Economia

Borsa, Eni, Generali, Unicredit e non solo. Ecco le mosse del Copasir

di

Copasir

La delibera Consob. I movimenti nell’azionariato di Eni. I timori su Unicredit e Assicurazioni Generali. Le mire di Francia, Russia e Cina. E il forcing del Copasir.

 

Nelle ultime tre settimane, che hanno cambiato radicalmente la quotidianità degli italiani e messo in subbuglio i mercati finanziari, non si sono fermati neppure i passaggi di mano di azioni. Mosse che escono sempre più allo scoperto dopo che la Consob, il 18 marzo scorso, ha ridotto dal 3% all’1% per le società grandi e dal 5% al 3% per le Pmi la soglia oltre la quale è obbligatorio dichiarare la partecipazione.

Il tutto mentre si acuiscono i timori di scalate ostili, soprattutto nei confronti di alcune banche e assicurazioni – Generali in primis – caratterizzate da un’elevata contendibilità. Per questo il governo, come assicurato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, avrebbe allo studio una norma da inserire nel prossimo decreto di aprile in modo da rafforzare la Golden power ed estenderla anche a banche e assicurazioni (ora vale per i settori energia e infrastrutture).

Inizialmente si pensava di allargare le maglie della golden power con un emendamento governativo al decreto “Cura Italia”, al momento al vaglio del Senato.

GENERALI E LE BANCHE

Ad impensierire Palazzo Chigi e il Copasir, secondo indiscrezioni (come scritto a gennaio da Start), sono soprattutto due gruppi italiani ovvero Unicredit e Assicurazioni Generali, su cui peraltro da tempo circolano rumors giornalistici viste le fusioni e le acquisizioni ipotizzate.

Per questi due gruppi si vocifera da tempo di un futuro francese, Société Générale per piazza Gae Aulenti e Axa per il Leone di Trieste, secondo alcuni osservatori, e Parigi pare aver messo nel mirino anche il settore della difesa e dell’aerospazio (qui l’approfondimento dell’analista Arcangelo Milito con focus su Avio ed Elettronica, in particolare).

Il rischio contendibilità degli istituti di credito nostrani è evidenziato anche dall’agenzia di rating Standard&Poor’s in un report dedicato al settore bancario. “Con l’eccezione di Intesa Sanpaolo e di Ubi Banca, dove la presenza dei soci storici è ancora forte, negli altri casi si tratta di realtà molto vicine alla public company anglosassone” scrive S&P’s nel dossier come riportato da Milano Finanza che ricorda l’esempio di Unicredit la quale, dopo l’aumento di capitale da 13 miliardi del 2017, ha relegato le Fondazioni sotto il 2%, e quello di Mediobanca con una governance “in evoluzione dopo lo scioglimento del vecchio patto di sindacato, l’uscita di Unicredit dal capitale e la rapida salita di Leonardo Del Vecchio”.

LA MOSSA DEL COPASIR

Banche e assicurazioni sono state al centro delle attenzioni ieri del Copasir. Nella seduta di ieri “il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha licenziato il parere, con correlatore il vicepresidente Urso, sullo schema di regolamento che prevede un riordino del Dis, in particolare per il rafforzamento del settore della sicurezza cibernetica”. Lo afferma il presidente del Copasir, Raffaele Volpi. La riunione, prosegue Volpi, “è proseguita con l’affidamento al senatore Paolo Arrigoni della relazione sul rapporto semestrale dell’attività dei servizi di Intelligence. Da una prima visione del rapporto il Comitato ha rafforzato la sua percezione di un urgente approfondimento degli aspetti di salvaguardia strategica degli assetti bancari e assicurativi. Il Copasir ha quindi deciso di riprendere immediatamente il ciclo di audizioni relativo al settore e dare comunicazione del calendario appena sarà perfezionato”. In merito poi ai “denunciati attacchi informatici contro siti istituzionali”, il Comitato ha sensibilizzato il Dis “che ha poi reso infatti puntuale nota informativa relativa alle evidenze in suo possesso e alla continua attività di vigilanza”.

La seduta è proseguita, dice ancora Volpi del Copasir, “confermando l’utilità di perseguire gli approfondimenti affidati al onorevole Borghi sulle eventuali distorsive campagne informative rivolte verso il Paese”. “Le particolari circostanze in cui versa il Paese – conclude – vedono il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica quotidianamente attento a tutte le tematiche afferenti alle sue competenze anche attraverso un costante confronto formale ed informale fra i suoi componenti con la comune condivisa missione di contribuire alla sicurezza dell’interesse nazionale è della nostra Italia”.

ENI

Spostando l’attenzione su un’altra attività produttiva importante del Paese, ieri la Consob – proprio ai sensi della nuova delibera per le partecipazioni già detenute alla data di entrata in vigore del provvedimento – ha comunicato che People’s Bank of China, la banca centrale di Pechino, detiene l’1,014% di Eni mentre le azioni proprie sono pari all’1,7%. Da ricordare che già nel 2014 l’istituto di credito era entrato nel capitale del Cane a sei zampe con una quota del 2,1% ma poi ne era uscito.

People’s Bank of China dunque torna a far parte del capitale di Eni in un momento di forte attenzione per i movimenti intorno alle aziende strategiche del Paese e anche in questo caso, come scrive Mf, riemerge “il timore che gli scossoni in Borsa rendano possibili azioni ostili” grazie agli “attuali prezzi dei gioielli italiani”.

Basti pensare che proprio il titolo del gruppo Eni guidato dall’amministratore delegato Claudio Descalzi negli ultimi tre mesi, a causa dell’emergenza coronavirus, ha perso il 33,4% del suo valore e capitalizza ora 33,5 miliardi di euro.

Eni ha di certo saldi rapporti con il Dragone cinese: lo scorso anno, durante il Business Forum in occasione della visita a Roma del presidente Xi Jinping, il gruppo aveva siglato un’intesa finanziaria proprio con Bank of China in modo da avviare una più stretta collaborazione con le aziende cinesi. Inoltre

BORSA ITALIANA SPA

Nel novero delle aziende italiane oggetto d’attenzione anche Borsa Italiana Spa che gestisce Piazza Affari. Secondo Repubblica, pur essendo già controllata dal London Stock Exchange, da mesi si rincorrono voci su una prossima cessione della società a un soggetto che non si sa se sia europeo oppure extraeuropeo. Di sicuro i report arrivati negli ultimi giorni dagli 007 italiani ai ministri competenti e al Copasir, ha scritto ieri Claudio Tito di Repubblica, hanno descritto “un certo attivismo su questo terreno di soggetti facenti base in Cina e in Russia”.

La Stampa sposta l’attenzione sulla Francia: “Dopo la fusione con la Borsa di Londra, dal 2007 Borsa Italiana è di proprietà del London Stock Exchange Group e già da tempo si vocifera di un take over di una struttura che è centro nevralgico di informazioni sulle imprese quotate e alla quale sarebbe interessata la società che gestisce la Bourse de Paris”.

BANKITALIA IN LEONARDO

Intanto ci sono movimenti azionari anche da pare di soggetti italiani, e istituzionali. Il 20 marzo scorso la Banca d’Italia è diventata azionista di Leonardo per una quota dell’1,013% – dunque oltre l’1% – e lo ha prontamente comunicato come richiesto dalla Consob e dallo stesso amministratore delegato Alessandro Profumo, pena la perdita dei diritti di voto.

Tra le altre mosse avvenute in questi giorni il Corriere della Sera ricorda l’1% di Moncler, rilevato sempre da Via Nazionale, il 30 marzo scorso, il 5% di BlackRock e l’1,63% di Gig, il fondo sovrano di Singapore, sempre in Moncler. E ancora: Norges Bank in Pirelli (1,18%), Reply (2,05%), Salini Impregilo (0,86%), Cattolica (2,5%), Atlantia (1,37%). Fra gli altri acquisti recenti, anche l’1,118% di Anima Holding da parte di Francesco Gaetano Caltagirone e l’1,95% di Mediobanca da parte di Unipol.

CHE COSA SERVE A LEONARDO E FINCANTIERI? L’ANALISI DI NONES

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