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Qual è il patto sociale auspicato da Draghi

Legge Bilancio Parti Sociali

L’intervento di Alessandra Servidori, docente di politiche del lavoro, componente il Consiglio d’indirizzo per l’attività programmatica in materia di coordinamento della politica economica presso la presidenza del Consiglio

 

È bene affermare che non è più il tempo del paradigma del rattoppo e il governo, deciso a realizzare un percorso riformatore in un arco di tempo dal 2022 al 2026, ha raggiunto il massimo ottenibile con una maggioranza poco coesa, ancora divisa tra flat tax, piccolissimi correttivi redistributivi, che per i contribuenti non cambiano sostanzialmente nulla: per una riforma del cuneo fiscale e il fisco dobbiamo essere ragionevoli nella direzione di un cambiamento sostenibile.

È bene ricordare che Draghi ha chiesto alle parti sociali un vero Patto Sociale che però ad oggi non si sta realizzando.

Rincorrere dunque il paradigma prevalente e insufficiente che trotterella a fianco di enormi problemi ipercomplessi e fluidi cercando di ripararli e normalizzarli ci porta a riflettere su questa legge di bilancio che è una buona riduzione di tasse e che realmente qualcosa ridistribuisce in Italia partendo da una spesa pubblica enorme.

Suggerisco di studiare a fondo 4 documenti essenziali: le audizioni della Corte dei Conti, dell’Ufficio di Bilancio Parlamentare, dell’Osservatorio sui Conti Previdenziali e assistenziali, la Relazione Tecnica che accompagna il testo del ddl bilancio 2022, da cui senza presunzione di completezza, si può prendere coscienza (almeno per la scrivente) della situazione complessa che stiamo affrontando.

Aggiungo che senza il coraggio di intraprendere azioni impopolari di riordino e ridistribuzione nonché razionalizzazione della spesa pubblica che però consentono una riduzione dell’evasione fiscale di cui siamo primi in classifica in Europa, continueremo ad essere un Paese di troppi disoccupati, con scarso sviluppo e pieno di debiti.

Le riforme si realizzano con un consenso ampio e con gradualità ma prima di tutto operando sulla diminuzione dei benefici e i bonus collegati al reddito sostituendoli con la “presa in carico” dei cosiddetti soggetti deboli e non c’è dubbio che per far questo occorre un serrato controllo della spesa assistenziale con la realizzazione della banca dati nazionali dell’assistenza in cui devono confluire tutte le prestazioni, le agevolazioni e i bonus di cui godono il soggetto (per codice fiscale) e la sua famiglia.

E ovvio che per realizzarla bisognerà sostituire l’inadeguato indice ISEE che anziché far emergere i redditi “incentiva” a dichiarare il meno possibile per beneficiare delle numerosissime agevolazioni e benefici collegati al reddito, con controlli capillari di cui diremo più avanti.

Si dovrà ridurre a non più di 10/15 la “giungla” delle detrazioni, deduzioni e agevolazioni lasciando solo quelle che incorporano il vantaggio del “contrasto di interessi” al fine di evitare elusioni e evasione fiscale; queste ultime andrebbero concesse a tutti perché chi paga le tasse ha diritto ad avere per lo meno gli stessi servizi di chi le tasse non le paga.

Altra considerazione: la flat tax per ottemperare alla progressività prevista dalla Costituzione prevede una tassazione forfettaria basata sui codici Ateco e l’eliminazione di tutte le deduzioni e detrazioni, comprese le agevolazioni per i fondi pensione, per l’assistenza sanitaria integrativa, per le assicurazioni alla famiglia e alla persona, per la non autosufficienza, per i mutui ecc. e saremmo il Paese avanzato che non agevola il welfare complementare, sapendo che abbiamo il tasso di invecchiamento più elevato e le finanze pubbliche che difficilmente potranno mantenere in futuro il costoso stato sociale.

Pare a chi scrive che sia molto equilibrato che a fine 2021 si concluda l’esperimento flat tax che peraltro è probabilmente anticostituzionale perché discrimina tra lavoratori autonomi e dipendenti a favore dei primi, ma anche tra autonomi in crescita di attività e di fatturato e che quindi deducono le spese dai ricavi, e quelli che più o meno volutamente non crescono e navigano nell’economia “grigia”.

Una azione positiva potrebbe rappresentare autorizzare l’agenzia delle entrate come peraltro accade in molti Paesi UE a verificare i motivi per cui una persona che ha 30 o più anni, non ha mai presentato una dichiarazione dei redditi che comporterebbe un semplice incrocio tra codice fiscale e dichiaranti pur sapendo anche che poiché è inutile e costoso aumentare il numero dei controllori, sarebbe bene introdurre controlli incrociati tra possessori di beni di lusso, auto, case e così via, incompatibili con i redditi dichiarati.

Ma soprattutto per un Paese ad alta infedeltà fiscale come l’Italia la soluzione che potrebbe rivelarsi la più efficace e meno costosa per le casse dello Stato, per le famiglie e la più efficace nel contrasto al lavoro nero e sommerso, è il “contrasto di interessi” che consentirebbe allo Stato di dotarsi di “25 milioni di finanzieri integerrimi” cioè proprio le 25 milioni di famiglie italiane che potrebbero migliorare i loro redditi che nel nostro Paese, a seguito degli accordi Ciampi del 1993 e Berlusconi del luglio 2003, poiché non hanno beneficiato di una congrua rivalutazione se non per il tramite degli istituti accessori allo stipendio base.

Ridurre il carico fiscale sul lavoro e sulle famiglie significherebbe anche aumentare il buono pasto, introdurre il buono trasporto (2.400 euro o più all’anno a favore dei redditi da lavoro), agevolare l’ingresso dei giovani nel lavoro autonomo oggi assai penalizzato dalle imposte, contributi ed eccessivi tempi di ammortamento dei costi iniziali; e poi migliorare scuola e asili nido al fine di aumentare il tasso di occupazione femminile e magari anche la fecondità nazionale.

E a questo proposito il 25 us con una raccolta di firme poderosa abbiamo inviato al Presidente Draghi la richiesta di un piccolo ma significativo emendamento che ci auguriamo approvi poiché comporta una spesa bassissima ma una resa alta:

ART. 4. (Aliquota IVA del dieci per cento per i prodotti per l’igiene femminile non compostabili) 1. Alla tabella A, Parte III, allegata al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, dopo il n. 114, è aggiunto il seguente: “114-bis) prodotti assorbenti e tamponi, destinati alla protezione dell’igiene femminile non compresi nel numero 1-quinquies della Tabella A, parte II-bis;” ART: 4 bis 1.A decorrere dall’entrata in vigore della presente legge e su prescrizione del medico di base l’onere delle provviste di latte artificiale delle lavoratrici che non possono allattare al seno è a carico del SSN, fino all’età di tre anni del minore.

Sappiamo che tutto ciò oggetto di tutta questa riflessione ovviamente presuppone una revisione sostanziale di molto di più di ciò che è in legge di bilancio e cioè del reddito di cittadinanza, delle troppe agevolazioni, AUUF compreso, di cui stiamo prendendo atto e che vedremo realizzato a seguito dei vari ddl dei regolamenti delegati e in tempi lontani dai problemi che viviamo oggi.

È poi importante e utile anche sotto il profilo civico mandare a tutti i contribuenti un prospetto di quanto hanno versato di IRPEF nell’anno e quanto hanno ricevuto in servizi, almeno quelli socio-sanitari e scolastici; molti si accorgerebbero di quanto sono superiori i servizi che ricevono rispetto alle imposte pagate, al ruolo dello Stato con forme di welfare complementare e volontario, di quanto si risparmia ed efficienta i servizi la sussidiarietà, e sarebbe una bella educazione civica per tutti.

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