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Solvinity, Nexperia, Pirelli e non solo: ecco come gli stati proteggono gli asset strategici. Parla Picotti

Cosa ci insegnano i casi Solvinity, Nexperia, Northern Minerals, Manus, Pirelli e non solo. Conversazione con Luca Picotti, avvocato, esperto di golden power e autore di "Linee invisibili. Geografie del potere tra confini e mercati" (Egea).

Il governo dei Paesi Bassi ha bloccato l’acquisizione del fornitore di servizi cloud Solvinity da parte del colosso americano Kyndryl con l’intenzione di proteggere i dati sensibili dei cittadini non da una nazione autocratica come la Cina, ma da un paese alleato come gli Stati Uniti.

È vero che si tratta di un episodio isolato, ma lei ritiene che possa rappresentare l’inizio di un cambio di paradigma? Quali sono – per riprendere il titolo del suo ultimo saggio – le “linee invisibili” che si stanno tracciando tra Europa e Stati Uniti sul controllo dei dati?

Gli Stati Uniti sono tra i primi investitori in Europa e di rado sono stati bersaglio di veti governativi per ragioni di interesse nazionale. Il caso Solvinity è sostanzialmente un inedito in Olanda. In Italia vi è stato solo un veto ad un investitore americano ai sensi del Golden Power, l’anno scorso, in relazione all’acquisizione della società attiva nel settore della difesa Tekne da parte di Nuburu, ma probabilmente più per ragioni di inaffidabilità finanziaria e industriale dell’acquirente che geopolitiche.

Insomma, tendenzialmente gli investimenti americani in Europa vengono accolti, tuttalpiù con prescrizioni e condizioni. Il veto radicale su Kyndryl segna un cambio di passo ed è significativo perché tocca un ambito molto sentito in Europa in questa fase storica: la necessità di ridurre la dipendenza dai servizi tecnologici americani e costruire un proprio cloud sovrano, e in generale infrastrutture critiche digitali europee.

E qui vediamo attivarsi le linee invisibili, che vanno a separare le due geografie giuridiche, quella americana e quella europea. L’obiettivo è avere società incorporate nella giurisdizione europea che sviluppino dei propri servizi tecnologici destinati al mercato europeo, e che presentino dunque in suolo europeo uffici direttivi, capitale umano, proprietà intellettuale e via dicendo. Tanto che, qualora esistano delle nicchie in grado di rispondere a queste esigenze di autonomia, come in parte poteva essere Solvinity, ecco che il governo decide di ricorrere ad una protezione totale dell’asset (e sua autonomia), impedendo una acquisizione che lo avrebbe potenzialmente assorbito nell’ecosistema statunitense, con le sue leggi, i suoi player e le sue tecnologie, in una fase storica di profonde tensioni tra alleati.

Nei Paesi Bassi si sta svolgendo anche il caso Nexperia, l’azienda di semiconduttori con sede a Nimega ma controllata da una società cinese. Una decina d’anni fa gli investimenti cinesi in Europa erano bene accolti, mentre oggi non è più così. In che modo, allora, i paesi europei possono gestire la presenza sui loro territori di asset strategici che rispondono però a catene di comando di rivali sistemici? Il golden power può diventare uno strumento di vigilanza interna e continua?

È la grande sfida di questa fase storica, ossia come gestire società strategiche, basate nella nostra geografia giuridica, ma acquisite, specie nei primi anni Dieci del Duemila, da realtà cinesi, in operazioni di iniezione di capitale ai tempi accolte con grande favore ma che oggi danno vita a situazioni problematiche, anche rispetto alla nuova postura statunitense.

Vi è un delicato equilibrio tra legittimi diritti proprietari e societari e fattori geopolitici, a partire dalla rinnovata assertività tecnologico-industriale di Pechino, così come in generale di una scarsa reciprocità. Il golden power, come disegnato, con clausole aperte, consente oggi alcune linee interpretative funzionali ad una vigilanza continua ed ex post. Si veda il caso Pirelli. Trattasi ovviamente di un confine critico, ma ad ora è l’unico strumento giuridico in grado di gestire tale situazione.

Altrimenti rimangono i canali e le pressioni diplomatiche per avviare processi di exit dei soci cinesi, oppure, e sarebbe la cosa più auspicabile, lo sviluppo di mercati dei capitali alternativi domestici o europei in grado di rilevare, lanciare takeover, proporre integrazioni.

Il governo dell’Australia ha ordinato ad alcune entità legate alla Cina di vendere le loro quote nell’azienda mineraria Northern Minerals, specializzata in terre rare: è una conferma che la transizione ecologica non è un progetto cooperativo, improntato alla comune ricerca della sostenibilità per il bene del pianeta, ma una competizione tra stati. In questo senso, possiamo dire che – quando si parla di materie prime critiche – i governi stanno intervenendo nei mercati per “correggere” la loro neutralità? La nazionalità dell’azionista è diventata più importante del prezzo che offre?

In quel caso fa innanzitutto riflettere l’aggressività cinese nel tentativo di acquisire, a tutti i costi e tramite un complesso gioco di entità collegate basate in diverse geografie giuridiche, il controllo di Northern Minerals, una delle poche realtà autonome dall’ecosistema cinese, sì così da assorbirla nelle proprie reti e mantenere il monopolio del settore. Monopolio che si traduce poi in un vero e proprio chokepoints, ossia una leva utilizzata da Pechino tramite prescrizioni alle proprie imprese di non esportare, ritardare o ridurre le esportazioni. Per questo la tutela dell’autonomia del proprio asset strategico è diventata fondamentale, anche e soprattutto dalla prospettiva americana, che ha tutto l’interesse a vedere asset di paesi alleati rimanere in mano domestica.

La nazionalità oggi rappresenta il criterio spartiacque. È un parametro che può rilevare più del prezzo, nei limiti degli imperativi di mercato, così come più dell’effettivo peso nel capitale di una società. Per parafrasare, i voti, o i soldi, non si contano, ma si pesano. In termini di nazionalità.

Di recente la Cina ha bloccato il tentativo di Meta di acquisire Manus, una promettente startup di intelligenza artificiale. Lei ha sottolineato come, con questa mossa, Pechino abbia “fatto l’americana”, applicando logiche di scrutinio della sicurezza nazionale simili a quelle del Cfius statunitense o dei golden power europei. Cosa ci dice questo episodio sull’evoluzione degli strumenti di protezione degli asset?

È un esempio plastico di come la Cina abbia raggiunto una notevole maturità nella costruzione di un proprio armamentario giuridico adatto ai tempi che corrono. In questo senso, ho parlato di “americanizzazione” della Cina, avendo gli Stati Uniti una lunga tradizione nell’utilizzo di strumentari di questo tipo. Non è un caso che a partire dal 2019 circa, Pechino ha affinato una serie di normative, da quella sugli investimenti esteri a quelle sull’export control passando per strumenti sanzionatori e anti-sanzioni estere.

Nel caso Manus, Pechino pare avere utilizzato sia la normativa sull’export control di tecnologie, che quella sugli investimenti esteri, andando a intercettare, con pretese di extra-territorialità, una acquisizione di una società di Singapore da parte di una società statunitense, in forza di un nesso sostanzialistico piuttosto radicale: il fatto che la start-up e le tecnologie fossero state sviluppate originariamente in Cina e cittadini cinesi fossero gli ingegneri.

In ultimo, l’Italia. La maggior parte della nostra capacità di raffinazione petrolifera è sotto controllo estero (al netto dell’operazione di Ludoil Energy sulla Isab). Qual è il ruolo del golden power in questo settore? E come si bilancia la necessità di attrarre capitali esteri per la riconversione industriale con la tutela della sicurezza nazionale?

Il golden power, ormai parte integrante del sistema-paese, ha accompagnato le ultime tre grandi operazioni di acquisizioni straniere delle nostre società di raffinazione: Goi Energy-Isab S.r.l.; Vitol-Saras S.p.a.; Socar-Italiana Petroli. Le operazioni non sono state vietate, ma autorizzate con condizioni e prescrizioni. Trattasi di paletti imperativi, la cui violazione comporta gravi conseguenze civilistiche e pecuniarie, finalizzati a garantire l’interesse nazionale.

Sull’efficacia concreta, è difficile dirlo, bisogna probabilmente aspettare. Potrebbero però rappresentare una ipotesi di compromesso virtuoso, in grado di bilanciare l’esigenza di capitali esteri con alcuni presidi di sicurezza nazionale. Vediamo così un altro esempio paradigmatico delle linee invisibili, che vanno a frapporsi tra la proprietà dell’investitore straniero e la società incorporata nella geografia giuridica italiana con relativi asset concreti (impianti, fabbriche, infrastrutture, forza lavoro). Una interruzione, in parte, del legame diretto tra controllo e gestione, in cui entra in gioco il terzo elemento, quello dei poteri speciali, ossia delle prescrizioni imperative con cui l’investitore straniero dovrà convivere nella gestione concreta.

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