Donald Trump apre su Spirit Airlines, ma non si espone fino in fondo. “Mi piacerebbe che qualcuno comprasse Spirit… forse il governo federale dovrebbe dare una mano”, ha detto il presidente in un’intervista a Cnbc, lasciando intendere che un intervento pubblico non è escluso, soprattutto alla luce dei circa 14mila posti di lavoro a rischio.
Non è una presa di posizione netta, piuttosto un segnale politico. Trump si dice favorevole a una soluzione di mercato – “sarei molto felice se qualcuno la comprasse” – ma non chiude alla possibilità di un sostegno federale, in una fase in cui la compagnia low cost è tornata a un passo dalla liquidazione.
IL NODO DEI PREZZI (E IL PRECEDENTE BIDEN)
Dietro questo “forse” c’è un equilibrio delicato: evitare un fallimento disordinato senza però aprire la strada a un nuovo salvataggio generalizzato del settore. Anche perché il tema si intreccia con un precedente recente: nel 2024 l’amministrazione di Joe Biden aveva bloccato l’acquisizione di Spirit da parte di JetBlue per non eliminare un operatore considerato essenziale nel mantenere basse le tariffe.
Un elemento che torna oggi, mentre Spirit non è solo una compagnia in difficoltà ma un tassello nella dinamica dei prezzi del trasporto aereo statunitense. L’apertura di Trump può quindi essere letta anche in questa chiave: evitare che la scomparsa di un vettore ultra low cost si traduca in un aumento dei prezzi, in un contesto già segnato dal rialzo del carburante legato allo scontro con l’Iran e alle tensioni nel Golfo, con inevitabili riflessi anche sul piano politico a pochi mesi dalle elezioni di mid-term.
LA CRISI DI SPIRIT, TRA BANCAROTTE E SHOCK ENERGETICO
La vicenda di Spirit Airlines è ormai una storia di crisi ricorrente. La compagnia ha presentato una seconda istanza di fallimento nell’agosto 2025, dopo una prima procedura nel novembre 2024 seguita al fallimento delle trattative di fusione con JetBlue e Frontier.
L’uscita dal Chapter 11 – cioè la bancarotta controllata secondo il diritto Usa – era prevista per il 2026, grazie a un piano di ristrutturazione basato su riduzione della flotta, focalizzazione su rotte più redditizie e rafforzamento dei ricavi ancillari. Ma il contesto è cambiato bruscamente.
Il fattore decisivo è stato il rialzo dei prezzi del carburante dopo l’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran a fine febbraio. Il jet fuel, seconda voce di costo dopo il lavoro, è aumentato drasticamente, arrivando quasi a raddoppiare in pochi mesi.
Secondo stime riportate dagli analisti, l’aumento dei costi potrebbe superare la liquidità disponibile della compagnia. Non a caso, già la settimana scorsa Bloomberg aveva segnalato il rischio concreto di liquidazione, con alcuni creditori pronti a staccare la spina.
Il problema è strutturale: il modello ultra low cost di Spirit è particolarmente vulnerabile agli shock sui costi, perché ha margini ridotti e poca capacità di trasferire gli aumenti sui prezzi senza perdere domanda.
IL PRESSING SU WASHINGTON: SPIRIT BUSSA ALLA PORTA DI TRUMP
In questo contesto, la compagnia ha intensificato i contatti con l’amministrazione. Come rivelato qualche giorno fa dalla CBS, Spirit si è rivolta direttamente alla Casa Bianca per chiedere un bailout d’emergenza ed evitare la liquidazione.
“Spirit è alla ricerca di una linea di salvataggio”, ha spiegato una fonte, mentre analisti del settore parlano di una compagnia “ormai a corto di liquidità”.
Il rischio è immediato: se i creditori dovessero perdere fiducia, le operazioni potrebbero cessare nel giro di pochissimo tempo. Anche per questo i vertici della compagnia e di altri vettori low cost hanno avviato un confronto con il segretario ai Trasporti Sean Duffy, chiedendo tra l’altro sgravi fiscali temporanei per compensare l’impennata dei costi energetici.
Non solo: secondo Bloomberg, Spirit avrebbe persino valutato l’ipotesi di offrire al governo una quota azionaria in cambio di liquidità, segno di una situazione ormai critica.
DUFFY FRENA: “NON GETTIAMO SOLDI BUONI DOPO QUELLI CATTIVI”
Se Trump lascia aperto uno spiraglio, Sean Duffy si mostra molto più prudente. Il segretario ai Trasporti ha manifestato apertamente i suoi dubbi sull’opportunità di un salvataggio pubblico: “Non vogliamo gettare soldi buoni dopo quelli cattivi… Spirit non è mai riuscita a diventare redditizia”.
Il punto, per Duffy, è duplice. Da un lato l’incertezza sul futuro industriale della compagnia: “Esiste davvero un percorso per cui possa farcela? Non lo so”. Dall’altro il rischio di creare un precedente: “Se interveniamo per Spirit, chi sarà il prossimo?”. Ancora più netto il ragionamento sul mercato: “Se nessuno vuole comprarla, perché dovremmo farlo noi?”.
Eppure, lo stesso Duffy riconosce il valore sistemico dei vettori low cost, sottolineando la necessità di “un mercato competitivo e dinamico” in cui coesistano compagnie premium e compagnie a basso costo. Un passaggio che indirettamente rafforza la logica politica evocata da Trump.
TRA ACQUISIZIONI E FUSIONI: COSA VUOLE (E NON VUOLE) TRUMP
La linea della Casa Bianca sembra quindi orientata a favorire una soluzione di mercato. Trump ha ribadito di essere favorevole a operazioni di consolidamento, purché non riducano la concorrenza: “Non mi dispiacciono le fusioni… ma American e United stanno andando molto bene, non mi piace che si fondano”.
La distinzione è chiara. Un’acquisizione di Spirit – possibilmente da parte di un altro vettore low cost – sarebbe vista positivamente perché salverebbe occupazione e capacità senza concentrare ulteriormente il mercato.
Il problema è che, al momento, non sembrano esserci pretendenti. Il dossier Spirit resta privo di offerte concrete, nonostante i precedenti tentativi di consolidamento nel settore – come quello di JetBlue, bloccato nel 2024 per motivi antitrust – che rendono politicamente delicata qualsiasi operazione che riduca la concorrenza.
Diverso il caso della possibile fusione tra United Airlines e American Airlines, che secondo Trump rischierebbe di creare un colosso dominante e “rendere le aziende pigre” riducendo la competizione.







