Francesco Gaetano Caltagirone rompe gli indugi. E, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, trasforma una sconfitta assembleare in un messaggio politico-finanziario molto più ampio. Nel mirino non c’è soltanto Luigi Lovaglio, né solo il nuovo asse che ha blindato l’ad di Mps. Il vero bersaglio è Banco Bpm. E, indirettamente, anche quella parte della Lega e del governo che guarda con favore a un terzo polo bancario imperniato sull’istituto guidato da Giuseppe Castagna.
IL SILURO SU BANCO BPM
Durante l’assemblea di Monte dei Paschi, va ricordato, Banco Bpm ha sostenuto la lista Plt pro-Lovaglio, contribuendo alla sconfitta dell’area vicina all’imprenditore romano che portava come candidato ad Fabrizio Palermo, il quale pochi giorni fa ha rassegnato peraltro le dimissioni da consigliere del nuovo cda.
Le parole di Caltagirone sembrano indirizzate non solo a Siena, ma anche a Roma e Milano. “Temo che il risultato della recente assemblea favorisca da un lato la fusione di Mps in Bpm distruggendo qualcosa che da cinque secoli esiste a Siena, e dall’altro che ci possa essere un nuovo assalto al risparmio italiano”, dice il costruttore romano. “Ho la percezione che esistano forti istanze perché in un’eventuale fusione tra Bpm e Mps sia Bpm a incorporare Mps e non viceversa, con l’effetto di spostare la sede a Milano e disperdere sia l’indotto sia quel tesoro di professionalità che si è accumulata negli anni nella più antica banca del mondo”.
Non è soltanto una critica industriale. È una presa di posizione che parla anche alla politica. Perché il progetto di un rafforzamento sistemico di Banco Bpm attraverso Siena è da tempo considerato vicino ai desiderata della Lega, e in particolare del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha sempre guardato con attenzione alla costruzione di un polo alternativo ai grandi gruppi dominanti.
Caltagirone sembra ribaltare la narrazione. Il rischio non è quello di una Mps troppo debole, ma di una Mps assorbita e svuotata. Non parla di sinergie. Parla di “assalto al risparmio italiano”. Non parla di integrazione. Parla di dispersione di competenze e trasferimento del baricentro a Milano.
Dietro la formula della tutela di Siena c’è dunque anche una critica all’idea di una centralizzazione finanziaria settentrionale. E il riferimento politico è difficilmente equivocabile.
LE FRECCIATE ALLA “PADANIA”
A un certo punto Caltagirone spiega perché investì in Mps. E lo fa usando parole che hanno un sapore quasi geopolitico. “Sotto la Padania”, dice, “vive il 55% della popolazione italiana ed esiste una sola grande banca: Mps. Ho pensato che attraverso il suo sviluppo si potesse creare un polo nell’Italia centrale e meridionale che riequilibrasse la situazione attuale”.
“Padania” non è certo una parola neutra. È denominazione celodurista di una Lega territoriale preesistente a Salvini. Quell’immaginaria denominazione geografica, inserita dentro una riflessione sugli equilibri bancari italiani, assume inevitabilmente un significato politico.
È qui che la rottura con Banco Bpm assume una dimensione diversa: non più semplice scontro tra soci, ma conflitto tra modelli.
LA ROTTURA CON LOVAGLIO
Dalle parole di Caltagirone, il re è nudo anche sui motivi dello scontro con Luigi Lovaglio. Più che la governance, il vero punto di rottura sembra essere che cosa debba diventare Mediobanca e se abbia senso mettere in discussione il peso di Generali dentro Piazzetta Cuccia. Su questo l’imprenditore romano scopre definitivamente le carte.
È vero che “Lovaglio è stato un ottimizzatore, ha tagliato i costi, ridotto il personale”, ha avuto il “coraggio di fare parti non gradite”, riconosce Caltagirone. “Un defaticante lavoro muscolare all’interno dell’azienda”. Ma, e qui arriviamo al punto, “non esiste un uomo per tutte le stagioni”.
Non è un caso che Caltagirone rilanci apertamente l’idea di una Mediobanca più autonoma. Ed è dentro questa visione che si inserisce anche la difesa del legame con il Leone. E infatti dice: “Mediobanca deve tenere il 13% di Generali? Penso di sì”.
Sono tra i nodi della distanza quasi siderale maturata con Lovaglio. Per il manager, Piazzetta Cuccia va assorbita dentro Siena quanto più possibile, anche con il delisting, mentre Generali è “nice to have”, un asset appetibile, e dunque persino piazzabile sul mercato.
“Caltagirone ha un’idea diversa. “Se vendo Generali e poi reinvesto in qualcosa che consuma più capitale e rende meno, non vedo la logica”. Per l’imprenditore romano la partecipazione nel Leone non è un asset sacrificabile, ma un presidio strategico da mantenere dentro l’equilibrio di Mediobanca. Subito dopo aggiunge: “Vendere per fare cassa non è una strategia. Se vendo un’attività che mi dà reddito stabile, devo spiegare che cosa compro di meglio”.
In fondo è questo che Caltagirone prova a comunicare: le sue battaglie bancarie vanno al di là del mero rendimento finanziario. “A un certo punto della vita non fai più le cose solo per il profitto ma anche per un interesse generale”, dice. Ed è dentro questa cornice che chiede di leggere le sue mosse su Mps, Mediobanca e Generali.







