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Le università telematiche tra piroette e autocritiche (sullo spot della Mercatorum)

Le capriole legali e mediatiche delle università telematiche nelle parole dell'associazione degli atenei digitali anche sull'Università Mercatorum... Fatti e approfondimenti

Di ricorsi contro la famigerata spada di Damocle che pende sulle 11 università telematiche esistenti in Italia ovvero quel decreto ministeriale (il 1154/2021) che impone requisiti più stringenti per quanto riguarda sia il numero di docenti sia quello degli studenti, gli atenei virtuali ne hanno proposti in ogni sede. Una gragnuolata di doglianze ha investito il Tar del Lazio, con istanza di misure cautelari, tutti dal contenuto sostanzialmente analogo e tutti rigettati.

TUTTI I RICORSI DELLE UNIVERSITÀ TELEMATICHE

Infine, a febbraio 2022, l’ultimo tentativo: un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica. L’obiettivo era quello di annullare le disposizioni del decreto ministeriale e in particolare l’innalzamento previsto del numero di docenti. Una mossa che però è stata bocciata: la Sezione Terza del Tribunale Amministrativo del Lazio con sentenza breve n. 17236 del 21 dicembre 2022 ha respinto il ricorso di Università Telematica Pegaso e Universitas Mercatorum.

L’EMENDAMENTO LEGHISTA BOCCIATO DAI FORZISTI

Le ultime speranze erano legate all’emendamento tutto leghista – a firma dei membri del Carroccio Laura Ravetto, Alberto Stefani, Simona Bordonali,  Edoardo Ziello e Igor Iezzi – che rimandava di un anno (e poi chissà) gli obblighi per le università telematiche di uniformarsi agli standard qualitativi degli atenei tradizionali. Ma è stato silurato dal fuoco amico governativo: bocciato dalla ministra forzista Anna Maria Bernini, titolare del Miur, che in merito ha creato un inedito asse Pd-M5s.

LA VIA DEL DIALOGO

Acciaccate, stanche ma ancora pronte a parlamentare, le università telematiche giocano allora la carta del dialogo. Lo fanno attraverso United (Università Italiane Telematiche e Digitali), la neonata nonché prima associazione delle Università Digitali italiane. “Alla formazione di questa nuova realtà – si legge su Prima – hanno contribuito sette dei maggiori atenei digitali italiani riconosciuti dal Ministero dell’Università e Ricerca, tra cui Università telematica Pegaso, Università telematica Mercatorum, Università telematica San Raffaele Roma, Università Telematica degli Studi IUL, Università eCampus, Università telematica Leonardo Da Vinci e, infine, Università Telematica Giustino Fortunato”. Insomma, è una associazione fortemente voluta dal gruppo Multiversity. Non va dimenticato che Fabio Vaccarono oggi non solo è amministratore delegato e direttore generale di Multiversity srl, ma pure amministratore delegato di Università Telematica Pegaso Spa e Università Telematica Pegaso srl, Presidente e Ad di Pegaso Management srl e Ad di Universitas Mercatorum.

Alla guida della nuova formazione troviamo Paolo Miccoli (nella foto), già presidente dell’Anvur (sì, quello stesso ente, ovvero l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, che ha avanzato pesanti dubbi sulle università digitali), quest’oggi intervistato dal Corriere della Sera. Falliti i ricorsi, bocciato l’emendamento da spillare tra le pieghe del Milleproroghe, la posizione di Miccoli e, dunque, delle università telematiche che rappresenta, appare ora assai più dialogante.

«Non ci sembrava un favore così enorme: chiedere il rinvio di un anno perché le università telematiche possano mettersi in regola con i criteri di qualità stabiliti dall’Anvur serve a fare le cose per bene. Esiste una chiara volontà da parte degli atenei online, ma ci vuole tempo per bandire i concorsi e scegliere i professori migliori». Il numero 1 di United non sembra più voler contestare nel merito il decreto che prova a equiparare gli atenei tradizionali a quelli digitali.

La nuova strategia è chiedere altro tempo per provvedere e mettersi in regola. Tant’è che riconosce: «È vero che questa proporzione va assolutamente corretta», poi però aggiusta il tiro: «Ma è anche vero che la didattica in presenza e quella a distanza sono due cose diverse, c’è anche un rapporto con gli spazi diverso. Senza contare che il criterio quantitativo non è di per sé sinonimo di qualità. Siamo sicuri che se il ministero ci ascoltasse, nel dialogo si potrebbe arrivare ad una soluzione».

LE UNIVERSITÀ TELEMATICHE POSSONO CONVIVERE CON GLI ATENEI TRADIZIONALI

Mano tesa pure alla Conferenza dei rettori delle università italiane che più e più volte ha messo nero su bianco che le università telematiche devono adeguarsi agli standard qualitativi: «Non siamo la serie B, abbiamo anche dottorati di ricerca e progetti finanziati nell’ambito dei Prin. Tra le telematiche ci sono realtà molto diverse: si va da atenei di un migliaio di studenti ad altri molto grandi come Pegaso, che quest’anno assumerà 330 nuovi docenti, ma che faticano a raggiungere così in fretta i nuovi criteri di qualità. Detto questo credo che ci siano ampi margini di collaborazione con la Crui».

E, soprattutto, si vuole tranquillizzare i rettori del fatto che gli atenei virtuali pescano da un diverso bacino d’utenza: «È un mondo che ha molte sfaccettature. Il comune denominatore è che fanno tutte didattica in modalità asincrona che è un vantaggio per lo studente lavoratore e per chi ha abbandonato gli studi ma ci ripensa e vuole riprendere. Questi sono in maggioranza i nostri studenti e questo è il contributo fondamentale che possiamo dare alle famiglie. Tra il 2006 e il 2016, le università hanno perso 200 mila studenti, ma gli atenei online hanno raggiunto al massimo la quota di 50 mila iscritti, segno che non c’è un travaso così diretto. E non è neppure vero che siamo un’anomalia rispetto al resto d’Europa. In Italia rappresentiamo il 13 per cento del settore universitario, in Spagna il 19 e nel Regno Unito l’11. Sono corsi che possono dare una via d’uscita contro l’abbandono, che è ancora molto alto, da parte degli studenti delle università italiane».

QUEL DIVANO RICORRENTE (CHE NON PIACE A MICCOLI) NEGLI SPOT DEGLI ATENEI DIGITALI…

In questo spot di Università Mercatorum la telecamera insiste su una ragazza che studia dal divano di casa. Immagine oggi criticata dal numero 1 di United

C’è pure spazio per l’autocritica di un non meglio precisato spot che parla del vantaggio di studiare alle telematiche simboleggiandolo col divano di casa: «È uno slogan infelice. Certo durante gli anni del Covid con la didattica a distanza ha preso piede l’idea di poter studiare senza doversi muovere da casa», taglia corto Miccoli. Difficile però risalire alla pubblicità in questione, perché la trovata “infelice” del poter studiare dal divano la si ritrova in diverse réclame: da questo frame dello spot di Università Mercatorum a  quest’altro dell’ateneo IUL che dedica al divano proprio i suoi primi secondi, benché si intraveda appena. Evidentemente, per i registi delle pubblicità, non sembra esserci università telematica senza divano…

Anche lo spot IUL ha una ragazza che studia dal divano di casa. Immagine ricorrente per reclamizzare le qualità degli atenei digitali

 

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