Acciaierie d’Italia, la società siderurgica in amministrazione straordinaria che gestisce gli stabilimenti dell’ex Ilva, è di fatto prossima alla chiusura. La Corte d’appello di Milano ha infatti emesso una sentenza per chiudere l’area a caldo dello stabilimento di Taranto – cioè quella in cui avviene la fusione del minerale di ferro negli altiforni – in modo da tutelare il territorio circostante dalle conseguenze ambientali e sanitarie delle operazioni.
A questo punto, appare improbabile che il governo riesca a concludere la vendita di Acciaierie d’Italia, una procedura che peraltro si trascina da anni tra grosse difficoltà.
UN NUOVO PRESTITO PONTE DA 100 MILIONI DI EURO
La società perde oltre un milione di euro al giorno ed è dipendente dai prestiti governativi: in aggiunta ai circa 250 milioni di euro già forniti, ieri il Consiglio dei ministri ha stanziato ulteriori 100 milioni.
”Le sentenze sono sentenze, valgono per tutti”, ha dichiarato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. “Ma questo fatto”, ha aggiunto, “stravolge la fase di cessione che era prossima ad una definizione con la controparte e ora cambia le condizioni della vicenda”.
ACCIAIERIE D’ITALIA NON S’HA DA VENDERE?
Lo scorso dicembre i commissari di Acciaierie d’Italia avevano ottenuto l’autorizzazione per avviare dei negoziati in esclusiva con il fondo statunitense Flacks Group di Michael Flacks, un imprenditore noto per aver fatto fortuna acquistando e risanando aziende in difficoltà.
Flacks Group ha promesso un investimento di 5 miliardi per raddoppiare la produzione a quattro milioni di tonnellate all’anno. Non è chiarissimo, tuttavia, a che punto siano le trattative con il governo. E non è chiaro nemmeno se il fondo abbia l’esperienza e le capacità necessarie a gestire un’acciaieria di grandi dimensioni, in gravi difficoltà, localizzata in un paese dove i prezzi dell’energia sono molto alti e inserita in una regione – l’Europa – attraversata da una crisi generale della siderurgia.
Acciaierie d’Italia aveva catturato l’interesse anche del gruppo indiano Jindal Steel. L’agenzia Energia Oltre ha scritto che “Jindal starebbe pensando di rilevare l’Ilva con la iniziale forma dell’affitto”, ma “le garanzie finanziarie presentate dal gruppo sollevano più di un dubbio”.
– Per approfondire: Flacks gioca l’asso Flacksider per l’ex Ilva. Ecco a che punto è il dossier
IN COSA CONSISTE LA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI MILANO
La Corte d’appello di Milano ha stabilito che Acciaierie d’Italia dovrà sospendere le operazioni nell’area a caldo entro novanta giorni. L’area a caldo è la porzione più importante dell’ex Ilva, che è l’unico stabilimento italiano a essere dotato di altiforni – quattro in tutto, benché oggi ne sia attivo solo uno – per la produzione di acciaio “primario”. L’acciaio primario è ottenuto dal minerale ferroso ed è qualitativamente diverso da quello “secondario”, ricavato dai rottami.
Se l’area a caldo è quella in cui avviene la fusione del minerale di ferro negli altiforni, l’area chiamata “a freddo” è invece dedicata alla lavorazione dell’acciaio in lamiere o bobine.
Per effetto della sentenza, dunque, l’ex Ilva dovrà fermare le operazioni anche nell’unico altoforno in funzione. Le ragioni – come accennato – sono ambientali e sanitarie: le attività nell’area a caldo non rilasciano soltanto anidride carbonica ma anche polveri sottili; inoltre, negli altiforni è presente dell’amianto, un materiale cancerogeno.
L’IMPATTO SUL PROCESSO DI VENDITA DELL’EX ILVA
La sentenza dispone che l’ex Ilva interrompa le attività fino a quando non avrà completato la rimozione dell’amianto e non avrà ridotto le emissioni di polveri sottili entro i limiti consentiti. Trattandosi di interventi costosi, appare improbabile che il governo riesca a trovare un acquirente disposto a farsene carico e contemporaneamente ad assumere la gestione delle controversie giudiziarie.
E ORA?
Ieri, nonostante la sentenza, il Consiglio dei ministri ha ugualmente stanziato 100 milioni per Acciaierie d’Italia, trattandosi di una somma già prevista. Il prestito – si legge nella nota diffusa da Palazzo Chigi – è necessario “ad assicurare la continuità operativa dell’azienda in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo”.
L’ex Ilva, insomma, sembrerebbe destinata a perdere la capacità di produrre acciaio primario. Recentemente il governo del Regno Unito ha nazionalizzato la società siderurgica British Steel, che possiede gli ultimi altiforni del paese. Il ministro britannico delle Imprese Peter Kyle ha dichiarato, a proposito dell’intervento pubblico, che “abbiamo bisogno di quella produzione di acciaio vergine perché, se dovesse scomparire, finiremmo per essere in balia dei mercati internazionali e delle forniture provenienti da altri paesi”.



