundi, però, è solo un tassello di un disegno più ampio. Una strategia con cui Orcel sta cercando di trasformare Unicredit in un gruppo europeo sempre meno identificabile con il solo mercato italiano. E il vero banco di prova di questa strategia resta la Germania, dove è in corso l’offensiva su Commerzbank.

LA PARTITA TEDESCA

È sull’Ops lanciata su Commerzbank che oggi si gioca la partita più importante per Unicredit. Dopo la conclusione della prima fase dell’offerta, la banca ha raccolto adesioni pari al 12,51% del capitale dell’istituto tedesco. Sommate al 26,77% già detenuto direttamente e al 3,22% rappresentato da strumenti finanziari regolabili con consegna fisica delle azioni, portano la partecipazione al 42,5% del capitale. Considerando anche il 13,19% detenuto attraverso derivati con regolamento esclusivamente in contanti, l’esposizione economica complessiva sale al 55,69%. Se al termine dell’operazione, una volta ottenute le autorizzazioni necessarie, Unicredit consoliderà una partecipazione superiore al 50%, potrà assumere il controllo di Commerzbank. Dopo la riapertura dell’offerta, il periodo supplementare di adesione si chiuderà il 3 luglio, mentre i risultati definitivi saranno comunicati l’8 luglio.

La partita, però, è tutt’altro che conclusa. Bettina Orlopp continua infatti a guidare la resistenza di Commerzbank. Nei giorni scorsi la ceo ha inviato una lettera agli azionisti con un nuovo invito a non aderire all’Ops di Unicredit. Per Orlopp il concambio proposto non riconosce un premio adeguato e non riflette il reale valore della banca. Il prezzo implicito, a detta della numero uno dell’’istituto tedesco, resta inferiore sia al target medio indicato dagli analisti sia al potenziale di crescita dell’istituto. Nella lettera Orlopp afferma inoltre che Unicredit non ha ancora illustrato un piano industriale credibile fondato sui punti di forza di Commerzbank e ricorda come il governo federale abbia confermato l’intenzione di mantenere la propria partecipazione di circa il 12%.

Il confronto resta acceso anche sul terreno delle adesioni. Commerzbank continua infatti a sostenere che il contributo degli investitori istituzionali tradizionali sia stato estremamente limitato e che gran parte delle azioni conferite all’Ops provenga da banche che intrattengono rapporti finanziari con Unicredit, una ricostruzione contestata da Piazza Gae Aulenti. Sullo sfondo resta il negoziato politico con Berlino, chiamata a decidere se limitarsi a prendere atto dell’esito dell’operazione oppure cercare di ottenere garanzie sul mantenimento del sostegno alle piccole e medie imprese tedesche, sull’occupazione e sul ruolo di Francoforte come centro decisionale.

Per Orcel, del resto, Commerzbank rappresenta molto più di un’acquisizione. L’operazione costituisce uno dei test più significativi per verificare se l’Unione bancaria europea sia davvero in grado di favorire fusioni transfrontaliere oppure se le resistenze politiche nazionali continueranno a prevalere sulle regole comuni del mercato unico.

ORCEL OSSERVA IL RISIKO ITALIANO

Proprio per questo, almeno ufficialmente, Unicredit continua a tenersi ai margini dell’altro grande fronte del risiko bancario italiano, quello aperto dall’offerta di Intesa Sanpaolo su Mps. Intervenendo nei giorni scorsi alla conferenza di Mediobanca, Orcel ha ribadito che “al momento siamo solo degli osservatori e, per la prima volta, ci piace moltissimo essere osservatori e non protagonisti. In realtà è piuttosto divertente”. Un’affermazione che fotografa la linea ufficiale della banca: evitare di disperdere capitale e attenzione mentre è ancora impegnata nella partita tedesca.

Dietro le quinte, tuttavia, qualche mossa è stata tentata. Nei giorni scorsi Unicredit ha sondato Delfin per acquistare la quota di circa il 10% detenuta dalla holding della famiglia Del Vecchio in Generali. L’offerta sarebbe stata respinta, ma il tentativo è stato interpretato da diversi osservatori come un possibile modo per incidere indirettamente sugli equilibri del risiko italiano. Con una partecipazione vicina al 20%, sommando quella già detenuta da Unicredit e quella di Delfin, Piazza Gae Aulenti diventerebbe il principale azionista del Leone, modificando gli equilibri proprio mentre Intesa punta, attraverso l’operazione Mps-Mediobanca, a rafforzare il proprio peso anche nella compagnia assicurativa.

Orcel, però, continua a mantenere un profilo prudente, benché non chiuda del tutto la porta a future operazioni: “Se si presentasse l’occasione giusta, valuteremo la situazione”, ha affermato durante la conferenza. In ogni caso, l’amministratore delegato ha ricordato anche che Unicredit è ormai un gruppo sempre meno identificabile con il solo mercato italiano e che oltre la metà dell’attività viene realizzata fuori dai confini nazionali. Anche per questo aprire oggi un nuovo fronte domestico contro Intesa, mentre resta aperta la complessa integrazione con Commerzbank e sono ancora attese le autorizzazioni regolamentari, significherebbe affrontare contemporaneamente due delle operazioni più impegnative del panorama bancario europeo. Una prospettiva che, almeno per ora, Piazza Gae Aulenti sembra preferire rimandare.

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