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Mps: chi ha vinto, chi ha perso e chi ha pareggiato

Che cosa è successo nell'assemblea di Mps e quali sono ora gli scenari su Mediobanca e Generali con la riconferma di Lovaglio a Siena e la sconfitta della lista di Caltagirone. Fatti, nomi e approfondimenti

 

Alla fine Luigi Lovaglio si è preso la vittoria. All’assemblea di Monte dei Paschi di Siena, con il 64,94% del capitale presente, la lista Plt della famiglia Tortora – che ricandidava l’ex amministratore delegato – ha ottenuto il 49,95% dei voti, superando la lista del cda uscente ferma al 38,79% e sostenuta dall’area riconducibile a Francesco Gaetano Caltagirone, con Fabrizio Palermo candidato ad. Più distanziata la lista di Assogestioni, al 6,94%.

IL PESO DECISIVO DI DELFIN E BANCO BPM

I numeri, in sé, bastano a raccontare chi ha vinto e chi ha perso. Ma è nel modo in cui si sono formati che si capisce davvero la portata della giornata. I 985 milioni di azioni raccolti dalla lista Lovaglio contro i 765 milioni del cda non sono solo una differenza aritmetica: sono il prodotto di una coalizione che si è saldata nelle ultime ore e che ha trovato il suo baricentro nei voti di Delfin (17,5%) e Banco Bpm (3,7%), decisivi per ribaltare gli equilibri.

Dall’altra parte, alcune assenze non sono passate inosservate: Edizione della famiglia Benetton (1,4%) si è astenuta, mentre il Mef – pur essendo azionista – ha scelto di non partecipare al voto. Un’assenza che ha inevitabilmente un significato politico, soprattutto alla luce dei mesi precedenti, quando il dossier Mps-Mediobanca era stato osservato con attenzione (e favore, almeno fino a un certo momento) anche dal governo.

IL “GIALLO” INIZIALE E IL CLIMA IN ASSEMBLEA

La giornata, del resto, era iniziata con segnali di tensione. In apertura la presenza si era fermata al 64,11%, con un piccolo “giallo”: un pacchetto di circa il 4% del capitale atteso alla vigilia è scomparso all’ultimo momento. In sala, Lovaglio sedeva tra i consiglieri, formalmente ancora in carica ma di fatto estromesso dalla gestione operativa dopo la revoca delle deleghe.

Il clima, però, era tutt’altro che neutro. Gli interventi dei piccoli azionisti si sono susseguiti con toni spesso favorevoli al manager, fino agli applausi scattati quando è stato ricordato il suo contributo al risanamento della banca. Una sorta di termometro anticipato di quello che sarebbe accaduto di lì a poche ore.

Quando è arrivato il verdetto, l’emiciclo è esploso: applausi, cori (“Lovaglio, Lovaglio”), dipendenti in festa.

IL NUOVO CDA

Il risultato si traduce in un nuovo consiglio di amministrazione in cui la lista Plt conquista 8 seggi, contro i 6 della lista del cda e uno ai fondi. Luigi Lovaglio resta amministratore delegato, mentre per la presidenza è stato fatto il nome di Cesare Bisoni. Tra i consiglieri figurano, per la lista vincente, anche Flavia Mazzarella, Livia Aliberti, Massimo Di Carlo, Patrizia Albano, Carlo Corradini e Paola Leoni; per la lista del cda entrano Nicola Maione, Fabrizio Palermo, Corrado Passera, Paolo Boccardelli, Antonella Centra e Carlo Vivaldi; ai fondi va Paola De Martini. C’è ancora da capire se tutti accetteranno l’incarico.

LA FRATTURA E IL CASO PALERMO

Quello andato in scena a Siena non è stato un semplice rinnovo del cda. Era l’ultimo atto di una vicenda iniziata settimane prima, quando il board aveva deciso di togliere le deleghe a Lovaglio e di non ricandidarlo, puntando su Fabrizio Palermo, manager vicino all’area Caltagirone. Una scelta che aveva aperto una frattura, non solo sul piano personale.

Dietro quella decisione pesavano divergenze sulla governance e sul modo di condurre la banca, ma anche interrogativi più ampi, che hanno coinvolto la Bce. Benché poi la stessa Mps, rispondendo ai soci, avesse sottolineato che eventuali valutazioni della banca centrale europea sui requisiti dei nuovi amministratori sarebbero arrivate nel processo di fit & proper.

IL CUORE DELLA PARTITA: MEDIOBANCA E GENERALI

E sullo sfondo si muoveva la partita vera, quella che spiega perché una votazione apparentemente tecnica si sia trasformata in uno scontro di sistema: Mediobanca (e Generali).

L’integrazione con Piazzetta Cuccia è il cuore del piano costruito da Lovaglio e voluto anche da Caltagirone. Non una semplice operazione industriale, ma un progetto di trasformazione che punta a creare un gruppo più ampio, integrando attività commerciali e investment banking, con prospettive di fusione e di ridefinizione dell’assetto societario fino al delisting.

È questo il vero punto di frizione. Non tanto Generali in sé, quanto il controllo della catena che porta a Generali. Perché Mediobanca è da sempre uno snodo decisivo negli equilibri del capitalismo italiano  e qualsiasi movimento su quel fronte ha inevitabili ricadute sul Leone di Trieste. Senza contare che l’amministratore delegato dell’istituto triestino, Philippe Donnet, non è troppo gradito a Francesco Gaetano Caltagirone.

Non a caso Lovaglio, anche ieri, ha ribadito che la quota in Generali è “nice to have”.

Il piano industriale, del resto, prevede proprio questo: integrazione, sinergie e sviluppo attraverso operazioni di M&A coerenti con la creazione di valore. Non una crescita per accumulazione, ma una strategia che mira a ridisegnare il perimetro del gruppo, anche oltre Mediobanca.

In questo contesto si inserisce anche l’Opas su Piazzetta Cuccia, inizialmente accolta con favore dal governo in chiave di rafforzamento dell’italianità del sistema, ma poi diventata progressivamente più delicata. La scelta del Mef di non votare è un segnale di questa prudenza.

Pesa, inevitabilmente, anche l’inchiesta della Procura di Milano sul presunto “concerto” tra alcuni soci nella partita Mediobanca, che ha contribuito ad aumentare l’attenzione su trasparenza ed equilibri.

LA RIVINCITA DI LOVAGLIO

Dentro questo quadro complesso si colloca la vittoria di Lovaglio. Che a caldo ha parlato di “riconoscenza” verso gli azionisti e di “determinazione” nel portare avanti il progetto.

E ha respinto l’idea di una rivincita personale: “Non avevo un desiderio di rivincita, ma di implementare un progetto che crea valore”.

Eppure, la sensazione della rivincita resta. Perché Lovaglio, arrivato nel 2022 con il governo Draghi per risanare la banca, era stato messo da parte proprio dopo aver portato Mps a risultati rilevanti: ricapitalizzazione riuscita, ritorno all’utile e al dividendo, rafforzamento patrimoniale e rilancio in Borsa.

A nulla sono valse le raccomandazioni dei proxy advisor Iss e Glass Lewis, che avevano sostenuto la lista del cda. Il voto ha seguito altre logiche, con il sostegno a Lovaglio arrivato anche da grandi investitori internazionali come BlackRock e Norges, che si sono schierati a favore del manager e del suo piano industriale.

I sindacati, da par loro, hanno chiesto stabilità. Parlano di continuità come elemento essenziale e invitano a riaprire il confronto sul piano industriale e sulle ricadute occupazionali. “Il passaggio odierno deve rappresentare un momento cruciale per il futuro prossimo di Mps e dell’acquisito gruppo Mediobanca che richiede scelte chiare e coerenti”, ha dichiarato Guido Fasano, coordinatore Fabi in Mps, a margine dell’assemblea. “Servono garanzie concrete per i dipendenti, protagonisti negli anni più complessi della banca, e un progetto credibile che valorizzi competenze e professionalità interne”.

UNA PARTITA ANCORA APERTA

Alla fine, la fotografia è chiara ma non semplicistica. Ha vinto Lovaglio, sostenuto da una coalizione ampia ma non omogenea. Ha perso il cda uscente, e Caltagirone.

Ma la partita non è chiusa. Perché il dossier Mediobanca, con la fusione e gli equilibri attorno a Generali, resta aperto. Così come resta apertissimo il dossier Bpm, mentre si rincorrono le voci di una possibile integrazione tra Siena e l’istituto guidato da Giuseppe Castagna, che “riporta d’attualità il terzo polo tanto caro alla Lega di Giorgetti”, come scrive Walter Galbiati sulla Repubblica.

Siena, dunque, è stata solo una tappa. Ma una tappa che ha già cambiato i rapporti di forza.

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