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Ecco come Macron coccola Edf e Air France

Macron Pfizer

Il punto sulle ricapitalizzazioni in Francia di Edf e Air France

 

Le distinte ricapitalizzazioni di Edf e Air France – sostanzialmente sostenute col portafoglio della République française – dimostra ancora una volta quanto l’intervento pubblico sia un prerequisito per la ripresa delle grandi imprese. E pure – nel caso di Électricité de France – svela i limiti della macronie in campo energetico, come l’odierna resipiscenza (o tattica elettorale) di Emmanuel Macron, costretto anche dalla fiammata dei prezzi a rivedere la posizione sul nucleare.

Atomi e nuvole. Lo Stato-azionista si accende

Lo Stato parteciperà per 2,1 miliardi di euro dei 2,5 miliardi di aumento di capitale della compagnia energetica francese e sarà al fianco della compagnia aerea, che sta preparando una ricapitalizzazione di 4 miliardi.

Il whatever it takes dell’Eliseo per salvare i simboli

Sembra passato molto tempo da quando il governo mostrava il suo desiderio di privatizzare grandi gruppi o di ritirarsi ulteriormente. Era il 2017, all’inizio del mandato quinquennale di Macron. Poi la crisi sanitaria ed economica ha impedito qualsiasi operazione. Osserva Jean-Michel Bezat, giornalista economico a Le Monde: “L’urgenza è ora di salvare le aziende che sono allo stesso tempo troppo strategiche e troppo simboliche per fallire”.

Il caso Edf. Quanto costa ai francesi non aumentare troppo le bollette dei francesi

Con 4,72 miliardi di euro di utili nel 2021, il 2022 di Edf è cominciato in affanno. Deve sostenere il costo delle misure governative per limitare i prezzi della bolletta elettrica. Erano previsti aumenti del 35-40 per cento, è stato imposto dal 1 febbraio un tetto massimo al 4. Lo Stato detiene l’83,88% delle azioni di Edf. E ordina. Le famiglie tirano il fiato. Per ora. Ma la società no. Si è impegnata a vendere più energia ai suoi concorrenti, al di sotto del prezzo di mercato, quindi in perdita. La misura è costata a Edf circa 8 miliardi di euro di mancate entrate. Edf è a maggioranza pubblica.

I ritardi sul nucleare presentano il conto  

In un Paese dove il 70% dell’energia elettrica deriva dal nucleare, la congiuntura è al momento poco sorridente.

A fronte di grandiosi progetti sul lungo periodo, Edf si confronta con un parco di 56 centrali datate e bisognose di manutenzione straordinaria, anche per le passate scelte di Macron di rinviare l’estensione della flotta nucleare. Una dozzina di reattori sono al momento fermi.

Lo stesso ministro dell’Economia Bruno Le Maire riconosce che le difficoltà finanziarie di Edf sono dovute principalmente a un calo della produzione di elettricità, per l’inattività di alcuni reattori, e che le entrate previste per la produzione di energia nel 2022 saranno di 11 miliardi di euro in meno rispetto alle previsioni.

Intanto la società ha anche acquistato – o meglio, riacquistato –  il business delle turbine a vapore nucleari da General Electric. Un accordo che potrebbe costare più di 1 miliardo di euro a Edf.

La politique de gribouille di monsieur le Président

La sensazione diffusa è che lo Stato tra la sua partecipazione all’aumento di capitale (i 2,1 miliardi di euro su 2,5) e il dividendo cartaceo (1,5 miliardi), cerca di compensare con una mano ciò che ha preso dall’altra. Un gioco di prestigio.

Netto Les Echos. Il principale quotidiano economico d’Oltralpe definisce gli ultimi movimenti in partita dello Stato-azionista un caso da manuale di una politica “de gribouille. Di chi per evitare un guaio si precipita in un altro peggiore.

Ma oltre al naïve, la macronie svela le sue piroette in materia. Se non ingenuità, difetto di analisi di Macron.

Il ricandidato inquilino dell’Eliseo non ancora candidato, il 10 febbraio a Belfort ha ufficializzato l’acquisto di parte dell’attività nucleare di GE Steam Power, comprese le turbine a vapore Arabelle, che

lì si costruiscono ma che nel 2015 – Macron ministro dell’Economia – finirono dalla francese Alstom all’americana General Electrics. Macron ha dettagliato un piano energetico tra rinnovabili e nucleare, annunciando l’intenzione di costruire sei reattori più eventualmente altri otto.

Attualmente Edf non ha i denari per sei, figuriamoci per quattordici. E sui tempi? Il caso della centrale di Flamanville non fa ben sperare. Cantiere aperto nel 2007, cronoprogramma di 2-7 anni; è ancora aperto, forse si chiude in autunno. Il costo è lievitato a 12,7 miliardi di euro; doveva inizialmente costarne 3,3. Ok, le nuove centrali di ultima generazione hanno tempi minori. Ma confidare che almeno le prime sei siano pronte in 13 anni, stando ai precedenti, è un po’ un atto di fede.

Le nucleari piroette di Macron

È l’inversione di tendenza di Macron sull’energia nucleare che lascia senza parole. Gli annali lo registrano.

Nel 2015 la vendita del ramo energetico di Alstom quando era ministro. L’Eliseo ripete che oggi si ricompra per una miseria – i giornali francesi scrivono di un miliardo – ciò che si era venduto molto caro. Ma il perimetro dell’acquisizione si è ristretto. Le attività idroelettriche restano americane. Tornano all’ovile le turbine Arabelle, le attività di manutenzione e i nuovi progetti nucleari. Intanto General Electrics ha studiato i progetti della tecnologia, vanto francese ormai generosamente condiviso. Transeat.

Nel 2017, il candidato Macron aveva insistito sul suo impegno a ridurre l’energia nucleare al 50% della produzione di elettricità. Promessa non mantenuta. Meno male. La Francia prima dei recenti capitomboli poteva ancora vantare il 70%.

Nel novembre 2018 promette la chiusura di 14 reattori nucleari.

Nel 2019 la Francia abbandona il progetto Astrid sui reattori di quarta generazione dopo aver già speso 730 milioni di euro. “Un colpo per il futuro del settore”, giudicava un Le Monde del tempo.

Nel 2020 si decide di chiudere la centrale di Fessenheim, la più vecchia e la più vicina al confine con Germania e Svizzera.

Insomma, un lungo elenco di mancati investimenti sul nucleare, di strategie alternative, deindustrializzazione e carichi sociali. Complice la crisi energetica, le tensioni internazionali e – ma sarà solo un caso: le elezioni del 10 aprile che hanno tra i temi principali il potere d’acquisto dei francesi e la re-industrializzazione – Macron torna atomico.

“Emmanuel. Un po’ come Giuda che celebra la messa di Pasqua”

Per Olivier Marleix, che ha presieduto la commissione d’inchiesta dell’Assemblea nazionale – la prima dell’attuale quinquennato – quel “Macron a Belfort il 10 febbraio è un po’ come Giuda che celebra la messa di Pasqua”. Ricomprando le turbine sembra ammettere l’errore. Sembra riconoscere che quella vendita è stata una colpa. Si sono persi anni. Si conta di recuperare il ritardo con una cavalcata di 15 anni. Si cerca di arginare il caro bollette dei francesi, costringendo Edf a vendere energia a prezzi da saldo, e acquistare elettricità a caro prezzo, mentre i francesi con lo Stato-azionista investono in Edf che accusa un calo del 20% in borsa da metà gennaio, ha un programma imponente di lavori di manutenzione e nuovi costosi progetti e soffre miliardi di debiti.

La miliardaria ricapitalizzazione statale per il ministro dell’Economia ha “l’obiettivo di consentire a Edf di risanare i propri conti, di investire nel futuro e di poter realizzare i progetti di investimento annunciati dal Presidente della Repubblica a Belfort”. È un primo passo, ma insufficiente.

Nazionalizzare Edf? E perché no?

“Nessuna opzione può essere esclusa. Non tutte appartengono necessariamente allo stesso calendario, ma tutte le opzioni sono sul tavolo”, compresa la nazionalizzazione quindi, assicura Bruno Le Maire su Bfm Business. L’idea garba anche ai rivali di Macron.
La nazionalizzazione di Edf costerebbe allo Stato 5 miliardi di euro per poter rilevare tutte le azioni sul mercato. La possibilità era già stata ventilata nel 2021.

Lo République nei cieli

Diverso il caso Air France-Klm, rimasta in rosso scuro, con una perdita di 3,29 miliardi e un’attività ancora la metà di quella del 2019. Tuttavia, il gruppo ha mantenuto il suo impegno principale: quello di tornare ad un margine operativo lordo positivo di 745 milioni di euro per l’intero esercizio, a fronte di 1.695 miliardi di perdite nel 2020.
Dopo gli aiuti pubblici, la compagnia aerea si prepara a una ricapitalizzazione di 4 miliardi, indispensabile per la sua sopravvivenza. Lo Stato, che ne possiede il 29%, “sarà al fianco di Air France”, assicura ancora qui Le Maire. Stavolta i soldi non servono per sopravvivere al Covid, ma per restituire i prestiti. Air France-Klm ha ricevuto 10,4 miliardi di euro di aiuti di Stato: 7 miliardi dal governo francese, 3,4 miliardi da quello olandese. L’ipotesi di ulteriori aiuti da parte di entrambi i Paesi è ardua. Amsterdam non scuce. Riassume il Corsera: “Klm ritiene di essere la società che porta proporzionalmente più soldi al gruppo e sottolinea le debolezze — anche finanziarie — di Air France. Gli olandesi fanno notare i dati del 2021: il gruppo Klm ha chiuso con un rosso di 227 milioni di euro, il gruppo Air France a -1,4 miliardi di euro”.

Ricapitalizzazione. In compagnia si può

Diversa l’altra partita. Oltre allo Stato francese – che detiene la quota di maggioranza relativa –, secondo Les Echos a questa ricapitalizzazione dovrebbero partecipare anche gli altri azionisti. Paesi Bassi inclusi. quindi lo Stato olandese (14%) e le compagnie aeree. L’americana Delta Air Lines (8,8%) e la cinese China Eastern Airline (8,8%). Tra gli azionisti figurano anche i dipendenti, con il 3,9%.

Obiettivo Ita

L’operazione è indispensabile per partecipare allo shopping nei cieli. Innanzitutto alla privatizzazione di Ita Airways. Air France-Klm ostenta distratta attenzione. Ma è indubbio che il mercato italiano resta prioritario. Specie in un momento in cui la tedesca Lufthansa è – nell’alleanza con Msc – in pole. Quel che si muove in Germania, di là dal limes renano, suscita sempre a Parigi, per lo meno, subbugli competitivi.

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